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Per favore non chiamateli baroni

Il 3 ottobre 2017 su Roars è apparso un mio articolo dal titolo: "Non chiamteli baroni". Ne riporto il testo.

baroniOgni volta che scoppia uno scandalo giudiziario nelle Università gli organi di informazione ricorrono all’espressione “baroni” per indicarne i protagonisti.

Ovviamente è indispensabile dare le informazioni e cercare di fare piena luce (come indispensabile è ricordare il principio costituzionale di non colpevolezza fino a sentenza definitiva di condanna).

Solo una cortesia vorrei chiedere ai mass media: non chiamateli baroni. 

E sì. Perché nelle Università i baroni non esistono più da un pezzo. Provo a spiegare perché.

Quale barone avrebbe permesso che un governo riservasse ai professori l’onta di dover essere l’unica categoria del pubblico impiego a non vedersi ripristinati gli scatti stipendiali sospesi (al punto da dover ricorrere ad una cosa plebea come lo sciopero)?

Quale barone avrebbe accettato di essere sottoposto allo stesso codice di comportamento di tutti gli altri dipendenti pubblici, compresi quelli dei livelli più bassi?

Quale barone avrebbe accettato di farsi imporre i temi e gli obiettivi di ricerca da una “cabina di regia”?

Quale barone avrebbe accettato di essere valutato da una agenzia ministeriale che impone soglie, accreditamenti che spesso incappano nelle censure dei giudici amministrativi?

Quale barone avrebbe accettato senza colpo ferire la riforma Gelmini che ha accresciuto i poteri dei direttori generali e dei rettori, riducendo il potere degli organi collegiali e, quindi, delle istanze dove i diversi baroni possono farsi i favori incrociati?

Quale barone avrebbe accettato di vedere la propria baronia assoggettata alla logica aziendale con conseguente necessità di uniformarsi ad indicatori e standard decisi da altri?

Il potere ha anche i suoi simboli. Uno di questi è la stola di ermellino, indossata, nelle occasioni più importanti, da Re, Papi, vertici della magistratura e vertici delle Università. Il dizionario Treccani spiega che l’ermellino oggi rappresenta la “dignità”, ovvero lo stato o la condizione di chi, per qualità intrinseche o per meriti acquisiti, si rende meritevole del massimo rispetto. Si può dire che l’ermellino simboleggi il “potere della sapienza”.

Per molte ragioni, il potere della conoscenza (quello nobile) è andato smarrito. O forse non abita più nelle Università.

Da quanto detto emerge in maniera chiara che non basta truccare un concorso per essere un barone del tempo che fu. Ci vuole ben altro. Per questo, per favore, non chiamateli baroni.

Notazione finale. Forse conviene chiarire che in queste considerazioni c’è molta ironia e che personalmente non rimpiango affatto l’Università dei baroni. Occorre però dire che il rimedio è peggiore del male. Nell’Università oggi lavorano tantissimi professori onesti che si trovano tra l’incudine di chi la vuole affossare (anche riproducendo comportamenti deteriori) e il martello rappresentato dagli “illuminati” che pretendono di avere la ricetta per riformarla.

Sul pericolo di concedere lauree ad honorem

Sul pericolo di concedere lauree ad honorem

Corriere del Trentino, 3 ottobre 2017

laurea honoris causa Marchionne

L’influenza sociale viene definita dalle scienze che la studiano (psicologia, scienza politica e sociologia) come la capacità di orientare i comportamenti degli altri. Gli strumenti attraverso i quali si attua sono essenzialmente tre: il denaro, il potere e il prestigio.

Chi è ricco può comprare beni e prestazioni lavorative. L’esempio tipico è rappresentato dal capitano d’industria che costituisce e organizza le imprese: avendo la possibilità di ristrutturarle, chiuderle, delocalizzarle può incidere sulla vita di tante persone e pure sulle entrate fiscali di uno Stato.

A ben vedere il denaro costituisce anche un potere di fatto (e veniamo al secondo strumento) come contrapposto al potere di diritto, ovvero dell’autorità, che per definizione orienta il comportamento degli individui attraverso ordini, leggi o incentivi. Il prestigio, infine, deriva da una particolare considerazione sociale e varia da contesto a contesto. In passato era legato all’essere anziani o all’aver rivestito ruoli militari. Oggi è legato più alla cultura: per questo gli intellettuali hanno (o dovrebbero avere) grande prestigio sociale.

Denaro, potere e prestigio non sono nettamente separati. C’è, ad esempio, chi usa il potere per accumulare denaro (a volte anche in maniera illecita, come purtroppo testimoniato da molti esempi recenti). Il denaro può essere usato per conquistare potere (anche qui la storia degli ultimi anni ci ha insegnato qualcosa) come pure prestigio. Ma anche di quest’ultimo ci si può servire per propiziare l’afflusso di denaro o per acquisire potere (si pensi a chi si giova del titolo di professore per competere sul mercato delle consulenze).

