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Progresso tecnico e progresso morale (a proposito di un articolo di Benedetto Croce)

Progresso tecnico e progresso morale (a proposito di un articolo di Benedetto Croce)

croce benedettoPiù di 70 anni fa, il 21 settembre 1947, Benedetto Croce pubblicò sul Corriere della Sera un editoriale dal titolo «Progresso tecnico e morale». In estrema sintesi (l’articolo completo è riportato nella foto) egli esponeva 4 concetti:

1) La vita si muove per contrasti. Ben può essere, quindi, che sorga un contrasto tra progresso tecnico e progresso morale.

2) E’ possibile che ci siano abusi della tecnica, come è possibile che si abusi del pensiero. Ma la l’insorgenza di abusi non ci deve far rinunciare né al progresso del pensiero né al progresso della tecnica.

3) Storicamente il progresso delle scienze e della tecnica è coinciso anche con il progresso del pensiero etico e filosofico. E alle conquiste tecnologiche dell’età moderna ha fatto riscontro (anche come esito di guerre sanguinose) la “fede” nella libertà e nelle istituzioni correlate.

4) Oggi (per Croce era il 1947) c’è una convergenza tra interesse economico, forza politico/militare e progresso della tecnica. Questa tendenza può innescare una lotta proprio contro gli ideali umani. Ma a trionfare sarà sempre la vita morale dell’uomo (che vive al fondo delle coscienze dei suoi stessi feroci avversari).

Benedetto Croce scriveva queste cose all’indomani della seconda guerra mondiale. Quando parlava di tecnologia non poteva non avere in mente lo scempio della bomba di Hiroshima che dell’uso distorto della tecnologia può essere considerato il simbolo (ma già nel 1935, Salvatore Quasimodo, nella poesia “Uomo del mio tempo” aveva stigmatizzato “la tua scienza esatta persuasa allo sterminio”).

70 anni dopo il dominio tecnologico è tutt’altra cosa. Per certi versi più pervasivo, con in più quel senso di smarrimento che deriva dall’aver scoperto che la tecnologia non ha mantenuto la promessa di liberare l’uomo dalle sue sofferenze.

Periodicamente si sente ripetere che la cultura italiana risente ancora dell’idealismo crociano e che ci sarebbe bisogno di maggiore “cultura scientifica” (il leit motiv viene ripetuto al momento delle iscrizioni all’Università da chi invita i giovani a disertare le facoltà umanistiche).

Croce probabilmente avrebbe detto che questa contrapposizione è fuori luogo.

Ma dalle sue parole emerge l’importanza fondamentale che, di fronte ai problemi piccoli e grandi, ha la visione etica che ogni individuo dovrebbe avere di sé e del mondo, ovvero quello che oggi viene chiamato “saper essere”.

La tecnologia pone problemi enormi: ne hanno consapevolezza coloro che la usano? Faccio un esempio: lo scandalo Cambridge analytica, ovvero l’uso dei social network per manipolare le scelte elettorali delle persone. Chi ha realizzato gli strumenti tecnologici che rendono possibile tutto ciò si è posto il problema della accettabilità sul piano etico di ciò che stava facendo? Esempi analoghi, oltre che per l’informatica, si possono fare per la biologia, per la medicina, per la matematica che produce i derivati finanziari, e così via.

La cultura scientifico/tecnologica deve procedere di pari passo con la cultura etico/morale.

E per quel che riguarda la formazione dei tecnologi, il problema non si risolve insegnando qualche ora di filosofia nei corsi di informatica o di biologia. Ma rendendo l’informatica e la biologia semplici specializzazioni dei corsi di laurea in scienze umanistiche.

 

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Intervento di Andrea Tomasi (Vita Trentina 30 settembre 2018)

 

 

 

Saper costruire (il senso di una metafora)

Saper costruire (il senso di una metafora) 

copertina3

 

Quando ero adolescente i miei genitori regalarono a me e mio fratello un libro che si intitolava «Saper costruire». Era edito in Italia da Mursia e spiegava come realizzare tante cose: dalle costruzioni in legno agli apparecchi elettronici (come, ad esempio, una piccola radio); dagli oggetti in vetro agli strumenti di ottica e così via. Per molti anni diventò una specie di guida per noi e per gli amici con i quali trascorrevamo il tempo libero.

