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L’attaccamento alle proprie idee rende faziosi (Norberto Bobbio)

L’attaccamento alle proprie idee rende faziosi (Norberto Bobbio)

Norberto Bobbio 1

 

Tra le cose che mi preoccupano di più, annovero lo smarrimento della capacità di dialogare in maniera civile. Contraltare dell’apatia, il dialogo tra sordi che scivola puntualmente nell’aggressione e nell’insulto sta minando la coesione sociale prima ancora che la democrazia.

Di seguito alcune riflessioni sull’argomento scritte da Norberto Bobbio nel 1996.

°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°

Sono sempre stato, o mi illudo di essere stato, un uomo del dialogo più che dello scontro. La capacità di dialogare e di scambiarsi argomenti, anziché accuse reciproche accompagnate da insolenze, sta alla base di una qualsiasi pacifica convivenza democratica. Del dialogo ho fatto non so quante volte l'apologia, pur senza averlo trasformato in un feticcio. Non basta parlarsi per intraprendere un dialogo. Non sempre coloro che parlano l'uno con l'altro parlano di fatto tra loro: ciascuno parla per sé stesso o per la platea che l'ascolta. Due monologhi non fanno un dialogo. Ci si può servire della parola per nascondere le proprie intenzioni più che per manifestarle, per ingannare l'avversario piuttosto che per convincerlo. Non solo ho fatto l'elogio del dialogo, ma l’ho a lungo praticato. Ho anche fatto esperienza del dialogo fra sordi, del dialogo in malafede, del finto dialogo in cui uno dei due interlocutori, se non tutti e due, sa già in anticipo dove vuole arrivare, fermamente convinto sin dall'inizio che non doveva retrocedere di un passo dalla posizione iniziale, del dialogo inconcludente, ed è il del caso più frequente, in cui alla fine ciascuno resta della propria idea e si conforta concludendo che il dialogo è stato particolarmente utile perché le idee gli sono diventate più chiare (il che non sempre è vero, spesso è falso). Il dialogo l'ho anche praticato, se non altro perché il cedere alla tentazione dello scontro, e talvolta, nonostante i buoni proponimenti ho ceduto, è un atto di debolezza. Non tutti i dialoghi sono arrivati alla fine. Spesso si sono persi per strada, ora per colpa dell'uno ora per colpa dell'altro. In questi ultimi tempi, lo riconosco, anche per colpa mia. I pensieri di una persona anziana tendono ad irrigidirsi. Ad una certa età si stenta a cambiare opinione. Si diventa sempre più ostinati nelle proprie convinzioni, più indifferenti a quelle degli altri. I novatori vengono guardati con sospetto. Sempre più affezionati alle vecchie idee e, nello stesso tempo, sempre più diffidenti verso le nuove. L’eccessivo attaccamento alle proprie idee rende più faziosi. Mi rendo conto io stesso che devo guardarmene.

(Norberto Bobbio, Introduzione a De Senectute e altri scritti autobiografici, Torino, Einaudi, 1996; ora in Norberto Bobbio, Etica e politica. Scritti di impegno civile, Milano, I Meridiani Mondadori, 2009, 1541-1542).

 

 

 

Asili per i non vaccinati? Una cattiva notizia

Vaccini: una cattiva notizia

asili alternativiEra nell’aria, ma adesso pare si stia passando ai fatti. I genitori convinti nel non vaccinare i propri figli, di fronte alla norma che preclude l’iscrizione dei bimbi non vaccinati alle scuole per l’infanzia e agli asili, si stanno organizzando creando degli asili “per non vaccinati”.

É una pessima notizia. Perché una legge naufraga, perché stiamo creando dei ghetti (dove non sappiamo chi esclude chi) sulla pelle dei bambini, perché stiamo superando il punto di non ritorno sotto tanti punti di vista.