Può così succedere che un capitano d’industria (titolare di denaro e potere) ami ricevere titoli accademici ad honorem come prova tangibile del possesso anche del prestigio culturale. E può succedere che chi fa del prestigio culturale la sua ragione di esistere (ossia l’Università) conceda titoli accademici nella speranza di ottenere finanziamenti.

Il rischio di essere tacciati di moralismo è alto e, dato lo stato delle cose, forse non vale più la pena nemmeno correrlo. Ma una considerazione conviene tenerla a mente. Chi ha potere e denaro continua ad averli indipendentemente dal prestigio. Chi vive di solo prestigio può perderlo con facilità ed essere condannato all’insignificanza quando si mette al servizio di denaro e potere.

Non sono solo signore

 

Università Trento 'ribalta' la foto di Marie Curie a SolvayIn concomitanza con il congresso nazionale della Società italiana di fisica (Sif) tenutosi a Trento venerdì scorso, sono stati presentati i risultati di uno studio che dimostra quanto difficile sia per le donne accedere alla carriera accademica e, in particolare, ai gradi più elevati della stessa. Nella nostra università le professoresse in prima fascia sono circa il 12% del totale rispetto a una media nazionale che si attesta intorno al 20%.

Sarebbe un errore, però, fermarsi solo ai dati numerici. Le misure per attrarre e trattenere le docenti si collocano in vari ambiti. Uno di essi è l’uso appropriato delle parole. Non basta un impiego corretto del linguaggio per dare soluzione a problemi di ineguaglianza sociale che hanno radici profonde, ma certamente è uno fra gli aspetti significativi, specchio di forme di pensiero e di tradizioni.

Succede abbastanza spesso che si saluti un professore con il suo titolo (ovvero: «buongiorno professore») e invece a una professoressa si riservi un «buongiorno signora», contribuendo così implicitamente ad attribuire un ruolo di subalternità alla donna. Segnalo per inciso che in taluni contesti tenere siffatti comportamenti è considerato illecito disciplinare. Ad esempio, il Consiglio nazionale forense ha sanzionato un avvocato che in udienza aveva chiamato «signora» un’«avvocata» (sentenza Cnf 28 dicembre 2006 numero 195).

Al di là dei riferimenti legati ai numeri, occorrerebbe guardare alla sostanza delle varie condotte. Il codice etico dell’ateneo (articolo 6) impone agli universitari di trattare i loro interlocutori con cortesia, rispetto, lealtà e correttezza. Mentre il successivo articolo 7 prescrive una serie di comportamenti in materia di pari opportunità. Non usare il titolo accademico parlando a, o parlando di, una donna e adoperare il generico «signora» appare essere un atteggiamento privo di rispetto nei confronti dell’interlocutrice. La commissione per l’attuazione del Codice etico potrebbe essere investita del problema affinché chiarisca se tale prassi è corretta e se esistono eventuali doveri di denuncia in capo a chi assiste a episodi di tale tenore.

Un intervento chiarificatore della citata commissione aiuterebbe a costruire una policy chiara e a favorire comportamenti più virtuosi. A tacere del fatto che costruire gradualmente un ambiente sociale rispettoso della componente femminile, anche nel linguaggio, è parte di una buona politica delle pari opportunità. (Corriere del Trentino, 23 settembre 2017)

Università Trento 'ribalta' la foto di Marie Curie a Solvay

Pulvis et umbra

Pulvis et umbra

Dei libri gialli non si può raccontare la trama per ovvie ragioni. Ma ce ne sono alcuni che hanno molti livelli di lettura e che suscitano riflessioni che vanno ben al di là dello scoprire se l’assassino è davvero il maggiordomo. E’ il caso di “Pulvis et umbra”, l’ultimo libro di Antonio Manzini, l’autore che narra le gesta del (mitico) vicequestore Rocco Schiavone (“sbattuto” da Roma ad Aosta).

 Tre i temi che mi piace segnalare.

 1) I dilemmi etici.

Le vicende del libro portano a confrontarsi con alcuni interrogativi “morali”.

       a)    Può il benefattore che ti ha letteralmente “salvato” da una situazione bruttissima chiederti in cambio (anche molto tempo dopo l’intervento salvifico), di fare qualcosa che di fatto suona come un tradimento della fiducia di una persona a cui vuoi bene e di cui sei anche innamorato, abusando del sentimento di gratitudine? E può essere perdonato questo tipo di “tradimento” se comprendi che chi ti ha tradito non poteva moralmente dire di no?

b)    Si può accettare che un reato grave non venga perseguito perché chi lo ha commesso sta aiutando la “giustizia” a perseguire reati più gravi?