Con l’andare degli anni ho capito che quel libro insegnava molto di più delle semplici procedure necessarie a realizzare qualcosa (dalla scelta dei materiali al processo di assemblaggio). Insegnava un abito mentale che mi ha aiutato nel prosieguo della vita e che oggi penso si stia smarrendo a causa del mutamento del contesto.

Ci faceva capire, ad esempio, che per costruire è importante il lavoro di squadra ovvero l’apporto di tante persone, ciascuna in ragione delle proprie caratteristiche e possibilità. Ma per ottenere ciò è fondamentale che tutti siano animati da uno spirito collaborativo. Al giorno d’oggi, però, domina la competizione spinta. E l’altro non viene visto come qualcuno con cui cooperare ma come qualcuno da vincere (atteggiamento che, naturalmente, innesca comportamenti speculari).

Ancora, ci insegnava a immedesimarci nell’impresa e nell’obiettivo comune: ricordo ancora la gioia quando la radiolina a onde medie alla cui costruzione ci eravamo dedicati per settimane, emise il suo primo segnale.

La caratteristica odierna è la precarietà del lavoro e dell’impegno. Si sa già in anticipo che tra qualche mese si lavorerà (sempre se si continuerà a lavorare) per qualcosa di diverso da quello che si sta facendo. L’immedesimazione nell’impresa è esclusa per definizione. E spesso non si ha modo neanche di capire quale sia l’obiettivo da perseguire, vista la parcellizzazione dei compiti e dei periodi di impiego.

Soprattutto insegnava che per costruire qualcosa di importante occorre tempo. Un investimento sul tempo e nel tempo. Oggi, in molti campi, si pretende che le imprese industriali e commerciali producano utili in tempi brevi. Alcune aziende calcolano il proprio orizzonte temporale nell’ordine dei trimestri. In queste condizioni è difficile che nasca l’innovazione vera e di qualità. E che dire dei partiti politici, spesso imperniati su una singola persona, che nascono e muoiono in funzione dell’esito di una singola elezione.

Tutti gli elementi appena visti fanno capire che alla base del «saper costruire» ci sono la motivazione e la concentrazione, due elementi che, però, il contesto attuale tende ad annacquare.

Saper costruire è una metafora. Essa non riguarda solo le pur indispensabili abilità mentali e manuali (per fare le cose occorre capire perché le si fa e come si possono fare meglio). Ma riguarda gli ingredienti di base del modo di vivere in comunità. L’individualismo, la competizione sfrenata, il tempo che coincide con il qui e ora non aiutano a imparare questo «sapere». Che poi altro non è che saper costruire il futuro. E, in definitiva, una risposta alla ricerca di senso.

Corriere del Trentino, 21 agosto 2018

Corriere dell'Alto Adige, 21 agosto 2018

 

 

 

Il dormiente nella valle e il mercante d'armi

Il dormiente nella valle e il mercante d'armi

Rimbaud marsiglia monumento battello ebbro jean amado 1

 

Arthur Rimbaud è stato il poeta che più ho amato nella mia adolescenza.
Scrisse liriche molto belle da giovanissimo e insieme ad altri poeti , definiti "maledetti", rivoluzionò il modo di fare poesia. Una delle tante forme di ribellione che egli incarnò.


Pensava che il poeta dovesse essere un "veggente": "Il poeta si fa veggente attraverso una lunga, immensa e ragionata sregolatezza di tutti i sensi".

E in una lettera ad un amico scrisse: «Il primo studio dell'uomo che voglia diventare poeta è la conoscenza di sé, intera; egli cerca la sua anima, l'indaga, la tenta, l'apprende. Dal momento che la conosce, deve coltivarla».

