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Cercare il diritto. Terza edizione

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by Giovanni Pascuzzi

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Non sono solo signore

 

Università Trento 'ribalta' la foto di Marie Curie a SolvayIn concomitanza con il congresso nazionale della Società italiana di fisica (Sif) tenutosi a Trento venerdì scorso, sono stati presentati i risultati di uno studio che dimostra quanto difficile sia per le donne accedere alla carriera accademica e, in particolare, ai gradi più elevati della stessa. Nella nostra università le professoresse in prima fascia sono circa il 12% del totale rispetto a una media nazionale che si attesta intorno al 20%.

Sarebbe un errore, però, fermarsi solo ai dati numerici. Le misure per attrarre e trattenere le docenti si collocano in vari ambiti. Uno di essi è l’uso appropriato delle parole. Non basta un impiego corretto del linguaggio per dare soluzione a problemi di ineguaglianza sociale che hanno radici profonde, ma certamente è uno fra gli aspetti significativi, specchio di forme di pensiero e di tradizioni.

Succede abbastanza spesso che si saluti un professore con il suo titolo (ovvero: «buongiorno professore») e invece a una professoressa si riservi un «buongiorno signora», contribuendo così implicitamente ad attribuire un ruolo di subalternità alla donna. Segnalo per inciso che in taluni contesti tenere siffatti comportamenti è considerato illecito disciplinare. Ad esempio, il Consiglio nazionale forense ha sanzionato un avvocato che in udienza aveva chiamato «signora» un’«avvocata» (sentenza Cnf 28 dicembre 2006 numero 195).

Al di là dei riferimenti legati ai numeri, occorrerebbe guardare alla sostanza delle varie condotte. Il codice etico dell’ateneo (articolo 6) impone agli universitari di trattare i loro interlocutori con cortesia, rispetto, lealtà e correttezza. Mentre il successivo articolo 7 prescrive una serie di comportamenti in materia di pari opportunità. Non usare il titolo accademico parlando a, o parlando di, una donna e adoperare il generico «signora» appare essere un atteggiamento privo di rispetto nei confronti dell’interlocutrice. La commissione per l’attuazione del Codice etico potrebbe essere investita del problema affinché chiarisca se tale prassi è corretta e se esistono eventuali doveri di denuncia in capo a chi assiste a episodi di tale tenore.

Un intervento chiarificatore della citata commissione aiuterebbe a costruire una policy chiara e a favorire comportamenti più virtuosi. A tacere del fatto che costruire gradualmente un ambiente sociale rispettoso della componente femminile, anche nel linguaggio, è parte di una buona politica delle pari opportunità. (Corriere del Trentino, 23 settembre 2017)

Università Trento 'ribalta' la foto di Marie Curie a Solvay

Pulvis et umbra

Pulvis et umbra

Dei libri gialli non si può raccontare la trama per ovvie ragioni. Ma ce ne sono alcuni che hanno molti livelli di lettura e che suscitano riflessioni che vanno ben al di là dello scoprire se l’assassino è davvero il maggiordomo. E’ il caso di “Pulvis et umbra”, l’ultimo libro di Antonio Manzini, l’autore che narra le gesta del (mitico) vicequestore Rocco Schiavone (“sbattuto” da Roma ad Aosta).

 Tre i temi che mi piace segnalare.

 1) I dilemmi etici.

Le vicende del libro portano a confrontarsi con alcuni interrogativi “morali”.

       a)    Può il benefattore che ti ha letteralmente “salvato” da una situazione bruttissima chiederti in cambio (anche molto tempo dopo l’intervento salvifico), di fare qualcosa che di fatto suona come un tradimento della fiducia di una persona a cui vuoi bene e di cui sei anche innamorato, abusando del sentimento di gratitudine? E può essere perdonato questo tipo di “tradimento” se comprendi che chi ti ha tradito non poteva moralmente dire di no?

b)    Si può accettare che un reato grave non venga perseguito perché chi lo ha commesso sta aiutando la “giustizia” a perseguire reati più gravi?

2) I ruoli sociali.

Chi ha letto i libri di Rocco Schiavone, sa che il vicequestore è amico di alcune persone borderline; persone, cioè, che a volte passano il confine dell’illecito penale ovvero della malavita vera e propria. E’ possibile che esista una relazione sincera fino in fondo tra persone che appartengono a mondi diversi e per definizione contrapposti? Uno degli amici, infatti, dice a Schiavone: “Stiamo su due sponde diverse. E pure se ci vogliamo bene, tu sei tu e io so’ io. Mi capisci?”.

3) Il vissuto del protagonista.

