Giovanni Pascuzzi

Tracce digitali di GIOVANNI PASCUZZI

Pubblicazioni

Prossimi eventi

Nessun evento trovato

Libri recenti

Il problem solving nelle professioni legali

27/09/2017

Il problem solving nelle professioni legali

by Giovanni Pascuzzi

Categoria: Libri


Il diritto dell'era digitale

11/10/2016

Il diritto dell'era digitale

by Giovanni Pascuzzi

Categoria: Libri (curatore)

Avvocati formano avvocati

23/05/2015

Avvocati formano avvocati

by Giovanni Pascuzzi

Categoria: Libri

La creatività del giurista

22/05/2013

La creatività del giurista

by Giovanni Pascuzzi

Categoria: Libri

Giuristi si diventa. Seconda edizione

22/05/2013

Giuristi si diventa. Seconda edizione

by Giovanni Pascuzzi

Categoria: Libri


Comparative Issues in the Governance of Research Biobanks

01/02/2013

Comparative Issues in the Governance of Research Biobanks

by Umberto Izzo, Matteo Macilotti, Giovanni Pascuzzi

Categoria: Libri (curatore)

Chi è online

Abbiamo 196512 visitatori e nessun utente online

Maria di Nazaret

Maria di NazaretMaria di Nazaret

Maria di Nazaret, madre di Gesù, è il perno della religione cristiana.

I Vangeli poco ci dicono sulla sua figura storica. Marco riferisce solo di un incontro tra Madre e Figlio (Mc 3, 33). Matteo ci dice che Maria restò incinta per opera dello Spirito Santo (Mt 1, 16, 18). Luca racconta dell’Angelo che Le dice “Ti saluto, o piena di grazia, Il signore è con Te…concepirai un Figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù” (Lc 1, 26). Nel Vangelo di Giovanni, la Madre compare durante le nozze di Cana (Gv 2) 3 sotto la Croce (Gv 19, 25 ss.).

Ma è proprio su Maria che la religione cristiana deve far leva per affermare alcuni suoi capisaldi, al punto da edificare 4 dogmi:

1) Verginità perpetua. Serve a fondare la natura divina di Gesù. L’essere nato da una donna ne garantiva la piena umanità, ma la sua nascita verginale (prima, durante e dopo il parto) implicava l’assoluta iniziativa divina.

2) Maternità divina. Dio, per venire al mondo, sceglie di nascere da donna, come tutti gli altri uomini.

3) Immacolata concezione (da non confondere con il dogma 1). Maria è immune dal peccato originale fin dal momento del suo stesso concepimento (1854, bolla Eneffabilis Deus, Pio IX).

4) Assunzione in cielo. Riguarda la destinazione finale di Maria. Nel 1950 si è stabilito che “L’Immacolata Madre di Dio, sempre vergine Maria, terminato il corso della sua vita terrena, fu assunta in corpo e anima nella gloria celeste” (costituzione apostolica Munificentissimus Deus).

Ma al di là delle citazioni testuali e della rilevanza teologica, il culto mariano ha conosciuto una diffusione crescente.

Maria di Nazareth è adorata dai Cristiani di Oriente e di Occidente. Ad essa sono dedicati molti santuari ed una copiosissima iconografia: non secondaria quella che la ritrae con la pelle nera (nero è il colore della terra fertile). Rilevante è anche il numero delle sue “apparizioni”.

Maria di Nazareth è un ponte tra culture se è vero che il Corano a Lei dedica l’intera Sura XIX e che santuari mariani esistono in molti paesi di area musulmana nei quali cristiani e islamici venerano la stessa Madonna.

Maria di Nazareth ha attraversato la storia della spiritualità occidentale (si pensi al conflitto tra francescani e domenicani sulla Immacolata concezione), è stata usata dai potenti come simbolo dell’ortodossia romana (intere nazioni sono state consacrate alla Vergine), alcuni l’hanno vista come “mediatrice, avvocata e corredentrice”, a Lei molti si sono totalmente affidati (si rammenti il “Totus Tuus” di Giovanni Paolo II). Anche il femminismo ha dovuto occuparsene: Maria è modello di oppressione o di liberazione?