Tra le sue poesie più famose c'è "Il dormiente nella valle". Racconta la storia di un soldato ucciso (De Andrè certamente si ispirò ad essa quando scrisse "La guerra di Piero"). Quei versi figurano tra i componimenti contro la guerra più citati.

Nel suo processo di scavo dentro se stesso, Rimabud scrisse opere come "Una stagione all'inferno" e "Il battello ebbro".

Poi, d'un tratto, smise di scrivere. Finì a fare il mercante d'armi in Africa.

Quanta distanza tra il Rimbaud che commuove con "Il dormiente nella valle" e il Rimbaud mercante d'armi.
Cosa aveva visto Rimbaud nella sua anima?

A 37 anni rientrò in Francia a Marsiglia, dove a causa di una malattia contratta in Africa, gli fu amputata una gamba. Morì poco dopo. E Marsiglia ha dedicato un monumento (di Jean Amado) al poeta. E' quello ritratto nella foto e si chiama proprio "Il battello ebbro". Su una lapide posta in prossimità sono riportati alcuni versi di quel componimento

Conosco cieli che esplodono in lampi, e le trombe

E le risacche e le correnti: conosco la sera,

L'Alba che si esalta come uno stormo di colombe!

E a volte ho visto ciò che l'uomo ha creduto di vedere!

Chi è stato davvero Rimbaud? Un poeta maledetto o un maledetto mercante d'armi?

Esiste una linea che unisce tutte le esperienze di una persona? O una persona può cambiare totalmente?

Me lo chiedo perchè penso sempre a Rimbaud quando incontro persone contraddittorie. Quando incontro persone che uniscono al pensiero esaltante la miseria dei comportamenti.

 Rimbaud marsiglia monumento battello ebbro jean amado 2 Rimbaud marsiglia monumento battello ebbro jean amado 3  Rimbaud marsiglia monumento battello ebbro jean amado 4 

Rimbaud marsiglia monumento battello ebbro jean amado 5

Stampa, propaganda, maturità

Stampa, propaganda, maturità

propaganda

 

Una delle esperienze formative più importanti della mia vita l’ho avuta a 14 anni. La professoressa di Lettere del primo anno di liceo (si chiamava Galantino e voglio dirle, ovunque sia, che le sono ancora grato) ci invitò a portare in classe un quotidiano a scelta. Imparammo dalla semplice giustapposizione dei diversi giornali quanto importante sia: a) la scelta delle notizie; b) il risalto dato alle notizie; c) gli elementi delle notizie poste in esponente; d) i commenti alle notizie. I diversi giornali, infatti: a) “aprivano” con notizie diverse; b) omettevano notizie da altri espresse, viceversa, con molto risalto; c) enfatizzavano dettagli al contrario omessi da altri; d) commentavano in maniera differente le notizie.

I mezzi di informazione sono di fondamentale importanza. La Corte di Cassazione (sezione V penale; sentenza, 9 febbraio 2011, n. 15447) ha detto che si deve convenire “con la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo allorché afferma che i giornali sono i c.d. «cani da guardia» (watch-dog) della democrazia e delle istituzioni, anche giudiziarie (v., tra le tante, Kobenter e Standard c. Austria, caso n. 60899/00)”.

Bisogna essere consapevoli, però, che le fonti di informazione possono essere usate per esercitare un potere persuasivo e manipolativo. E’ addirittura superfluo ricordare due film che non a caso si chiamano “Quarto potere” e “Quinto potere”.

Un tempo esistevano i giornali “organi di partito” che venivano contrapposti alla cosiddetta “libera stampa”. I primi erano schierati per definizione, con la funzione di sostenere una certa tesi e “indottrinare” i lettori. La seconda (si diceva e si dice) è al servizio del lettore, fornisce teoricamente tutti i fatti (soprattutto quelli scomodi ai potenti), ospitano punti di vista differenti. Punto di onore di alcuni giornali è proprio quello di fare “libera stampa” e non propaganda.