In questo episodio, Rocco Schiavone si imbatte in una psichiatra, che dopo una chiacchierata di 10 minuti lo “fotografa”. Ecco il dialogo:

-  Così, dopo una chiacchierata di 10 minuti, solo osservandola, mi permetterei di dirle che lei è un uomo sostanzialmente depresso, magari con qualche difficoltà di concentrazione. Non è che soffre di allucinazioni?

-  No. (Schiavone vede la moglie morta e parla con lei: n.d.r.)

-       - Bene, soffre di allucinazioni. Come andiamo con l’umore?

-       Quale umore? 

   Appunto. Lei se ne sta sempre asserragliato in difesa? 

-       No, io devo andare a lavorare e penso anche lei.

-       Non si arrabbi era solo per parlare.

-       Non mi piace quando la gente mi guarda come se fossi un batterio in un vetrino.

-       E’ il mio lavoro. Se avesse bisogno di aiuto, io sono qui.

-       Grazie. (Per la prima volta in vita sua Rocco Schiavone si sentì nudo in mezzo alla strada. Quello gnomo occhialuto l’aveva spogliato in meno di un minuto. Meno di un minuto e già le voleva bene).

Chi ha la fortuna di trovare psichiatre così, è un uomo fortunato.

IN SINTESI. Pulvis et umbra è un bel libro che si legge d’un fiato. La frase più bella è questa: “I conti si fanno alla fine. A destra la colonna col segno più, a sinistra quella col segno meno e in mezzo quella enorme e vuota delle intenzioni e dei rimorsi”.

 

Se le penne sono tante

 

La metafora del supermercato nella scuola

Dai primi di agosto i grandi supermercati dedicano un ampio spazio espositivo a tutto ciò che serve agli scolari in vista dell’inizio del nuovo anno scolastico: si trovano in quantità industriale penne, matite, colori, quaderni e così via.

Tutti, da bambini-adolescenti, abbiamo vissuto l’emozione di un simile rituale: anche se, un tempo, l’acquisto del materiale scrittorio si effettuava nella cartoleria situata nelle vicinanze della scuola. Ciò che oggi colpisce è la quantità: in vendita, diversamente da allora, ci sono confezioni che contengono venti quaderni oppure cento penne policrome dentro e fuori. Il messaggio sembra essere che si sarà chiamati a scrivere tanto (magari!) con strumenti intercambiabili per foggia e colore al punto da rendere necessario predisporre ingenti scorte di biro, carta e simili.

Gli insegnanti lavorano sodo per la crescita culturale e umana dei nostri ragazzi: la gratitudine per loro aumenta con il tempo, ovvero quando si comprende appieno il ruolo fondamentale che hanno rivestito nelle nostre vite. L’apprendimento, però, è innescato anche dagli stimoli. E gli stimoli che oggi giungono sembrano tesi a privilegiare la quantità sulla qualità, l’esteriorità degli zaini griffati sull’approfondimento, il consumo sulla conoscenza.

Naturalmente l’esplosione di forme e colori non va demonizzata. Ma ai giovani si può rivolgere l’augurio di fare propri questi oggetti-strumenti: li usino fino a logorarli così che diventino il simbolo tangibile di un percorso di crescita. Io conservo ancora la penna che mi ha accompagnato dal liceo ai primi anni di università e con la quale ho redatto i temi dell’esame di maturità. Molti degli input odierni, purtroppo, sembrano invece risolversi in inviti alla dispersione: un’enfasi sugli oggetti che non cerca né la coerenza di un insieme, né la fatica della costruzione.

Le nuove attrezzature che ogni anno acquistiamo negli appositi stand dei supermercati possono diventare la metafora della rinuncia a tenere insieme le esperienze. Ma la scuola deve offrire l’esatto contrario: la possibilità di dare vita a un percorso originale nonché continuo nel quale sia possibile riconoscersi come persone. Ciò che alla fine altro non è che la testimonianza della ricerca di un senso. Apprendere ha tra l’altro anche il significato di «afferrare»: e non può essere afferrato ciò che si «consuma» senza lasciare traccia.

Corriere del Trentino, 13 settembre 2017

Il conformismo e la laurea a Marchionne

 

Ettore Paris, direttore del mensile Questo Trentino, interviene sullo "spillo" di ferragosto del Corriere della Sera circa la laurea ad honorem a Sergio Marchionne. Mi pare colga il nocciolo del problema.  Riproduco l'editoriale di Ettore.

 

 CONFORMISMO (di Ettore Paris)   

Sulla laurea honoris causa a Sergio Marchionne in Ingegneria Meccatronica abbiamo già scritto. E le cose ci sembrano molto chiare: il Senato Accademico della nostra Università ha deciso l'onorificenza, signorilmente sorvolando sulla sua totale incongruità (Marchionne in Meccatronica ha zero competenze e meriti, diversamente da gestione aziendale, o architetture finanziarie) per due - ahimè conclamati - motivi: la laurea honoris causa è una pagliacciata, già elargita a destra e manca; a Marchionne vale la spesa lisciare il pelo, può effettuare significativi investimenti proprio nel nascente polo di Meccatronica di Rovereto. Insomma, Parigi val bene una messa: una barca di milioni senz'altro valgono un pezzo di carta in cui non crede nessuno. Questa posizione può essere condivisibile o meno (noi per esempio non riteniamo che l'Università debba svalutarsi da sola in questa maniera): ma è comprensibile.