Io penso quanto segue:

a) gli immunologi ci dicono (dati scientifici alla mano) che le vaccinazioni sono importanti e che occorre raggiungere la cosiddetta immunità di gregge vaccinando il 95% dei bambini. Bene. Questo è il punto di partenza ed è assodato. La competenza degli immunologi finisce qui;

b) come raggiungere l’obiettivo del 95% dei bambini vaccinati è un problema diverso. In questo campo le competenze necessarie sono quelle di chi studia le relazioni sociali e la reazione delle persone alle regole: giuristi, scienziati sociali, scienziati cognitivi;

c) ciò che rende ormai ingovernabile la situazione è la cosiddetta polarizzazione dei gruppi (un fenomeno che mostra come gli individui di un gruppo, quando devono prendere decisioni rispetto a problemi cauti e rischiosi, tendono ad estremizzare le loro posizioni iniziali). Tradotto vuol dire che i no vax tendono a radicalizzare le loro posizioni specie se aggrediti a priori. Io metto sullo stesso piano sia chi cerca voti criminalizzando i vaccini, sia chi cerca voti facendosi paladino della scienza (senza magari aver mai aperto un libro). La salute dei bambini è molto più importante del basso tornaconto politico (da una parte e dall’altra). Specie se il tornaconto politico alimenta la polarizzazione delle posizioni che è davvero il danno peggiore;

d) chi pensa che il diritto sia solo un insieme di comandi e di divieti sanzionati (in caso di inosservanza) da pene afflittive deve giustificare questo insuccesso rappresentato dai genitori che si fanno gli asili per conto proprio infischiandosene di una legge dello stato; chi pensa che il diritto abbia a disposizione strumenti più sofisticati può ancora dire qualcosa (pur nella difficoltà rappresentata dal clima avvelenato e probabilmente irreversibile dovuto ai callidi che hanno voluto la polarizzazione). Ne parlo qui e qui;

e) la vicenda degli “asili in proprio” dimostra quanto sbagliato sia “mischiare” il diritto alla salute con il diritto all’istruzione. Sono cose diverse che devono restare diverse. Non capisco, ad esempio, perché i presidi accettino di fare gli “sceriffi” (ovvero verificare chi è vaccinato o no) e non chiedano che tale compito venga esercitato da chi sin dalla nascita dei bambini può e deve vigilare sulla vaccinazione dei bambini (ovvero i pediatri, peraltro pagati dal SSN);

f) da persona che crede all’utilità dei vaccini, sono molto preoccupato dalla piega che ha preso la situazione. Una risposta finalmente razionale al problema può partire dal chiedersi come mai la percentuale più alta di genitori no vax in Italia si registri nella Provincia di Bolzano: uno dei territori dove c’è maggiore benessere e certamente quello più vicino all’osmosi con culture straniere.

 

 

Progresso tecnico e progresso morale (a proposito di un articolo di Benedetto Croce)

Progresso tecnico e progresso morale (a proposito di un articolo di Benedetto Croce)

croce benedettoPiù di 70 anni fa, il 21 settembre 1947, Benedetto Croce pubblicò sul Corriere della Sera un editoriale dal titolo «Progresso tecnico e morale». In estrema sintesi (l’articolo completo è riportato nella foto) egli esponeva 4 concetti:

1) La vita si muove per contrasti. Ben può essere, quindi, che sorga un contrasto tra progresso tecnico e progresso morale.

2) E’ possibile che ci siano abusi della tecnica, come è possibile che si abusi del pensiero. Ma la l’insorgenza di abusi non ci deve far rinunciare né al progresso del pensiero né al progresso della tecnica.

3) Storicamente il progresso delle scienze e della tecnica è coinciso anche con il progresso del pensiero etico e filosofico. E alle conquiste tecnologiche dell’età moderna ha fatto riscontro (anche come esito di guerre sanguinose) la “fede” nella libertà e nelle istituzioni correlate.

4) Oggi (per Croce era il 1947) c’è una convergenza tra interesse economico, forza politico/militare e progresso della tecnica. Questa tendenza può innescare una lotta proprio contro gli ideali umani. Ma a trionfare sarà sempre la vita morale dell’uomo (che vive al fondo delle coscienze dei suoi stessi feroci avversari).

Benedetto Croce scriveva queste cose all’indomani della seconda guerra mondiale. Quando parlava di tecnologia non poteva non avere in mente lo scempio della bomba di Hiroshima che dell’uso distorto della tecnologia può essere considerato il simbolo (ma già nel 1935, Salvatore Quasimodo, nella poesia “Uomo del mio tempo” aveva stigmatizzato “la tua scienza esatta persuasa allo sterminio”).