La questione se esiste e se possa esistere una “libera stampa” si pone da tanto tempo. Oggi sono sotto gli occhi di tutti i giornali (di diverso orientamento) che tendono a piegare le notizie alle tesi che vogliono sostenere. Sia chiaro: è fisiologico ed anche giusto che un giornale abbia la sua “linea”. L’oggettività non esiste. E se un giornale non nasconde di avere un certo orientamento fa una operazione di meritevole trasparenza. Ma un conto è l’orientamento, altra cosa è, appunto, la propaganda. Uno dei giornali con cui collaboro, da qualche tempo ha cominciato una campagna martellante e a senso unico su un certo problema. Ho spedito un articolo che cercava di dimostrare come lo stesso problema potesse essere visto da un altro punto di vista. Il Direttore mi ha detto che l’articolo era ok. Salvo riscrivermi qualche giorno dopo per dirmi che nella confusione estiva è andato perso e che non era più possibile pubblicarlo. La mia collaborazione a quel giornale è giunta al capolinea. Ma questo è il meno. Da semplice lettore ho capito che non ha senso rinnovare l’abbonamento a quel giornale.

E questo è il punto. Cosa possiamo fare noi? Alcune operazioni sono semplici:

  1. Non fidarsi delle notizie gratuite. Se non sborsiamo soldi, stiamo semplicemente pagando in un’altra maniera (i. e.: stiamo accettando di essere manipolati).
  2. Non leggere mai una sola fonte su una certa informazione.
  3. Non prendere per oro colato quello che ci viene detto. Quando viene riportata la dichiarazione di qualcuno cercare la fonte originale (ad esempio: il profilo FB del politico) per leggere per intero quello che ha detto.
  4. Non cercare conferme, ma cercare dubbi. Non dobbiamo affezionarci alle tesi di un giornale. Innanzitutto perché può funzionare come al supermercato: vendono un prodotto a prezzo scontatissimo per poi rifarsi con la vendita di tutti gli altri prodotti. Così, ammaliati dalla notizia e dal commento che ci piace, beviamo come oro colato tutte le altre notizie che magari nascondono insidie.
  5. Dobbiamo leggere soprattutto le cose che ci mettono in imbarazzo. Quelle che fanno vacillare le nostre convinzioni. Per rispondere alla domanda: perché certe notizie ci mettono in imbarazzo? E da lì cominciare a riflettere su noi stessi.
  6. Non dobbiamo assecondare la tendenza ad essere più indulgenti con quelli che propugnano idee simili alle nostre. Con i nostri “amici” dobbiamo essere molto più esigenti di quanto non lo siamo con chi la pensa diversamente da noi.

In questi giorni c’è un gran lamento su come si è ridotto il nostro Paese. Possiamo ragionevolmente affermare che le radici di questo stato di cose affondano nel tempo. Molto lontano nel tempo. Forse nella nostra stessa indole e nel nostro modo di intendere la cittadinanza.

Nessuno può tirarsi fuori, perché il nostro Paese siamo noi.

I “cani da guardia” della democrazia siamo noi prima ancora dei giornali. Possiamo fare molto, nel nostro piccolo, per migliorare. Non con gli insulti. Non con il tifo. Non con la voglia di andare a comandare.  Semplicemente facendo le pulci a chi detiene un qualsivoglia potere. Sia che si tratti di un nostro nemico. Sia, soprattutto, se si tratta di uno che la pensa come noi.

