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Il diritto dell'era digitale. Terza edizione

24/01/2010

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by Giovanni Pascuzzi

Categoria: Libri

Se le penne sono tante

 

La metafora del supermercato nella scuola

Dai primi di agosto i grandi supermercati dedicano un ampio spazio espositivo a tutto ciò che serve agli scolari in vista dell’inizio del nuovo anno scolastico: si trovano in quantità industriale penne, matite, colori, quaderni e così via.

Tutti, da bambini-adolescenti, abbiamo vissuto l’emozione di un simile rituale: anche se, un tempo, l’acquisto del materiale scrittorio si effettuava nella cartoleria situata nelle vicinanze della scuola. Ciò che oggi colpisce è la quantità: in vendita, diversamente da allora, ci sono confezioni che contengono venti quaderni oppure cento penne policrome dentro e fuori. Il messaggio sembra essere che si sarà chiamati a scrivere tanto (magari!) con strumenti intercambiabili per foggia e colore al punto da rendere necessario predisporre ingenti scorte di biro, carta e simili.

Gli insegnanti lavorano sodo per la crescita culturale e umana dei nostri ragazzi: la gratitudine per loro aumenta con il tempo, ovvero quando si comprende appieno il ruolo fondamentale che hanno rivestito nelle nostre vite. L’apprendimento, però, è innescato anche dagli stimoli. E gli stimoli che oggi giungono sembrano tesi a privilegiare la quantità sulla qualità, l’esteriorità degli zaini griffati sull’approfondimento, il consumo sulla conoscenza.

Naturalmente l’esplosione di forme e colori non va demonizzata. Ma ai giovani si può rivolgere l’augurio di fare propri questi oggetti-strumenti: li usino fino a logorarli così che diventino il simbolo tangibile di un percorso di crescita. Io conservo ancora la penna che mi ha accompagnato dal liceo ai primi anni di università e con la quale ho redatto i temi dell’esame di maturità. Molti degli input odierni, purtroppo, sembrano invece risolversi in inviti alla dispersione: un’enfasi sugli oggetti che non cerca né la coerenza di un insieme, né la fatica della costruzione.

Le nuove attrezzature che ogni anno acquistiamo negli appositi stand dei supermercati possono diventare la metafora della rinuncia a tenere insieme le esperienze. Ma la scuola deve offrire l’esatto contrario: la possibilità di dare vita a un percorso originale nonché continuo nel quale sia possibile riconoscersi come persone. Ciò che alla fine altro non è che la testimonianza della ricerca di un senso. Apprendere ha tra l’altro anche il significato di «afferrare»: e non può essere afferrato ciò che si «consuma» senza lasciare traccia.

Corriere del Trentino, 13 settembre 2017

La logica perversa degli indicatori nelle Università

Sole 24 ore, 7 settembre 2017

La normazione recente in materia di Università abbonda di riferimenti ad indicatori dei tipi più diversi. Di seguito un breve inventario.

