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Cattedrali e valutazioni social

 

trip advisorEntrando nel Duomo di Trento, subito sulla destra, su una bacheca di legno che ospita stampati di interesse ecclesiale, si trova in una cornice dorata un «Certificato di eccellenza» assegnato alla Cattedrale di San Vigilio da Tripadvisor sulla base delle valutazioni che i visitatori hanno dato di tale «struttura» attraverso il famoso social network (le valutazioni sono reperibili all’indirizzo https://goo.gl/nPjShf).

Tripadvisor amplifica la logica della «customer satisfaction» (soddisfazione del cliente), della quale abbiamo esempi quotidiani. Lunedì scorso ho pernottato a Genova dove ero stato invitato per una conferenza e il giorno dopo l’hotel mi ha chiesto via mail di compilare un questionario al fine di giudicare i servizi di cui avevo usufruito. Ogni volta che mi reco in officina per sottoporre l’auto alla manutenzione ordinaria vengo sollecitato via sms a dire se mi ritengo appagato del servizio ricevuto.

Un simile approccio è giustificato dalla volontà di migliorare le prestazioni delle aziende (che tra l’altro usano le risposte per dosare le retribuzioni dei propri dipendenti). Serve però anche a costruire una migliore reputazione: se molte persone esprimono un giudizio positivo su una certa entità, se ne ricava che la stessa è affidabile. Alcune università, ad esempio, pubblicano sul web gli esiti dei questionari sulla qualità della didattica compilati dagli studenti.

Il web viene utilizzato proprio per amplificare questo tipo di messaggio: è possibile costruirsi una «web reputation» e i social network che consentono ai loro utenti di formulare valutazioni, giudizi o «endorsement» di altri utenti (Tripadvisor, Linkedin, ResearchGate e tanti altri) fanno leva esattamente su tale aspetto.

È facile comprendere che possono nascere degli abusi: da una parte le recensioni volutamente negative, dall’altro il ricorso a espedienti tecnologici per gonfiare la reputazione di un soggetto (ci sono dei software che moltiplicano il numero di like o di «cuoricini» rivolti a personaggi pubblici su Facebook o su Twitter).

Aver visto esposto in Duomo quel «Certificato di eccellenza» fa capire quanto pervasiva sia diventata la logica della «customer satisfaction». Mi è venuto in mente l’episodio di Gesù che scaccia i mercanti dal tempio. Aiuta a ricordarci che forse non è corretto ricondurre tutto al paradigma della domanda e dell’offerta. E, soprattutto, che la reputazione non è una somma di «like».

Corriere del Trentino, 18 aprile 2018


 

 

Università: a chi giova il numero chiuso?

numeroIl Consiglio provinciale ha approvato recentemente un atto politico con il quale si sollecita il parlamento e il governo a modificare i meccanismi per determinare il numero di immatricolati a medicina. In particolare si stigmatizza il fatto che attualmente gli accessi non garantiranno il soddisfacimento dei bisogni futuri (nei prossimi anni mancheranno, anche in Trentino, pediatri e medici di base).

Il documento ripropone il tema della programmazione degli ingressi all’università. Molti lo difendono adducendo argomenti non privi di pregio: per ammettere più persone occorre avere maggiori spazi e docenti, pena uno scadimento della qualità del servizio e, quindi, del «prodotto». Oppure si sostiene che ammettere tutti darebbe vita a una finta gara, nella quale chi ha più possibilità troverebbe comunque il modo di ritagliarsi il proprio spazio privilegiato (si pensi, ad esempio, a chi ha le capacità di pagare l’iscrizione ad atenei prestigiosi, magari stranieri). Sul versante opposto c’è chi osteggia il numero chiuso ritenendo ingiusta la selezione all’ingresso e auspicando che essa avvenga più avanti sulla base di ciò che si fa lungo il percorso di studi.

La deliberazione approvata dal Consiglio provinciale ci fa vedere il problema da un punto di vista diverso. Già sappiamo che gli iscritti a medicina di oggi sono insufficienti a mantenere gli attuali standard di cura in futuro. Cosa penseremmo di governanti che decidono di costruire un ospedale con soli venti posti letto per una città di milioni di abitanti? Semplicemente che hanno scelto di riservare solo a pochi la possibilità di essere curati: verosimilmente coloro che potranno pagare di più per usufruire di una risorsa scarsa.