 

19 agosto 2018

 

 

 

Reattività o proattività? (A proposito dei ponti sulla A14 e sulla A10)

esplosione bologna 4

 

Il giurista può guardare ai fenomeni in due modi diversi (ma connessi).

a) In un primo modo il giurista guarda i fenomeni alla luce del diritto vigente. Egli veste i panni dell’ “interprete” e definisce come si devono giudicare i fatti quando sono avvenuti. L’esempio tipico è quello del giudice chiamano a decidere chi deve essere ritenuto responsabile per l’incidente verificatosi sulla A14, presso Bologna, il 6 agosto 2018 quando una autocisterna piena di materiale infiammabile, tamponando un tir che la precedeva, ha innescato una esplosione e il conseguente crollo di un ponte autostradale in uno degli snodi viari più importante d’Italia (oltre a cagionare feriti e altri danni materiali, senza dimenticare l’unica vittima, ovvero il guidatore dell’autocisterna).

b) Ma il giurista può vestire anche i panni del cosiddetto “ingegnere sociale” (o, sotto altro profilo, dell’ ”architetto delle scelte”) che si preoccupa di disciplinare i rapporti sociali al fine, ad esempio, di imporre comportamenti che prevengano gli incidenti (le finalità che si possono perseguire sono infinite).

La logica che governa il paradigma a) è quella della rigorosa attribuzione delle responsabilità. Una logica che potremmo definire “reattiva”. In tale contesto è persino superfluo ribadire la necessità di rispettare il principio di non colpevolezza (specie se sono coinvolte responsabilità penali). Per attribuire le responsabilità occorrono i processi (con le connesse irrinunciabili garanzie) che mirano innanzitutto all’accertamento dei fatti. Questa attività (logicamente preliminare) è fondamentale perché l’accertamento dei fatti consente di capire le cause che hanno prodotto certi avvenimenti e di rimuoverle affinché non si verifichino più in futuro.

La logica che governa il paradigma b), è, invece, di tipo “proattivo”. Dopo aver compreso bene perché un certo fenomeno si verifica, si introducono delle misure (normative ma anche di altro tipo) per incidere sul fenomeno per prevenirlo, correggerlo e simili.

Quando si verifica un evento traumatico (come può essere il crollo di un ponte) parte (giustamente, sia chiaro) la caccia al responsabile. Le persone, cioè, sono in prevalenza attratte dalla logica “reattiva”. Ma toccherà ad avvocati e giudici lavorare per accertare le responsabilità e applicare, con tutte le garanzie, il diritto vigente.

Molte meno persone, invece, si lasciano attrarre dalla logica “proattiva”. Ovvero non dalla domanda: “chi è responsabile?”; bensì: “cosa occorre fare per evitare che episodi negativi e dannosi si producano di nuovo?”.

Faccio un esempio relativo all’incidente sulla A14 che ormai pare non interessare più a nessuno, ma che solo per miracolo non ha provocato decine di morti.

Un conto è la domanda: chi è responsabile? Altro discorso è chiedersi: il sistema che abbiamo scongiura o propizia incidenti del genere? Per rispondere a questa seconda domanda non è necessario attendere la risposta alla prima (e, quindi, l’accertamento delle responsabilità in quel caso concreto). Basta avere evidenze di altro tipo: si sa che una autocisterna in autostrada è una minaccia in sé. Allora perché non prevedere immediatamente una misura che imponga la presenza di due guidatori in cabina entrambi in grado di intervenire così che in caso di disattenzione di uno si può sperare che almeno l’altro agisca? Ovviamente non abbiamo la garanzia che si risolva il problema. Incidenti ce ne sarebbero: ma almeno si prova a ridurre il rischio (nella prospettiva indicata possono essere immaginate anche altre misure, ma non è questo il luogo per parlarne). E’ molto più facile condannare il singolo (anche senza processo) che non chiedersi quali misure “proattive” attuare. Anche perché spesso le misure tese ad ottenere maggiore sicurezza “costano” (come costa avere due autisti in cabina) e il “sistema” va verso una concorrenza al ribasso che penalizza proprio la sicurezza.

Con i necessari adattamenti, quanto detto può essere trasferito al crollo del ponte sulla autostrada a Genova avvenuto il 14 agosto 2018.

I fenomeni devono essere visti sia nella logica “reattiva” sia nella logica “proattiva”. Fermarsi alla prima è miope. Già sappiamo che un’altra cisterna esploderà su una autostrada e che un altro ponte crollerà.

17 agosto 2018

 

 

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