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Le istituzioni e l'uso delle parole (a proposito del "Dolomiti pride")

Le istituzioni e l'uso delle parole (a proposito del "Dolomiti pride")

 

paroleLa Provincia di Trento, si sa, ha negato il patrocinio alla parata organizzata nell’ambito del «Dolomiti pride». Vorrei soffermarmi sul perché di una simile decisione: nel provvedimento si sostiene che la parata «assume un aspetto più di folclore ed esibizionismo che sicuramente non apporta alcun contributo alla crescita e valorizzazione della società trentina e della sua immagine».

È una motivazione infelice. Si sottolinea, in chiave fortemente avversa, il carattere folcloristico ed esibizionistico dell’iniziativa. Si deve considerare, però, che il folclore individua un insieme di contenuti culturali che nulla hanno di negativo. Anzi. Qui si ha talmente a cuore tale aspetto al punto da affidare al Museo degli usi e costumi della gente trentina, tra gli altri, lo scopo di «raccogliere e valorizzare i materiali che si riferiscono al folclore» (articolo 24 della legge provinciale 15 del 2007 sulle attività culturali).

In questo caso, invece, il folclore assume un contenuto valoriale simmetrico, deteriore, stigmatizzabile. La parola viene usata con una valenza opposta a quella usuale e diventa strumento per irridere una comunità di persone: un modo di dire che ciò che esse fanno non è serio. Le parole possono diventare lame taglienti o ingiurie.

Ma c’è di più. Compulsando un motore di ricerca su internet, ci si accorge che i termini «folclore ed esibizionismo» (ovvero «folclore esibizionistico» o «esibizionismo folcloristico») si ripetono come una litania in tutti gli scritti di quanti attaccano il gay pride e le posizioni delle comunità che a esso danno vita. Nel diniego non c’è insomma un’asettica valutazione dell’esistenza dei presupposti richiesti dalla legge per la concessione del patrocinio: c’è un’adesione, anche lessicale, a (pre)giudizi politici di parte.

La motivazione della contrarietà finisce per condannare le modalità della manifestazione, ovvero lo strumento che una comunità sceglie per affermare la propria esistenza e per vedersi riconosciuti alcuni diritti. Un po’ come dire: puoi portare avanti le tue idee ma devi farlo in un modo che vada bene a me. Certe prese di posizione, dunque, sono in grado di fare male. Quando è il pubblico potere a usufruirne al fine di esprimere disprezzo c’è qualcosa che non funziona. La scelta di respingere il patrocinio probabilmente dimostra che di manifestazioni come il «Dolomiti pride» c’è bisogno.

Corriere del Trentino, 8 maggio 2018

 

Quale metodologia per la formazione dell'Avvocato?

III conferenza sciole UCPI

 

 Si è tenuta, il 5 maggio 2018, a Roma, la III conferenza nazionale delle Scuole dell'Unione delle Camere penali italiane.

Ho parlato della metodologia per la formazione dell'avvocato.

A questo indirizzo le slides

 

 

 

 

Oggi prendo Te come mia sposa

1

 

Oggi prendo Te come mia sposa

Ho pensato che sarebbe stato importante dire qualcosa. Ma non è facile.

Ho pensato alla possibilità di citare i poeti. Ad esempio ho trovato una poesia di S. Lawrence

Nel silenzio della notte io ho scelto te.
Nello splendore del firmamento, io ho scelto te.
Nell’incanto dell’aurora, io ho scelto te.
Nelle bufere più tormentose,  io ho scelto te.
Nell’arsura più arida, io ho scelto te.
Nella buona e nella cattiva sorte, io ho scelto te.
Nella gìoia e nel dolore, io ho scelto te.
Nel cuore del mio cuore, io ho scelto te.

 

Molto bella. Ma troppo mielosa. E poi mi ha fatto venire in mente un’altra “poesia”. Del comico Flavio Oreglio:

La vedi la luna? La prenderei per farne un diadema per te.
Le vedi le stelle? Le prenderei per farne orecchini per te.
Li vedi i pianeti? Li prenderei per farne collane a te.
Allora, me la dai o devo distruggere l'universo?

 

Così ho pensato di cercare dei pensieri significativi negli scritti degli scienziati. Ad esempio i sociologi (quello che segue è Bauman):

In un tempo in cui tutto scivola via, che cos’è l’Amore? Esistono due tipi di amore: l’amore liquido che si consuma rapidamente e finisce subito e l’amore che si costruisce con dedizione e fatica insieme ad un’altra persona, con cui crescere e aiutarsi per tutta la vita. Scegli come vuoi amare. Le emozioni passano, i sentimenti restano.