Molto meno comprensibile, anzi francamente indisponente, è un velenoso attacco portato sul Corriere della Sera nazionale (inserto Economia) al professor Giovanni Pascuzzi di Giurisprudenza, reo di essersi opposto alla laurea a Marchionne. L'articolista, tal Raffaella Polato, descrive Pascuzzi più o meno come un disturbato, affetto da una sindrome che lo porta sempre al dissenso: si era dimesso da prorettore, ha scritto un libro dall'emblematico titolo "Università: diario di una svolta autoritaria", l'anno scorso non ha votato il bilancio dell'ateneo, quest'anno ha votato contro e infine - colpa massima - si è opposto alla glorificazione di Marchionne. La Polato, ben nota negli ambienti giornalistici per gli sperticati elogi verso Fcs e il suo amministratore delegato, inorridisce di fronte ai dubbi di Pascuzzi sulle competenze meccatroniche del suo idolo, che sarebbero invece certificate dalla "rivoluzione nell'auto" intrapresa dal nostro, e da una quinta laurea, in Fisica (!), in arrivo.

A noi, a dire il vero, interessa poco che un'adulatrice veda "rivoluzioni" (l'auto digitale? L'auto ecologica?) dove ci sono state solo indovinate fusioni e operazioni finanziarie (oltre a compressioni dei diritti sindacali); interessa ancor meno che un manager si diletti nel collezionare lauree posticce. Preoccupa di più che una siffatta professionista della penna abbia spazio in un grande giornale; anche se sappiamo che non è una novità, ricordiamo la stucchevole venerazione di cui veniva circondato l'Avvocato (rigorosamente con la A maiuscola) proprietario della Fiat; e nel piccolo Trentino ricordiamo come un quotidiano avesse affidato gli articoli su una grande Cantina in difficoltà all'addetta stampa della stessa. 

A preoccuparci invece sono le argomentazioni della solerte paladina di Marchionne: secondo le quali il prof. Pascuzzi non è credibile, anzi francamente ridicolo, in quanto in dissenso con l'attuale conduzione dell'Ateneo. Chi è contro il potere costituito - che sia la grande multinazionale oppure il rettore dell'università - chi osa criticare, e magari anche votare contro, deve avere problemi caratteriali.

Ora, pur senza rifarci agli esempi estremi dei dissidenti anticomunisti internati in manicomio, il discredito preventivo della critica ci sembra una tentazione estremamente pericolosa.Un invito - perentorio - al conformismo delle idee.

Scriviamo queste righe soprattutto perché ci ha avvilito la mancanza di significative solidarietà al prof. Pascuzzi.

E allora il problema non è solo l'adulatrice, o il giornale grande ma meschino. Il problema è la tendenza all'appiattimento sul potere. Forse non ci si rende conto, innanzitutto che il conformismo è la tomba delle idee. E non se ne considerano le conseguenze proprio in questo periodo, in cui su Internet non viaggiano critiche argomentate, ma vomitevoli insulti.  Perchè allora l'arrocco dei potenti entro le mura del conformismo protette dagli scherani dell'informazione, e più in generale il discredito riversato sulla critica, non fa altro che alimentare quello scollamento sociale e ideale che poi finisce con il manifestarsi brutalmente ogni giorno sulle pagine dei social media.  Derisa l'intelligenza, abolita la razionalità, non lamentiamoci se poi la gente si fa male da sola e fa male a tutti, votando Trump o Brexit o Virginia Raggi.

 Lo spillo si trova a questo indirizzo: https://goo.gl/XTNeHT

Questo Trentino, settembre 2017

La logica perversa degli indicatori nelle Università

Sole 24 ore, 7 settembre 2017

La normazione recente in materia di Università abbonda di riferimenti ad indicatori dei tipi più diversi. Di seguito un breve inventario.

