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Giuristi si diventa. Terza edizione

07/03/2019

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by Giovanni Pascuzzi

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Insegnare all'Università

30/09/2018

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Rapporti di vicinato

26/05/2010

Rapporti di vicinato

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I rapporti di vicinato

26/05/2010

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Il diritto dell'era digitale. Terza edizione

24/01/2010

Il diritto dell'era digitale. Terza edizione

by Giovanni Pascuzzi

Categoria: Libri

Roboetica: quali principi?

Quali principi per la roboetica?

 

 

icubIl Festival dell’Economia di quest’anno ha dedicato ampio spazio ai robot intelligenti: macchine sempre più sofisticate che, grazie ad algoritmi complessi e spesso poco fruibili, sono in grado di imparare e di prendere decisioni in maniera autonoma.

Lo scenario che esse schiudono è affascinante e inquietante al tempo stesso. Da un lato, infatti, si possono immaginare situazioni nelle quali i robot aiutano l’uomo: si pensi alle automobili senza guidatore; ovvero agli strumenti che affrancano da lavori usuranti nelle catene di montaggio; o, ancora, ai cosiddetti “robot medici”. Dall’altro si affacciano paure connesse alla consapevolezza che molti posti di lavoro andranno persi e che questi aggeggi potrebbero prendere decisioni suscettibili di rappresentare altrettante minacce per gli esseri umani.

Per fronteggiare tali rischi, in giro per il mondo, sono state elaborate alcune “Carte dei valori” ai quali robotica e intelligenza artificiale dovrebbero ispirarsi. Esse si rivolgono agli ingegneri e agli informatici, ovvero ai soggetti che sono in grado di costruire i robot e i software che li guidano. In sostanza si chiede loro di “incorporare” determinati valori negli algoritmi che realizzano in modo che i robot si uniformino ad essi.

Il Parlamento Europeo, ad esempio, ha elaborato una “Carta della robotica” (allegata ad una Risoluzione del 16 febbraio 2017, in materia di “Norme di diritto civile sulla robotica”). Ma ne esistono anche altre elaborate da istituzioni diverse: l’Università di Montreal o il “Future of life institute”, per citarne alcune. Ciò che colpisce, leggendo queste Carte dei valori, è che esse sono variegate e a volte contraddittorie.

Un richiamo comune è certamente quello che chiede a ricercatori e progettisti di agire in modo responsabile, tenendo pienamente conto della necessità di rispettare la dignità, la privacy, la sicurezza e in generale i diritti fondamentali delle persone evitando forme di discriminazione.

Un “valore” enfatizzato è anche quello della trasparenza: dovrebbe essere sempre possibile comprendere la logica che il robot ha usato nel prendere la decisione riproducendo i calcoli in una maniera comprensibile per l’uomo.

Ma poi si scopre che, nelle diverse “Carte” emergono anche “valori” diversi da quelli più intuitivi appena richiamati. Così si vorrebbe che i robot favoriscano la giustizia e l’inclusione sociale; promuovano la prosperità e il benessere degli individui; evitino la corsa agli armamenti; rispettino i valori degli umani e l’ordine costituito; non agiscano con malvagità; promuovano la conoscenza evitando le manipolazioni; assicurino una equa transizione; e così via.

I valori elencati da ultimo, appaiono ora in una ora in un’altra delle Carte esistenti. La mancanza di omogeneità ci fa capire che non abbiamo ancora le idee abbastanza chiare su ciò che ci aspetta e che semplicemente stiamo proiettando da un lato le nostre aspettative e dall’altra le nostre paure: prima fra tutte quella che la situazione ci sfugga di mano.

Ma conviene richiamare un dato. Il Parlamento Europeo, nella Risoluzione citata, auspica l’introduzione di un sistema globale dell’Unione Europea per la registrazione di tutti i robot avanzati. Qualcosa di simile all’istituzione di un “registro dello stato civile dei robot”. La finalità è quella di agevolare la tracciabilità delle macchine anche al fine di poter fruire di eventuali fondi assicurativi nel caso si subisca un danno. Ma, per altro verso, l’idea del registro evidenzia l’esistenza di una comunità, la comunità dei robot che sempre più avrà relazioni anche emotive con gli umani. Forse sarà proprio questo il vero banco di prova della roboetica perché particolarmente innervato di decisioni morali. Dei robot.