La letteratura su Maria di Nazareth è sconfinata. Il libro di Adriana Valerio è una chiave per ricostruire, in maniera chiara e puntuale, i contorni di una figura senza uguali. Che forse risponde al bisogno profondo di essere accolti, nutriti e protetti.

 

 

Il fascino degli indicatori nelle Università

indicatoreIl fascino degli indicatori nelle Università.

Lo scorso settembre sul Sole24ore era apparso un mio articolo sugli indicatori nelle università.

Ho approfondito la riflessione in una nota apparsa sul Foro italiano

Giovanni Pascuzzi, Il fascino discreto degli indicatori: quale impatto sull'Università?

Il Foro Italiano, 2017, I, 2549

 

 

 

Un caso di malaria, l'ospedale di Trento e le conclusioni affrettate della Ministra della Sanità

Un caso di malaria, l'ospedale di Trento e le conclusioni affrettate della Ministra della Sanità

Corriere del Trentino, 7 novembre 2017

 

malariaLa vicenda della piccola Sofia (deceduta per aver contratto la malaria) è ritornata alla ribalta della cronaca nazionale. Secondo il Corriere della Sera «dalle prime indiscrezioni sui risultati delle analisi compiute dai consulenti tecnici per conto della Procura di Trento emergerebbe che il ceppo del parassita malarico che l’ha contagiata corrisponde a quello identificato in due bimbe del Burkina Faso, ricoverate a Trento quella stessa settimana. Prende corpo, quindi, l’ipotesi che a causare l’infezione sia stato il tragico errore di un sanitario».

La ministra della Sanità ha dichiarato all’Ansa: «Possiamo escludere assolutamente che la malaria sia stata presa in un contesto esterno all’ospedale di Trento. Questo mi sembra un conforto perché vuol dire che non abbiamo ceppi di zanzare che sono vettori malarici. Da un certo punto di vista siamo tutti più sicuri». La Procura di Trento afferma però di non aver ancora ricevuto nulla dai periti nominati, mentre i vertici dell’azienda sanitaria sostengono che tutti i protocolli sono stati rispettati (quindi viene esclusa la possibilità dell’uso scorretto di un ago, come invece adombrato dalle anticipazioni di stampa).

Forse conviene invitare tutti alla prudenza. La ministra sembra soddisfatta di poter addossare la responsabilità sul nosocomio del capoluogo al punto da dare per scontato che «le autorità competenti interverranno sull’ospedale di Trento nel modo più consono e appropriato possibile». La ministra emette già una sentenza inappellabile, e cade in una fallacia logica: il fatto che sia identico il ceppo malarico che ha colpito Sofia e le bimbe del Burkina Faso non comporta come conseguenza necessaria che non ci siano in Italia zanzare in grado di trasmettere la malaria. Si tratta di errori di ragionamento che nella logica deduttiva prendono il nome di «non sequitur» ovvero di «ignoratio elenchi».

Sarebbe bene attendere i risultati definitivi delle inchieste. Anche perché occorre sapere non solo come Sofia abbia contratto la malaria, ma anche perché per lei (a differenza delle altre bimbe ammalatisi) l’esito sia stato infausto: hanno inciso condizioni particolari del soggetto o altre cause, come ad esempio un ritardo nella diagnosi? Nel frattempo sarebbe bene evitare di istruire processi sommari e di considerarsi sicuri abbassando la guardia nei confronti di tutti i possibili agenti portatori della malattia (zanzare comprese).

 

Il disumano è nei dettagli

Il disumano è nei dettagli

 

disumano

L’invito a presenziare all’evento mi era giunto via mail a firma «lo staff». Dopo aver comunicato l’impossibilità di partecipare a causa di pregressi impegni, dallo stesso indirizzo mail mi giunge il rituale messaggio di rammarico per la mancata presenza ma stavolta la firma è «a nome di…».