  1. Gli indicatori nei piani della performance universitaria. Le Università devono redigere il «Piano della performance», per individuare gli indirizzi e gli obiettivi strategici ed operativi (articolo 10, d. lgs. 150/2009). Nel piano devono essere specificati gli indicatori per la misurazione e la valutazione della performance dell'amministrazione.
  2. Gli indicatori nella programmazione strategica. Le Università devono seguire la logica dell’azione volta al perseguimento di obiettivi (si veda l’art. 1-ter del d.l. 7/2005). Negli allegati al d.m. 635/2016 sono contenuti gli indicatori in relazione ai più svariati obiettivi.
  3. Gli indicatori di bilancio. Le Università devono pubblicare il «Piano degli indicatori e risultati attesi di bilancio» (articolo 29, comma 2, d. lgs. 33/2013).
  4. Gli indicatori nella procedura di accreditamento delle sedi e dei corsi di studio. La legge 240/2010 (art. 5, comma 3, lett.a) ha introdotto un sistema di «accreditamento delle sedi e dei corsi di studio universitari fondato sull'utilizzazione di specifici indicatori per la verifica del possesso da parte degli atenei di idonei requisiti didattici, strutturali, organizzativi, di qualificazione dei docenti e delle attività di ricerca, nonché di sostenibilità economico-finanziaria».
  5. Gli indicatori nella VQR. La stessa legge (art. 5, comma 3, lett. b) ha introdotto anche un «sistema di valutazione periodica basato su criteri e indicatori dell'efficienza e dei risultati conseguiti nell'ambito della ricerca dalle singole università e dalle loro articolazioni interne». La VQR 2011-2014 è stata effettuata sulla base di indicatori dell’attività di ricerca delle strutture.
  6. Gli indicatori nella procedura per individuare i dipartimenti di eccellenza. La legge 232/2016, (art. 1, commi 319 e 320) ha istituito una procedura per selezionare i migliori Dipartimenti universitari ai quali giungeranno ingenti risorse. La selezione viene fatta in base all’ ISPD («Indicatore standardizzato della performance dipartimentale»). Esso tiene conto della posizione dei Dipartimenti nella distribuzione nazionale della VQR.
  7. Gli indicatori nella abilitazione scientifica nazionale (ASN). Anche le procedure relative alle progressioni di carriera fanno riferimento ad indicatori (articolo 1 del d.p.r. 95/2016, art. 1). Gli indicatori, in questo caso, servono a stabilire l’impatto della produzione scientifica.
  8. Gli indicatori della qualità e della efficacia della didattica.

L’articolo 2, comma 1, lettera p, della legge 240/2010 attribuisce ai Nuclei di valutazione presenti in ogni Ateneo «la funzione di verifica della qualità e dell'efficacia dell'offerta didattica, anche sulla base degli indicatori individuati dalle commissioni paritetiche docenti-studenti». L’esempio più intuitivo sono gli indicatori che popolano i questionari sulla valutazione della didattica che gli studenti sono chiamati a compilare.

Qualche considerazione di carattere generale.

  1. Nel volgere di pochi anni le Università sono state travolte dalla logica degli indicatori;
  2. il concetto di indicatore ha a che fare con la misurazione di qualcosa. Ma non bisogna dimenticare che non tutto può essere ricondotto a fenomeni che possono essere misurati. In più esistono fenomeni che non solo non sono misurabili ma non sono nemmeno osservabili, cionondimeno, appunto, esistono e svolgono ruoli fondamentali;
  3. gli indicatori sembrano avvolti da alone di «oggettività». Ma non c’è bisogno di scomodare l’epistemologia del ‘900 per ricordare che non esiste fenomeno osservato senza un osservatore e non esiste una misurazione sulla quale non influisca il soggetto che misura ovvero il punto di osservazione;
  4. la scelta degli indicatori non è mai neutra. I risultati cambiano sensibilmente sulla base dell’indicatore scelto. La classifica delle Università italiane stilata dal Sole 24 ore (http://www.ilsole24ore.com/speciali/classifiche_universita_2016/home.shtml) ha una peculiarità: può essere “personalizzata”. Collegandosi al sito ciascuno può “dosare” i diversi indicatori (ottenendo, di volta in volta, una classifica diversa);
  5. la scelta degli indicatori retroagisce sui comportamenti. Se si ricevono risorse maggiori quando gli studenti completano il corso di studio nei tempi previsti, può scattare qualche comportamento opportunistico. Se si considerano più importanti le pubblicazioni su riviste rispetto alle monografie si può arrivare a governare gli stili di riflessione di una intera branca del sapere;
  6. gli indicatori appartengono alla logica della misurazione quantitativa. Ma l’Università non produce unità di prodotto, ma qualcosa di molto più impalpabile ma anche di molto più importante. Questa logica sta snaturando l’Università;
  7. la rincorsa al rispetto degli indicatori sta minando la stessa possibilità di produrre pensiero critico e innovativo: l’indicatore è lo standard mentre l’innovazione è ciò che, per definizione, è fuori dallo standard;
  8. l’Università deve perseguire l’innovazione. Invece si assiste ad un morbido adattamento a queste nuove logiche. Il conformismo indotto è una delle cose che si può facilmente misurare andando in giro per gli Atenei italiani.