  1. Gli indicatori nei piani della performance universitaria. Le Università devono redigere il «Piano della performance», per individuare gli indirizzi e gli obiettivi strategici ed operativi (articolo 10, d. lgs. 150/2009). Nel piano devono essere specificati gli indicatori per la misurazione e la valutazione della performance dell'amministrazione.
  2. Gli indicatori nella programmazione strategica. Le Università devono seguire la logica dell’azione volta al perseguimento di obiettivi (si veda l’art. 1-ter del d.l. 7/2005). Negli allegati al d.m. 635/2016 sono contenuti gli indicatori in relazione ai più svariati obiettivi.
  3. Gli indicatori di bilancio. Le Università devono pubblicare il «Piano degli indicatori e risultati attesi di bilancio» (articolo 29, comma 2, d. lgs. 33/2013).
  4. Gli indicatori nella procedura di accreditamento delle sedi e dei corsi di studio. La legge 240/2010 (art. 5, comma 3, lett.a) ha introdotto un sistema di «accreditamento delle sedi e dei corsi di studio universitari fondato sull'utilizzazione di specifici indicatori per la verifica del possesso da parte degli atenei di idonei requisiti didattici, strutturali, organizzativi, di qualificazione dei docenti e delle attività di ricerca, nonché di sostenibilità economico-finanziaria».
  5. Gli indicatori nella VQR. La stessa legge (art. 5, comma 3, lett. b) ha introdotto anche un «sistema di valutazione periodica basato su criteri e indicatori dell'efficienza e dei risultati conseguiti nell'ambito della ricerca dalle singole università e dalle loro articolazioni interne». La VQR 2011-2014 è stata effettuata sulla base di indicatori dell’attività di ricerca delle strutture.
  6. Gli indicatori nella procedura per individuare i dipartimenti di eccellenza. La legge 232/2016, (art. 1, commi 319 e 320) ha istituito una procedura per selezionare i migliori Dipartimenti universitari ai quali giungeranno ingenti risorse. La selezione viene fatta in base all’ ISPD («Indicatore standardizzato della performance dipartimentale»). Esso tiene conto della posizione dei Dipartimenti nella distribuzione nazionale della VQR.
  7. Gli indicatori nella abilitazione scientifica nazionale (ASN). Anche le procedure relative alle progressioni di carriera fanno riferimento ad indicatori (articolo 1 del d.p.r. 95/2016, art. 1). Gli indicatori, in questo caso, servono a stabilire l’impatto della produzione scientifica.
  8. Gli indicatori della qualità e della efficacia della didattica.

L’articolo 2, comma 1, lettera p, della legge 240/2010 attribuisce ai Nuclei di valutazione presenti in ogni Ateneo «la funzione di verifica della qualità e dell'efficacia dell'offerta didattica, anche sulla base degli indicatori individuati dalle commissioni paritetiche docenti-studenti». L’esempio più intuitivo sono gli indicatori che popolano i questionari sulla valutazione della didattica che gli studenti sono chiamati a compilare.

Qualche considerazione di carattere generale.

  1. Nel volgere di pochi anni le Università sono state travolte dalla logica degli indicatori;
  2. il concetto di indicatore ha a che fare con la misurazione di qualcosa. Ma non bisogna dimenticare che non tutto può essere ricondotto a fenomeni che possono essere misurati. In più esistono fenomeni che non solo non sono misurabili ma non sono nemmeno osservabili, cionondimeno, appunto, esistono e svolgono ruoli fondamentali;
  3. gli indicatori sembrano avvolti da alone di «oggettività». Ma non c’è bisogno di scomodare l’epistemologia del ‘900 per ricordare che non esiste fenomeno osservato senza un osservatore e non esiste una misurazione sulla quale non influisca il soggetto che misura ovvero il punto di osservazione;
  4. la scelta degli indicatori non è mai neutra. I risultati cambiano sensibilmente sulla base dell’indicatore scelto. La classifica delle Università italiane stilata dal Sole 24 ore (http://www.ilsole24ore.com/speciali/classifiche_universita_2016/home.shtml) ha una peculiarità: può essere “personalizzata”. Collegandosi al sito ciascuno può “dosare” i diversi indicatori (ottenendo, di volta in volta, una classifica diversa);
  5. la scelta degli indicatori retroagisce sui comportamenti. Se si ricevono risorse maggiori quando gli studenti completano il corso di studio nei tempi previsti, può scattare qualche comportamento opportunistico. Se si considerano più importanti le pubblicazioni su riviste rispetto alle monografie si può arrivare a governare gli stili di riflessione di una intera branca del sapere;
  6. gli indicatori appartengono alla logica della misurazione quantitativa. Ma l’Università non produce unità di prodotto, ma qualcosa di molto più impalpabile ma anche di molto più importante. Questa logica sta snaturando l’Università;
  7. la rincorsa al rispetto degli indicatori sta minando la stessa possibilità di produrre pensiero critico e innovativo: l’indicatore è lo standard mentre l’innovazione è ciò che, per definizione, è fuori dallo standard;
  8. l’Università deve perseguire l’innovazione. Invece si assiste ad un morbido adattamento a queste nuove logiche. Il conformismo indotto è una delle cose che si può facilmente misurare andando in giro per gli Atenei italiani.

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