Il discorso non vale però solo per la laurea in medicina. Avere pochi laureati significa avere meno persone in possesso di capacità di critica e, più in generale, minore estensione e qualità dei servizi offerti. Al di là delle ragioni connesse alla disponibilità di spazi e risorse, la difesa del numero programmato può nascondere una callida strategia sociale.

Certamente ha senso preoccuparsi di non far entrare nell’ascensore più persone di quanto lo stesso possa sollevare, per evitare che si blocchi. Ma chi ha visione deve chiedersi quale società vogliamo realizzare, nella consapevolezza che maggiore qualità sociale non corrisponde a perpetuare le élite bensì alla diffusione di saperi e competenze.

 

Corriere del Trentino, 7 aprile 2018

 

Social freezing. Maternità o carriera?

 Social freezing. Maternità o carriera?

 

 

social freezingLa giunta provinciale ha approvato, con delibera 427 del 16 marzo, una nuova disciplina attuativa della legislazione nazionale in materia di procreazione medicalmente assistita. L’aggiornamento della vecchia delibera del 2013 si è reso necessario per rendere operative le pronunce della Corte costituzionale che hanno sancito l’illegittimità tanto del divieto di fecondazione eterologa quanto di quello di diagnosi genetica preimpianto.

Il provvedimento si segnala anche perché viene introdotta la possibilità per le donne di età compresa tra i 20 e i 30 anni di accedere a tecniche di conservazione ovocitaria in assenza di indicazione medica (cosiddetto «social freezing»).

Lo strumento è nato per garantire una possibile futura gravidanza alle pazienti oncologiche. Poi è diventato una forma di incentivo alla donazione di gameti per le coppie interessate alla fecondazione eterologa.

Da ultimo comincia a essere usato come mezzo di tutela della fertilità: si prelevano ovociti in giovane età al fine di fecondarli e impiantarli in un momento successivo, quando la gravidanza potrà essere portata avanti in condizioni di maggiore tranquillità e agiatezza economica.

Si pensi alle ragazze che hanno un lavoro precario: siccome le chance di avere figli diminuiscono con il tempo, ci si tutela crioconservando gli ovociti giovanili in modo da utilizzarli quando si avrà un’occupazione stabile o maggiore benessere.

Negli Stati Uniti alcune grandi aziende come Google, Apple e Facebook assicurano alle proprie dipendenti la copertura dei costi della crioconservazione dei loro ovociti. Si offre la possibilità di operare una pianificazione familiare così che i giovani possano concentrarsi sulla carriera.

I critici sostengono che in tale modo si lanciano messaggi sbagliati, ovvero che il lavoro sarebbe più importante della famiglia e che, a ogni modo, le donne non possono beneficiarne nello stesso momento. I medici spiegano che congelare gli ovociti non fornisce la garanzia di avviare una gravidanza e che comunque una gestazione in tarda età può essere fonte di problemi.

La tecnologia offre strumenti sempre più potenti e non va demonizzata per principio. Al contrario. Ma lo scenario descritto evidenzia l’esistenza di un contrasto tra l’orologio biologico e quello sociale. Dovrebbero essere le leggi a risolverlo davvero, consentendo alle donne di avere figli senza sacrificare la carriera.

 Corriere del Trentino 28 marzo 2018.

Pubblicati gli atti del convegno "La formazione del giurista".

Pascuzzi Verso lavvocatura e il notariato

Il 19 e 20 gennaio 2017 si tenne, a Roma, un convegno su

"La formazione del giurista"

organizzato congiuntamente dall’Istituto ‘Emilio Betti di scienza e teoria del diritto nella storia e nella società’ e dal Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Roma Tre.