 

Vita Trentina, 17 giugno 2018

 

 

 

 

Insegnare "conoscenze" o "competenze"?

Insegnare "conoscenze" o "competenze"?

 

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Dalla scuola primaria all’università, le agenzie formative sono diventate teatro di una contrapposizione tra paladini delle conoscenze e sostenitori delle competenze. L’impostazione più tradizionale pone particolare enfasi sulla trasmissione delle «discipline» (matematica, storia, geografia, eccetera). Altri sottolineano, invece, la necessità di far acquisire delle «competenze»: capacità di risolvere problemi, comunicare, imparare a imparare e così via. Tale diverso approccio è fatto proprio dall’Unione europea.

In rete si possono trovare appelli di docenti che chiedono di abbandonare la formazione basata sulle competenze perché sarebbe unicamente orientata alla necessità del mondo del lavoro e propizierebbe un apprendimento poco approfondito e acritico. Sul versante opposto c’è chi sposa totalmente la logica delle competenze e i suoi derivati (vedi prove Invalsi) denunciando come obsoleta ogni diversa impostazione. A uno sguardo superficiale può sembrare che la contrapposizione si riassuma in un’antitesi inconciliabile: chi conosce davvero è un perfetto incompetente, mentre il vero competente è colui che non sa (non conosce) alcunché.

Ai sostenitori dell’apprendimento tout court conviene ricordare quanto emerge dalla mostra sul Sessantotto aperta recentemente a Sociologia; in particolare il movimento nato a Berkeley nel 1964 che fu tra i prodromi della rivolta studentesca. Nel libro «Viaggio americano» Fernanda Pivano spiega che a Berkeley i giovani contestavano l’università come «fabbrica di nozioni» avulsa dalle loro esigenze esistenziali; un ateneo, ricorda Pivano, al servizio del governo e dell’industria. Il rischio di puntare solo sul sapere disciplinare è quello di avere una formazione avulsa dai bisogni delle persone e dai contesti in cui si opera.

Agli entusiasti delle competenze, conviene ricordare che il «saper fare» staccato da solidi quadri di riferimento teorici non porta da alcuna parte. E che non si può annoverare, come fa la Ue, tra le competenze chiave lo «spirito imprenditoriale» senza arrendersi alla nefasta idea che la conoscenza esista solo se «utile» all’impresa. Tra conoscenza e competenza non c’è alcuna contraddizione, ma si alimentano a vicenda: anche «saper pensare» e «saper criticare» sono delle «competenze». La vera scommessa è farle recepire entrambe. Il difficile, infatti, è insegnare a essere interi.

Corriere del Trentino, 23 maggio 2018


 

 

 

 

Ma davvero ha senso parlare di "offerta politica"?

 [Ripropongo alcune considerazioni scritte 5 anni fa]

offerta 2La deriva aziendalistica che da tempo innerva il nostro vivere quotidiano non ha risparmiato la politica. Una riprova è costituita dall'uso di espressioni come «partiti-azienda» o «partiti-marchio», nei quali il nome del politico famoso di turno campeggia sul simbolo come un vero e proprio brand.

È utile svolgere qualche considerazione in ordine a un'altra espressione riconducibile al medesimo lessico specialistico: «offerta politica». Essa sottintende l'esistenza anche di una «domanda politica». In tale logica le elezioni non sarebbero altro che il luogo in cui queste tipologie di domanda e di offerta si incontrano: il particolare tipo di «mercato» dove l'elettore-consumatore può esprimere i propri gusti.


Tralasciando i fenomeni patologici come il voto di scambio, e rimanendo sul piano delle implicazioni sottese al punto di vista adottato, ciò che non è chiaro, almeno a me, è cosa si venda in questo mercato: un prodotto o un servizio? Un'idea di società o i candidati che sostengono di farsene propugnatori? La soluzione equa dei problemi di tutti o qualche buono di benzina?


L'alta percentuale di astensione registrata alle ultime elezioni provinciali [del 2013] sembrerebbe dimostrare che una quota consistente e del tutto inusuale di elettori-consumatori trentini abbia trovato insoddisfacente l'offerta politica attualmente a disposizione (anche se al calo della domanda, in questi casi, non corrisponde nessuna quota di invenduto: i 35 posti a disposizione sono stati comunque allocati). Cosa ha spinto tante persone a disertare le urne? I prodotti non sono stati posizionati in maniera ottimale? Mancavano di qualità? Non erano sufficientemente differenziati? Oppure sono stati deficitari i «consigli per gli acquisti»? O le proposte non erano «redditizie» in termini di consenso?