70 anni dopo il dominio tecnologico è tutt’altra cosa. Per certi versi più pervasivo, con in più quel senso di smarrimento che deriva dall’aver scoperto che la tecnologia non ha mantenuto la promessa di liberare l’uomo dalle sue sofferenze.

Periodicamente si sente ripetere che la cultura italiana risente ancora dell’idealismo crociano e che ci sarebbe bisogno di maggiore “cultura scientifica” (il leit motiv viene ripetuto al momento delle iscrizioni all’Università da chi invita i giovani a disertare le facoltà umanistiche).

Croce probabilmente avrebbe detto che questa contrapposizione è fuori luogo.

Ma dalle sue parole emerge l’importanza fondamentale che, di fronte ai problemi piccoli e grandi, ha la visione etica che ogni individuo dovrebbe avere di sé e del mondo, ovvero quello che oggi viene chiamato “saper essere”.

La tecnologia pone problemi enormi: ne hanno consapevolezza coloro che la usano? Faccio un esempio: lo scandalo Cambridge analytica, ovvero l’uso dei social network per manipolare le scelte elettorali delle persone. Chi ha realizzato gli strumenti tecnologici che rendono possibile tutto ciò si è posto il problema della accettabilità sul piano etico di ciò che stava facendo? Esempi analoghi, oltre che per l’informatica, si possono fare per la biologia, per la medicina, per la matematica che produce i derivati finanziari, e così via.

La cultura scientifico/tecnologica deve procedere di pari passo con la cultura etico/morale.

E per quel che riguarda la formazione dei tecnologi, il problema non si risolve insegnando qualche ora di filosofia nei corsi di informatica o di biologia. Ma rendendo l’informatica e la biologia semplici specializzazioni dei corsi di laurea in scienze umanistiche.

 

Post articolo

Intervento di Andrea Tomasi (Vita Trentina 30 settembre 2018)

 

 

 

Saper costruire (il senso di una metafora)

Saper costruire (il senso di una metafora) 

copertina3

 

Quando ero adolescente i miei genitori regalarono a me e mio fratello un libro che si intitolava «Saper costruire». Era edito in Italia da Mursia e spiegava come realizzare tante cose: dalle costruzioni in legno agli apparecchi elettronici (come, ad esempio, una piccola radio); dagli oggetti in vetro agli strumenti di ottica e così via. Per molti anni diventò una specie di guida per noi e per gli amici con i quali trascorrevamo il tempo libero.

Con l’andare degli anni ho capito che quel libro insegnava molto di più delle semplici procedure necessarie a realizzare qualcosa (dalla scelta dei materiali al processo di assemblaggio). Insegnava un abito mentale che mi ha aiutato nel prosieguo della vita e che oggi penso si stia smarrendo a causa del mutamento del contesto.

Ci faceva capire, ad esempio, che per costruire è importante il lavoro di squadra ovvero l’apporto di tante persone, ciascuna in ragione delle proprie caratteristiche e possibilità. Ma per ottenere ciò è fondamentale che tutti siano animati da uno spirito collaborativo. Al giorno d’oggi, però, domina la competizione spinta. E l’altro non viene visto come qualcuno con cui cooperare ma come qualcuno da vincere (atteggiamento che, naturalmente, innesca comportamenti speculari).

Ancora, ci insegnava a immedesimarci nell’impresa e nell’obiettivo comune: ricordo ancora la gioia quando la radiolina a onde medie alla cui costruzione ci eravamo dedicati per settimane, emise il suo primo segnale.

La caratteristica odierna è la precarietà del lavoro e dell’impegno. Si sa già in anticipo che tra qualche mese si lavorerà (sempre se si continuerà a lavorare) per qualcosa di diverso da quello che si sta facendo. L’immedesimazione nell’impresa è esclusa per definizione. E spesso non si ha modo neanche di capire quale sia l’obiettivo da perseguire, vista la parcellizzazione dei compiti e dei periodi di impiego.