Adesso sono disponibili gli atti, liberamente consultabili a questo indirizzo:
http://romatrepress.uniroma3.it/ojs/index.php/giurista

La mia relazione si intitolava:

"Verso l'avvocatura e il notariato"

 

 

 

 

Esiste un "familismo morale"? (A proposito di un articolo di Ilaria Capua).

articolo capua

 

 

Su Corriere Innovazione del 1° dicembre 2017 Ilaria Capua richiama un istituto in auge oltreoceano denominato «dual career couples»: le Università interessate a reclutare un docente o una docente particolarmente bravo/brava offrono una posizione accademica anche al coniuge. In questo si favorisce un maggiore benessere della famiglia che si traduce in una maggiore produttività sul luogo di lavoro a propria volta volano di una maggiore competitività dell’Ateneo.

Ilaria Capua sostiene che proporre una cosa del genere in Italia farebbe gridare allo scandalo. Questo non è del tutto vero. Il Dipartimento della conoscenza della Provincia di Trento, nel vigente piano della ricerca (pag. 66), ha esplicitamente previsto quanto segue: «Nell’ottica di favorire la mobilità e attrarre ricercatrici e ricercatori di punta ma anche di contribuire ad una gestione di qualità delle risorse umane, tra le azioni favorite, verrà anche considerata la possibilità di attivare iniziative volte all’accoglienza delle coppie “a carriera duale” (Dual Career Couples), cioè a quelle coppie dove entrambi i partner seguono un percorso di carriera nel mondo accademico».

Nel piano strategico dell’Università di Trento 2017-2021 si legge testualmente: «L’Ateneo si propone di continuare sulla strada intrapresa nell’eliminare le asimmetrie di genere, rafforzare le politiche di conciliazione e genitorialità, anche con forme di dual career couples compatibili con l’ordinamento legislativo nazionale».

Non sempre, quindi, il meccanismo in parola desta scandalo, ma, a volte, esiste la convinta volontà di esplorarne le potenzialità.

Sotto questo profilo occorre innanzitutto valutare alcuni ostacoli di natura giuridica.

Nel nostro paese vige il principio secondo il quale ad un impiego pubblico si accede per concorso. Certo, si possono mettere a bando due posizioni (per il marito e per la moglie). Ma ammesso che si riesca a dimostrare che l’Ateneo abbia effettivamente bisogno anche della posizione del coniuge, non si può essere certi che entrambi i coniugi vincano il concorso né tantomeno si potrebbe bypassare il sospetto che si tratti di bandi ad personam. Si ricordi, per inciso, che a seguito della riforma Gelmini due coniugi non possono essere chiamati in uno stesso Dipartimento.

L’attivazione dell’istituto del Dual Career è favorita quando le Università possono negoziare il trattamento economico di ciascun docente. Chi ha potere contrattuale può chiedere uno stipendio maggiore, ovvero benefits come la casa o l’automobile, o, appunto, l’assunzione del coniuge. In Italia questo è molto più complicato perché lo statuto giuridico ed economico dei docenti è stabilito dalla legge ed è uguale per tutti.

Ma oltre ai profili giuridici, occorre svolgere anche considerazioni di opportunità ed efficacia.

Al di là dell’assunzione non è detto che nel tempo l’Ateneo possa e tanto meno debba garantire la progressione ad entrambi. A tacere del fatto che la carriera della coppia può ostacolare la mobilità dei docenti che è, invece, un obiettivo da perseguire con priorità nel nostro paese.

Più di tutto, però, andrebbe approfondito l’impatto sulla comunità universitaria: l’esistenza di coppie sposate (che possono assumere anche ruoli di vertice nell’Ateneo) crea ricadute virtuose sulla vita della comunità o innesca meccanismi deteriori facendo sì che l’interesse della famiglia venga anteposto a quello della istituzione?

In conclusione: ben venga la proposta di valutare ciò che accade in altri paesi. Sempre a patto di verificare la percorribilità e la reale efficacia di tali proposte.

L’unico argomento che vorrei si abbandonasse è quello, pure usato da Ilaria Capua, secondo il quale «un'alta professionalità raramente si accompagna con un partner inetto». Fa venire alla mente quel professore italiano che giustifica il fatto che il proprio figlio sia diventato professore nel suo stesso Dipartimento perché (essendo suo figlio) «è bravo avendo respirato l’aria dell’Università sin da bambino».

 

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