Non è facile dare ragione dell'astensionismo. C'è da credere, però, che a cagionarlo contribuisca la consapevolezza sempre più diffusa che la politica non si possa assimilare alle tematiche proprie della tutela del consumatore e delle eventuali connesse pratiche di pubblicità ingannevole; ma sia qualcosa che abbia a che fare, e che muova, cose molto più profonde. Cose che ci fanno appassionare e che ci dicono se valga la pena vivere. Cose che abbiano a che fare con i valori ultimi, quelli per cui hanno deciso che valesse la pena anche di morire quanti ci hanno restituito il diritto di votare.

A costo di apparire retorici, la politica può essere veicolo della stessa ricerca di senso. Certi beni non si trovano però sugli scaffali di un supermercato. Nulla c'è di male nel concepire il mondo in termini di domanda e offerta. Ma forse, per un numero sempre maggiore di persone, la politica dovrebbe essere altro.

Corriere del Trentino, 1° novembre 2013

 

 

 

Le istituzioni e l'uso delle parole (a proposito del "Dolomiti pride")

Le istituzioni e l'uso delle parole (a proposito del "Dolomiti pride")

 

paroleLa Provincia di Trento, si sa, ha negato il patrocinio alla parata organizzata nell’ambito del «Dolomiti pride». Vorrei soffermarmi sul perché di una simile decisione: nel provvedimento si sostiene che la parata «assume un aspetto più di folclore ed esibizionismo che sicuramente non apporta alcun contributo alla crescita e valorizzazione della società trentina e della sua immagine».

È una motivazione infelice. Si sottolinea, in chiave fortemente avversa, il carattere folcloristico ed esibizionistico dell’iniziativa. Si deve considerare, però, che il folclore individua un insieme di contenuti culturali che nulla hanno di negativo. Anzi. Qui si ha talmente a cuore tale aspetto al punto da affidare al Museo degli usi e costumi della gente trentina, tra gli altri, lo scopo di «raccogliere e valorizzare i materiali che si riferiscono al folclore» (articolo 24 della legge provinciale 15 del 2007 sulle attività culturali).

In questo caso, invece, il folclore assume un contenuto valoriale simmetrico, deteriore, stigmatizzabile. La parola viene usata con una valenza opposta a quella usuale e diventa strumento per irridere una comunità di persone: un modo di dire che ciò che esse fanno non è serio. Le parole possono diventare lame taglienti o ingiurie.

Ma c’è di più. Compulsando un motore di ricerca su internet, ci si accorge che i termini «folclore ed esibizionismo» (ovvero «folclore esibizionistico» o «esibizionismo folcloristico») si ripetono come una litania in tutti gli scritti di quanti attaccano il gay pride e le posizioni delle comunità che a esso danno vita. Nel diniego non c’è insomma un’asettica valutazione dell’esistenza dei presupposti richiesti dalla legge per la concessione del patrocinio: c’è un’adesione, anche lessicale, a (pre)giudizi politici di parte.

La motivazione della contrarietà finisce per condannare le modalità della manifestazione, ovvero lo strumento che una comunità sceglie per affermare la propria esistenza e per vedersi riconosciuti alcuni diritti. Un po’ come dire: puoi portare avanti le tue idee ma devi farlo in un modo che vada bene a me. Certe prese di posizione, dunque, sono in grado di fare male. Quando è il pubblico potere a usufruirne al fine di esprimere disprezzo c’è qualcosa che non funziona. La scelta di respingere il patrocinio probabilmente dimostra che di manifestazioni come il «Dolomiti pride» c’è bisogno.

Corriere del Trentino, 8 maggio 2018

 

Quale metodologia per la formazione dell'Avvocato?

III conferenza sciole UCPI

 

 Si è tenuta, il 5 maggio 2018, a Roma, la III conferenza nazionale delle Scuole dell'Unione delle Camere penali italiane.

Ho parlato della metodologia per la formazione dell'avvocato.

A questo indirizzo le slides

 

 

 

 

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