2) I ruoli sociali.

Chi ha letto i libri di Rocco Schiavone, sa che il vicequestore è amico di alcune persone borderline; persone, cioè, che a volte passano il confine dell’illecito penale ovvero della malavita vera e propria. E’ possibile che esista una relazione sincera fino in fondo tra persone che appartengono a mondi diversi e per definizione contrapposti? Uno degli amici, infatti, dice a Schiavone: “Stiamo su due sponde diverse. E pure se ci vogliamo bene, tu sei tu e io so’ io. Mi capisci?”.

3) Il vissuto del protagonista.

In questo episodio, Rocco Schiavone si imbatte in una psichiatra, che dopo una chiacchierata di 10 minuti lo “fotografa”. Ecco il dialogo:

-  Così, dopo una chiacchierata di 10 minuti, solo osservandola, mi permetterei di dirle che lei è un uomo sostanzialmente depresso, magari con qualche difficoltà di concentrazione. Non è che soffre di allucinazioni?

-  No. (Schiavone vede la moglie morta e parla con lei: n.d.r.)

-       - Bene, soffre di allucinazioni. Come andiamo con l’umore?

-       Quale umore? 

   Appunto. Lei se ne sta sempre asserragliato in difesa? 

-       No, io devo andare a lavorare e penso anche lei.

-       Non si arrabbi era solo per parlare.

-       Non mi piace quando la gente mi guarda come se fossi un batterio in un vetrino.

-       E’ il mio lavoro. Se avesse bisogno di aiuto, io sono qui.

-       Grazie. (Per la prima volta in vita sua Rocco Schiavone si sentì nudo in mezzo alla strada. Quello gnomo occhialuto l’aveva spogliato in meno di un minuto. Meno di un minuto e già le voleva bene).

Chi ha la fortuna di trovare psichiatre così, è un uomo fortunato.

IN SINTESI. Pulvis et umbra è un bel libro che si legge d’un fiato. La frase più bella è questa: “I conti si fanno alla fine. A destra la colonna col segno più, a sinistra quella col segno meno e in mezzo quella enorme e vuota delle intenzioni e dei rimorsi”.

 

Se le penne sono tante

 

La metafora del supermercato nella scuola

Dai primi di agosto i grandi supermercati dedicano un ampio spazio espositivo a tutto ciò che serve agli scolari in vista dell’inizio del nuovo anno scolastico: si trovano in quantità industriale penne, matite, colori, quaderni e così via.

Tutti, da bambini-adolescenti, abbiamo vissuto l’emozione di un simile rituale: anche se, un tempo, l’acquisto del materiale scrittorio si effettuava nella cartoleria situata nelle vicinanze della scuola. Ciò che oggi colpisce è la quantità: in vendita, diversamente da allora, ci sono confezioni che contengono venti quaderni oppure cento penne policrome dentro e fuori. Il messaggio sembra essere che si sarà chiamati a scrivere tanto (magari!) con strumenti intercambiabili per foggia e colore al punto da rendere necessario predisporre ingenti scorte di biro, carta e simili.

Gli insegnanti lavorano sodo per la crescita culturale e umana dei nostri ragazzi: la gratitudine per loro aumenta con il tempo, ovvero quando si comprende appieno il ruolo fondamentale che hanno rivestito nelle nostre vite. L’apprendimento, però, è innescato anche dagli stimoli. E gli stimoli che oggi giungono sembrano tesi a privilegiare la quantità sulla qualità, l’esteriorità degli zaini griffati sull’approfondimento, il consumo sulla conoscenza.

Naturalmente l’esplosione di forme e colori non va demonizzata. Ma ai giovani si può rivolgere l’augurio di fare propri questi oggetti-strumenti: li usino fino a logorarli così che diventino il simbolo tangibile di un percorso di crescita. Io conservo ancora la penna che mi ha accompagnato dal liceo ai primi anni di università e con la quale ho redatto i temi dell’esame di maturità. Molti degli input odierni, purtroppo, sembrano invece risolversi in inviti alla dispersione: un’enfasi sugli oggetti che non cerca né la coerenza di un insieme, né la fatica della costruzione.

Le nuove attrezzature che ogni anno acquistiamo negli appositi stand dei supermercati possono diventare la metafora della rinuncia a tenere insieme le esperienze. Ma la scuola deve offrire l’esatto contrario: la possibilità di dare vita a un percorso originale nonché continuo nel quale sia possibile riconoscersi come persone. Ciò che alla fine altro non è che la testimonianza della ricerca di un senso. Apprendere ha tra l’altro anche il significato di «afferrare»: e non può essere afferrato ciò che si «consuma» senza lasciare traccia.

Corriere del Trentino, 13 settembre 2017

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