Riconoscere la leadership precedente

 

 

Nei giorni scorsi un’accesa polemica ha contrapposto Lorenzo Dellai a Ugo Rossi. L’ex governatore ha stigmatizzato la scelta politica degli ultimi anni di puntare meno sull’alta formazione in nome della «tanto invocata discontinuità». L’attuale presidente ha rivendicato il merito di aver operato risparmi virtuosi, ponendo così fine all’epoca delle «spese non cristalline».

L’episodio mi ha fatto venire in mente le riflessioni in materia di leadership. Gian Piero Quaglino, in un saggio intitolato «Immagini della leadership», ricorda che una delle qualità del bravo leader risiede nel riconoscere l’azione dei vertici precedenti. Specie in campo politico un’abitudine in voga nel nostro Paese porta ad additare i predecessori come responsabili di tutti i mali.

In Italia non c’è quasi nessuno che parli bene di Mario Monti (a cominciare dai presidenti del Consiglio che sono venuti dopo di lui) salvo dimenticare che il suo governo era sostenuto da gran parte del parlamento e che i provvedimenti varati non sono stati modificati se non in minima parte.

I leader sembrano ossessionati dal bisogno di dimostrare di essere diversi da chi li ha preceduti (anche perché così si accredita l’idea di essere immacolati). Una simile situazione fa sì che l’azione non sia dettata, in positivo, da ciò che si è e da ciò che si vuole, ma, in negativo, dal bisogno di dimostrare di non essere identici al passato. Un paradosso evidente: il leader precedente è comunque il punto di riferimento, finendo per essere vissuto come una presenza ingombrante e castrante.

La situazione diventa ancora più paradossale se, come nel fatto specifico, i due leader, vecchio e nuovo, sono espressione della stessa maggioranza politica. Nel caso di Rossi si aggiunge l’essere stato uno degli assessori di Dellai, per cui è ancora più arduo marcare le differenze. Anche sul piano delle responsabilità: se spese non cristalline sono state fatte, difficile sfuggire alla critica quantomeno dell’omesso controllo.

Sempre gli studiosi spiegano che i bravi leader, se coscienti delle proprie potenzialità, non solo non temono chi c’era prima, ma ne riconoscono il ruolo chiedendo ad esempio consiglio. Tale atteggiamento attribuisce grande autorevolezza e forza agli occhi della propria squadra di governo e dei cittadini, perché è l’unico modo di non vivere nel cono d’ombra del passato. Il leader migliore è quello che sa chi è e riesce a esserlo.

 

ANTEFATTO

30 agosto.  Lorenzo Dellai: “Ricerca i tagli preoccupano, mancano una regia di sistema”.

31 agosto. Presidente Ugo Rossi replica a Dellai: “Nessun taglio, risparmi virtuosi”.

1 settembre. Dellai controreplica: “Rossi mi ha risposto con rancore”. Rossi dice: polemica sguaiata che non ho iniziato io”.
 

Sciopero docenti universitari. Proposta ai Rettori delle Università italiane.

Sciopero docenti universitari. Proposta ai Rettori delle Università italiane.

Propongo che ogni Università destini l’ammontare complessivo delle trattenute che saranno operate sugli stipendi dei docenti che partecipano allo sciopero indetto dal “Movimento per la dignità della docenza universitaria” ad una specifica iniziativa nel campo del diritto allo studio da concordare con i rappresentanti degli studenti.


Propongo che ogni Ateneo, da parte sua, destini alla medesima iniziativa un importo pari all’ammontare complessivo delle trattenute che saranno operate sugli stipendi dei docenti che partecipano allo sciopero.


Se si raggiungesse un accordo a livello Crui, si potrebbe (con l'accordo del consiglio nazionale degli studenti universitari) destinare la somma delle risorse maturate in ogni Università ad un'unica iniziativa di rilevanza nazionale.

Anteprima copertina nuovo libro

In libreria dal 30 settembre

Il problem solving nelle professioni legali

 

 

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