Soprattutto insegnava che per costruire qualcosa di importante occorre tempo. Un investimento sul tempo e nel tempo. Oggi, in molti campi, si pretende che le imprese industriali e commerciali producano utili in tempi brevi. Alcune aziende calcolano il proprio orizzonte temporale nell’ordine dei trimestri. In queste condizioni è difficile che nasca l’innovazione vera e di qualità. E che dire dei partiti politici, spesso imperniati su una singola persona, che nascono e muoiono in funzione dell’esito di una singola elezione.

Tutti gli elementi appena visti fanno capire che alla base del «saper costruire» ci sono la motivazione e la concentrazione, due elementi che, però, il contesto attuale tende ad annacquare.

Saper costruire è una metafora. Essa non riguarda solo le pur indispensabili abilità mentali e manuali (per fare le cose occorre capire perché le si fa e come si possono fare meglio). Ma riguarda gli ingredienti di base del modo di vivere in comunità. L’individualismo, la competizione sfrenata, il tempo che coincide con il qui e ora non aiutano a imparare questo «sapere». Che poi altro non è che saper costruire il futuro. E, in definitiva, una risposta alla ricerca di senso.

Corriere del Trentino, 21 agosto 2018

Corriere dell'Alto Adige, 21 agosto 2018

 

 

 

Il dormiente nella valle e il mercante d'armi

Il dormiente nella valle e il mercante d'armi

Rimbaud marsiglia monumento battello ebbro jean amado 1

 

Arthur Rimbaud è stato il poeta che più ho amato nella mia adolescenza.
Scrisse liriche molto belle da giovanissimo e insieme ad altri poeti , definiti "maledetti", rivoluzionò il modo di fare poesia. Una delle tante forme di ribellione che egli incarnò.


Pensava che il poeta dovesse essere un "veggente": "Il poeta si fa veggente attraverso una lunga, immensa e ragionata sregolatezza di tutti i sensi".

E in una lettera ad un amico scrisse: «Il primo studio dell'uomo che voglia diventare poeta è la conoscenza di sé, intera; egli cerca la sua anima, l'indaga, la tenta, l'apprende. Dal momento che la conosce, deve coltivarla».

Tra le sue poesie più famose c'è "Il dormiente nella valle". Racconta la storia di un soldato ucciso (De Andrè certamente si ispirò ad essa quando scrisse "La guerra di Piero"). Quei versi figurano tra i componimenti contro la guerra più citati.

Nel suo processo di scavo dentro se stesso, Rimabud scrisse opere come "Una stagione all'inferno" e "Il battello ebbro".

Poi, d'un tratto, smise di scrivere. Finì a fare il mercante d'armi in Africa.

Quanta distanza tra il Rimbaud che commuove con "Il dormiente nella valle" e il Rimbaud mercante d'armi.
Cosa aveva visto Rimbaud nella sua anima?

A 37 anni rientrò in Francia a Marsiglia, dove a causa di una malattia contratta in Africa, gli fu amputata una gamba. Morì poco dopo. E Marsiglia ha dedicato un monumento (di Jean Amado) al poeta. E' quello ritratto nella foto e si chiama proprio "Il battello ebbro". Su una lapide posta in prossimità sono riportati alcuni versi di quel componimento

Conosco cieli che esplodono in lampi, e le trombe

E le risacche e le correnti: conosco la sera,

L'Alba che si esalta come uno stormo di colombe!

E a volte ho visto ciò che l'uomo ha creduto di vedere!

Chi è stato davvero Rimbaud? Un poeta maledetto o un maledetto mercante d'armi?

Esiste una linea che unisce tutte le esperienze di una persona? O una persona può cambiare totalmente?

Me lo chiedo perchè penso sempre a Rimbaud quando incontro persone contraddittorie. Quando incontro persone che uniscono al pensiero esaltante la miseria dei comportamenti.

 Rimbaud marsiglia monumento battello ebbro jean amado 2 Rimbaud marsiglia monumento battello ebbro jean amado 3  Rimbaud marsiglia monumento battello ebbro jean amado 4 

Rimbaud marsiglia monumento battello ebbro jean amado 5

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