Le dita sulla tastiera sono partite d’istinto prima che ogni controllo razionale potesse vagliare l’opportunità di quello che stavo facendo: ho chiesto la cortesia di conoscere il nome della persona che mi stava scrivendo. Quasi immediatamente arriva la risposta: «Buona sera, sono Anna Rossi (nome di fantasia), mi dica»: il tono sembrava quello di chi si aspetta un rimprovero per aver fatto qualcosa di sbagliato. Ma la mia intenzione era tutt’altra: «Grazie gentile Anna. Non mi piace dialogare con qualcosa di impersonale come “staff” o “a nome di”. Siamo persone. E volevo ringraziare una persona per avermi scritto». Anche la replica è arrivata immediata: «Ma ringrazio io Lei per la gentilezza e... l’umanità, così rara nel mondo (pur iper-connesso) di oggi».

Mi ha molto colpito l’uso della parola «umanità». Spesso ascoltiamo, specie da papa Francesco, denunce contro la disumanità del lavoro: quello che si svolge in condizioni che non garantiscono i livelli minimi di sicurezza, o che impone turni e orari massacranti impedendo di assecondare le più elementari esigenze affettive e familiari del lavoratore, o, ancora, che è guidato dai computer che tracciano, secondo per secondo, le attività riducendo gli esseri umani a pesci in un acquario.

Nel caso specifico, però, il concetto di umanità è stato usato in un’accezione diversa: come assoluta spersonalizzazione di ogni relazione lavorativa. Parlando del lavoro in fabbrica si ricorre ancora oggi al termine alienazione per indicare il soggetto che si applica solo alla prestazione a lui richiesta: come Charlie Chaplin che stringe bulloni alla catena di montaggio nel film «Tempi moderni». In questa vicenda il richiamo all’umanità ha fatto emergere, in maniera spontanea e gentile, il disagio che nasce dalla richiesta di identificarsi con un gruppo o con il nome di un altro. Una forma di spersonalizzazione che uccide identità e relazione, ovvero l’essenza stessa dell’esistenza.

Forse qualche lettore penserà che quanto segnalato non sia un grande problema. Certamente è un frammento del «disumano» che caratterizza la nostra epoca.

Corriere del Trentino, 21 ottobre 2017. Corriere dell'Alto Adige, 21 ottobre 2017.

Recensione a "Il problem solving nelle professioni legali"

Sul Corriere del Trentino del 20 ottobre 2017 è apparsa una recensione di Marika Damaggio a "Il problem solving nelle professioni legali", Mulino. La riproduco di seguito.

problem solver

La mano che prima stringeva l’altra s’è ritirata. Il patto fiduciario tra cittadini e tecnici, quell’incondizionata delega simbolicamente affidata a chi sa, a chi può, da tempo vacilla. «È proprio dal sistema democratico in quanto tale, cioè da quella fitta rete di istituzioni inventate con genialità e costruite con fatica dai nostri padri, che un numero sempre maggiore di loro figli e nostri contemporanei si sentono traditi e delusi», scriveva in Babel il compianto Zygmunt Bauman. Un disincanto che diventa frustrazione e mina quel sistema di regole che ha orientato i rapporti di autorità e le modalità della loro legittimazione. È da qui, allora, che è bene partire. Ossia dalla consapevolezza che gli attori deputati alla risoluzione dei problemi devono ri-acquisire autorevolezza e credibilità, migliorando il processo stesso che conduce alla soddisfazione del proprio compito.