 

O, ancora, tra gli psicologi:

Il nostro sistema nervoso centrale è un circuito a feedback che riceve stabilità ed è regolato da relazioni d’amore: in una relazione amorosa, attraverso lo scambio sincronico delle emozioni, ognuno regola la fisiologia dell’altro e modifica la struttura interna del sistema nervoso centrale. Il legame di coppia rimodella l’architettura del cervello: negli innamorati i neuroni diventano più grandi così da consentire una maggior comprensione degli stati emotivi dell’altro. Negli innamorati si attivano neuroni specchio di fronte alle emozioni del partner in aree del cervello simili a quelle in cui si attivano i neuroni delle madri di fronte alle emozioni dei figli. Dunque, siamo macchine perfette pensate per amare e avere relazioni sociali.

 

Tutto molto interessante. Ma anche troppo complicato. Ho pensato, allora, di cercare altrove. Tra gli esperti di cose religiose, ad esempio. E mi sono imbattuto in queste riflessioni:

“Ragazzo, perché mangi quel pesce?“
E il ragazzo risponde: "Perché io amo il pesce.”
E lui dice: “Oh, ami il pesce. Per questo lo hai tirato fuori dall'acqua, bollito e ucciso. Non venirmi a dire che ami il pesce, tu ami te stesso e, dato che ti piace il suo sapore, l'hai tirato fuori dall'acqua, ucciso e bollito.
Molto di quel che noi chiamiamo amore, è ‘amore-per-il-pesce’. E quindi quando una ragazza e un ragazzo s'innamorano, cosa significa? Significa che lui ha visto in questa donna qualcuno che potesse soddisfare i suoi bisogni fisici ed emotivi. E allo stesso modo lei. Quello era amore, ma ognuno pensa ai propri bisogni. Troppo di ciò che noi chiamiamo amore è 'amore-per-il-pesce.’ L'amore esternato, invece, non riguarda ciò che riceverò, ma ciò che darò.
Abbiamo un etico, il rabbino Dessier, che disse: "Le persone compiono un grave sbaglio pensando che si doni a chi si ama.”
E la vera risposta è che si amano coloro a cui si dona.
E ciò vuol dire che, se io ti do qualcosa, investo me stesso in te. E dato che amare se stessi è un dato di fatto, ora che quella parte di me fa parte di te, vi è una parte di me in te che amo.
Il vero amore è l'amore che dona, non quello che riceve."

 

Mi è sembrato di essere sulla traiettoria giusta. Ma restava ancora molto complicato.

Vorrei dire qualcosa di semplice, che vada al sodo. Ho pensato che sarebbe stato più fecondo cercare tra le citazioni dei film di Hollywood. Ne ho trovata una nel film dal titolo (guarda caso): The wedding date:

"Mi mancheresti anche se non ti avessi mai conosciuta".

Quando ci siamo conosciuti ho fatto una cosa che non avevo mai fatto. Non Ti ho chiesto il numero di telefono. In un attimo di Tua distrazione ho preso il Tuo telefonino e mi sono chiamato: così da avere il Tuo numero. Forse la chimica era già scattata. O certamente era già scattata.

E’ un po’ strano, per me, sposarmi ormai alla soglia dei sessant’anni. Anche per questo non sono qui persone che avrei voluto fossero presenti a questo momento: papà Pino, mamma Lella e papà Peppino. Come pure papà Dino, che mi sarebbe piaciuto vedere qui esattamente come loro.

Ma questo sposarmi non giovanissimo forse deriva da quella citazione di hollywoodiana.

Mi mancavi, ma sapevo che c’eri. Ho solo aspettato sapendo che prima o poi Ti avrei incontrato davvero.

Penso di aver avuto la fortuna di trovare la persona che aspettavo da sempre.

Tu hai portato il colore nella mia vita. Ma non colori qualunque. Colori pastello, chiari, i colori della luce, della primavera, della gioia, del sorriso.

Mi sento amato per come sono, e non è poco.

E credo che Tu avverta il sentimento reciproco.

In fondo l’amore è semplicemente trovare naturale adeguare i propri passi ai passi dell’altro nel nostro cammino insieme.

Io sono felice di prendere Te come mia sposa. E farò di tutto per non farTi mai pentire di aver scelto me.

Bari, 28 aprile 2018

 

 

Cattedrali e valutazioni social

 

trip advisorEntrando nel Duomo di Trento, subito sulla destra, su una bacheca di legno che ospita stampati di interesse ecclesiale, si trova in una cornice dorata un «Certificato di eccellenza» assegnato alla Cattedrale di San Vigilio da Tripadvisor sulla base delle valutazioni che i visitatori hanno dato di tale «struttura» attraverso il famoso social network (le valutazioni sono reperibili all’indirizzo https://goo.gl/nPjShf).