Nel suo ultimo libro Giovanni Pascuzzi offre il suo contributo, aiutando i giuristi a misurarsi con la polisemia dei problemi che quotidianamente affrontano e dovranno affrontare. Il problem solving nelle professioni legali , edito da il Mulino, codifica così un metodo rigoroso, scientifico, seguendo le vie del razionalismo critico. «Il giurista può essere considerato un problem solver che affronta diverse tipologie di problemi ponendo in essere una serie di attività cognitive per giungere alla loro soluzione», scrive sin dalle prime righe l’autore, docente di diritto privato comparato all’università di Trento.

copertina problem solvingI destinatari della guida, un vero e proprio manuale di gestione dell’attività legale, sono principalmente avvocati, notai, magistrati, legislatori/regolatori di testi normativi. Tuttavia la platea è ben più ampia: al di là degli aspetti tecnico-formali (come si scrive un contratto o un atto di causa, per esempio) il percorso che conduce alla risoluzione dei problemi è agilmente applicabile ad altre professioni. Un caso su tutti: l’incontro con il cliente e le modalità con cui si svolge il colloquio per individuare il problema stesso costituiscono l’impalcatura di una qualsiasi relazione tra chi ha un bisogno e chi può soddisfarlo. In questo caso, infatti, oltre alle semplici competenze tecniche sono necessarie abilità comunicative, agilità nel porre le domande giuste e, citando Plutarco, dimestichezza nell’arte dell’ascoltare. «Nelle professioni legali – scrive Pascuzzi – i rapporti con le persone hanno una funzione primaria. Occorre, quindi, saper costruire le relazioni con i clienti che sono innanzitutto di natura fiduciaria: l’ascolto è lo strumento principale per ottenere questo. Non è un’impresa facile perché richiede impegno: ci si deve sforzare di capire il messaggio lanciato dal proprio interlocutore; bisogna dirigere la propria attenzione verso l’altro per entrare nel suo sistema di riferimento. Perché solo attraverso l’ascolto è possibile intendere, capire, percepire, cogliere, afferrare». Giurista, avvocato, notaio, ma anche counselor: il processo di risoluzione dei problemi, che è principalmente metodo, implica interdisciplinarietà. Scienze cognitive, psicologia sociale, scienze della comunicazione, pedagogia: l’approccio è olistico.

Ma la portata sociale della capacità di risolvere problemi dipanata nel volume si evince maggiormente riflettendo sul ruolo dei legislatori. «Siamo abituati a pensare che non esista problema della vita quotidiana, dal più piccolo al più grande, che non possa essere risolto con l’intervento del legislatore – scrive Pascuzzi – Singoli cittadini, associazioni, esponenti di categorie economiche, partiti politici invocano riforme legislative simili per risolvere problemi che vanno dalle regole per migliorare la qualità della vita, fino alle specifiche delle macchine per cucire». La normazione come risposta ai problemi di ogni tipo, per certi versi è rimasta immutata nel mezzo della crisi del patto fiduciario tra cittadini ed esperti. L’astrattezza della norma rimane garanzia, baluardo per la soddisfazione dei singoli (e più disparati) bisogni. Ecco, allora, che si palesa la responsabilità che grava sulle spalle del regolatore, ovvero il problem solver a cui Pascuzzi si rivolge illustrando passaggi minuziosi per codificare il problema, analizzarne i confini, valutarne il superamento, misurarne la ricaduta prevedibile. Tradotto: individuando non per forza la soluzione assoluta, pressoché inesistente, bensì quella scientificamente adatta tra le ipotesi percorribili. «Se il giurista rimane solo il tecnico della redazione delle norme sarà sempre più marginalizzato – spiega l’autore - Se diventerà il problem solver dei processi regolativi allora ritroverà a pieno il suo spazio». Seguendo il ritmo del ragionamento, allora, Pascuzzi invita a ridisegnare il perimetro della formazione del giurista, «a cominciare dagli skills del lavoro interdisciplinare e da quelli connessi alla creatività e all’innovazione». MARIKA DAMAGGIO.

Fotogallery

Fotogallery
Image Detail Image Download
Fotogallery
Image Detail Image Download
Insediamento_Se...
Image Detail Image Download
20170416_162017
Image Detail Image Download
relatore
Image Detail Image Download

Questo sito utilizza cookie per migliorare servizi ed esperienza dei lettori. Se decidi di continuare la navigazione consideriamo che accetti il loro uso.

  Accetti di proseguire la navigazione?