Tripadvisor amplifica la logica della «customer satisfaction» (soddisfazione del cliente), della quale abbiamo esempi quotidiani. Lunedì scorso ho pernottato a Genova dove ero stato invitato per una conferenza e il giorno dopo l’hotel mi ha chiesto via mail di compilare un questionario al fine di giudicare i servizi di cui avevo usufruito. Ogni volta che mi reco in officina per sottoporre l’auto alla manutenzione ordinaria vengo sollecitato via sms a dire se mi ritengo appagato del servizio ricevuto.

Un simile approccio è giustificato dalla volontà di migliorare le prestazioni delle aziende (che tra l’altro usano le risposte per dosare le retribuzioni dei propri dipendenti). Serve però anche a costruire una migliore reputazione: se molte persone esprimono un giudizio positivo su una certa entità, se ne ricava che la stessa è affidabile. Alcune università, ad esempio, pubblicano sul web gli esiti dei questionari sulla qualità della didattica compilati dagli studenti.

Il web viene utilizzato proprio per amplificare questo tipo di messaggio: è possibile costruirsi una «web reputation» e i social network che consentono ai loro utenti di formulare valutazioni, giudizi o «endorsement» di altri utenti (Tripadvisor, Linkedin, ResearchGate e tanti altri) fanno leva esattamente su tale aspetto.

È facile comprendere che possono nascere degli abusi: da una parte le recensioni volutamente negative, dall’altro il ricorso a espedienti tecnologici per gonfiare la reputazione di un soggetto (ci sono dei software che moltiplicano il numero di like o di «cuoricini» rivolti a personaggi pubblici su Facebook o su Twitter).

Aver visto esposto in Duomo quel «Certificato di eccellenza» fa capire quanto pervasiva sia diventata la logica della «customer satisfaction». Mi è venuto in mente l’episodio di Gesù che scaccia i mercanti dal tempio. Aiuta a ricordarci che forse non è corretto ricondurre tutto al paradigma della domanda e dell’offerta. E, soprattutto, che la reputazione non è una somma di «like».

Corriere del Trentino, 18 aprile 2018


 

 

Università: a chi giova il numero chiuso?

numeroIl Consiglio provinciale ha approvato recentemente un atto politico con il quale si sollecita il parlamento e il governo a modificare i meccanismi per determinare il numero di immatricolati a medicina. In particolare si stigmatizza il fatto che attualmente gli accessi non garantiranno il soddisfacimento dei bisogni futuri (nei prossimi anni mancheranno, anche in Trentino, pediatri e medici di base).

Il documento ripropone il tema della programmazione degli ingressi all’università. Molti lo difendono adducendo argomenti non privi di pregio: per ammettere più persone occorre avere maggiori spazi e docenti, pena uno scadimento della qualità del servizio e, quindi, del «prodotto». Oppure si sostiene che ammettere tutti darebbe vita a una finta gara, nella quale chi ha più possibilità troverebbe comunque il modo di ritagliarsi il proprio spazio privilegiato (si pensi, ad esempio, a chi ha le capacità di pagare l’iscrizione ad atenei prestigiosi, magari stranieri). Sul versante opposto c’è chi osteggia il numero chiuso ritenendo ingiusta la selezione all’ingresso e auspicando che essa avvenga più avanti sulla base di ciò che si fa lungo il percorso di studi.

La deliberazione approvata dal Consiglio provinciale ci fa vedere il problema da un punto di vista diverso. Già sappiamo che gli iscritti a medicina di oggi sono insufficienti a mantenere gli attuali standard di cura in futuro. Cosa penseremmo di governanti che decidono di costruire un ospedale con soli venti posti letto per una città di milioni di abitanti? Semplicemente che hanno scelto di riservare solo a pochi la possibilità di essere curati: verosimilmente coloro che potranno pagare di più per usufruire di una risorsa scarsa.

Il discorso non vale però solo per la laurea in medicina. Avere pochi laureati significa avere meno persone in possesso di capacità di critica e, più in generale, minore estensione e qualità dei servizi offerti. Al di là delle ragioni connesse alla disponibilità di spazi e risorse, la difesa del numero programmato può nascondere una callida strategia sociale.

Certamente ha senso preoccuparsi di non far entrare nell’ascensore più persone di quanto lo stesso possa sollevare, per evitare che si blocchi. Ma chi ha visione deve chiedersi quale società vogliamo realizzare, nella consapevolezza che maggiore qualità sociale non corrisponde a perpetuare le élite bensì alla diffusione di saperi e competenze.

 

Corriere del Trentino, 7 aprile 2018

 

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