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Università come gestori ed i loro clienti: a quando la "portabilità" degli studenti?

La metamorfosi degli studenti

Corriere del Trentino 23 agosto 2017

 

Negli ultimi lustri l’istruzione universitaria ha subìto profonde trasformazioni che hanno finito per modificare la mentalità degli studenti. Un tempo si conseguiva la laurea dopo aver superato un certo numero di esami. Oggi per raggiungere lo stesso obiettivo occorre accumulare «crediti» che non corrispondono solo agli esami sostenuti ma anche ad attività integrative e trasversali (tirocini, stage, abilità informatiche).

Il «credito» ha una sua utilità: è l’unità di misura dell’impegno e consente di comparare esperienze formative diverse. La logica è però quella del «do ut des»: faccio qualcosa affinché tu mi riconosca qualcosa (altrimenti non c’è interesse a metterla in pratica). Del pari gli studenti sono chiamati a formulare dei questionari di valutazione sulle attività didattiche. Servono a migliorare il lavoro dei docenti e in qualche ateneo si è deciso di ancorare a tale valutazione una quota degli stipendi dei professori. La logica, in questo caso, è simile alla «customer satisfaction»: un po’ come quando gli alberghi ci chiedono di esprimere il gradimento dei servizi offerti.

La situazione ha un corrispondente nelle dinamiche degli atenei: il loro finanziamento dipende anche dal numero di studenti che si laureano nei tempi stabiliti. Le università, quindi, hanno interesse ad avere giovani che raggiungano il traguardo finale per tempo.

I cambiamenti descritti (pur dettati dalla volontà di migliorare la realtà) hanno trasformato gli studenti in consumatori. Per le università, d’altra parte, essi sono diventati dei clienti. Non passerà molto tempo prima che qualcuno si inventerà la «portabilità dello studente» così come avviene per un mutuo o per un numero di telefono: lo studente/cliente potrà scegliere tra i diversi gestori — in concorrenza tra loro — quello che converrà di più.

Lo scenario non stupisce: è una delle tante ricadute della tendenza a modellare l’intera società sui paradigmi dell’azienda, della concorrenza e del profitto. Occorre tuttavia riflettere sui pericoli di tale deriva. Uno tra tutti: il consumatore è per definizione passivo rispetto alla merce che gli viene proposta. Può solo sceglierla o rifiutarla, non concorre a produrla. La formazione non solo non è una merce ma è efficace unicamente se enfatizza il ruolo attivo e critico del soggetto che apprende. L’obiettivo non deve essere formare i giovani con la mentalità del consumatore. Occorre formare cittadini e, soprattutto, persone.

 

 

Gli opposti nichilismi (dopo l'attentato di Barcellona)

 

Gli opposti nichilismi (dopo l'attentato di Barcellona)

L’abitudine agli attentati porta con se l’abitudine al raduno di tante persone che (in silenzio) gridano: “non cambierete il nostro modo di vivere, non cambierete i nostri valori” (la frase è stata pronunciata, tra gli altri, da Angela Merkel il 31 dicembre 2016). Nelle foto ci sono le persone che si sono unite al Re di Spagna, in raccoglimento, dopo l'attentato di Barcellona del 17 agosto 2017.

Di fronte alle ennesime immagini di morte ho immediatamente pensato (come tutti) la stessa cosa: non cambierete i nostri valori.

Ma se un senso può essere cercato in episodi come questo forse è proprio nel chiederci: ma in cosa crediamo? Quali sono i valori che sentiamo minacciati?

I principi cristiani (anche se le Chiese sono sempre più vuote)? La democrazia (anche se la gente vota sempre di meno e schifa la politica)? Gli ideali europei (anche se tanti vedono nella tecnocrazia europea il nemico)? Gli ideali della rivoluzione francese (anche se la libertà per qualcuno significa “faccio quel che mi pare”; l’uguaglianza dipende dal censo; e la fraternità è quella resa possibile dalla logica del mercato)? Il mercato (perché tutto è negoziabile e tutto si può/deve comprare e vendere)? Il pensiero filosofico occidentale (anche se c’è chi ripete che con la cultura non si mangia)? Le tre “i” (impresa, informatica, inglese)? I fondi sovrani? La finanza che “atterra e suscita” (perché è diventata il nuovo dio)? La meritocrazia (che fa rima con familismo amorale)? La concorrenza (che non accetta regole)? La giustizia sociale (anche se il manager guadagna migliaia di volte di più dell’operaio che può licenziare a piacimento)? La corruzione (perché se tutto si può comprare si comprano anche le persone)?

Invece che chiederci “a che serve quello che faccio” dovremmo chiederci “perché faccio quello che faccio”.

Chi ammazza gente inerme per strada oltre che un assassino è un nichilista (per essere chiari: non ho nessuna indulgenza per loro, né mi appassiona più di tanto l’argomento delle “colpe dell’Occidente”).

Sarebbe tragico scoprire che ciò che qualcuno ha definito “scontro di civiltà” è, alla fine, uno scontro tra due nichilismi (nemmeno tanto diversi).

Risposta ad uno "spillo" di Raffaella Polato

Il 14 agosto l’inserto L'Economia del Corriere della Sera (pagina 20), ha pubblicato uno “spillo” a firma Raffaella Polato dal titolo “Honoris causa battaglia persa a Trento. E Marchionne pensa già alla quinta laurea” (riportato qui a lato), nel quale vengo chiamato in causa.

Alcune precisazioni ed una riflessione.

1) Non c’è stata nessuna battaglia.

a) Il 23 novembre 2016 il Senato accademico dell’Università di Trento ha approvato con 7 voti (su 8)  la proposta del Dipartimento di Ingegneria industriale di conferire la laurea ad honorem a Sergio Marchionne in Ingegneria meccatronica (LM 33). Io mi sono astenuto con questa motivazione:

Il Prof. Pascuzzi (constatato che la proposta è stata deliberata dal Consiglio di Dipartimento, mentre la motivazione è stata deliberata dalla Giunta di Dipartimento), rileva la non rispondenza del profilo del candidato con i contenuti caratterizzanti la laurea LM33 (Ingegneria meccanica – meccatronica) ovvero i requisiti di cui all’articolo 169 del r.d. 1592/1933. Inoltre caratteristiche e risultati del candidato (come enfatizzati nella motivazione) possono non generare la sostanziale concordanza di giudizi positivi che deve caratterizzare la concessione di questo tipo di riconoscimento. Per queste ragioni si astiene sulla proposta”.

b) Nei giorni immediatamente successivi tre colleghi del mio Ateneo hanno preso posizione pubblica contro la concessione della laurea ad honorem a Sergio Marchionne. C’è stata qualche tiepida reazione da parte degli studenti. Alcuni sindacalisti hanno detto la loro. Poi più nulla fino a quando, qualche settimana fa, si è diffusa la notizia che il Ministero aveva approvato la proposta.

Mi pare che tutto si possa dire, tranne che ci sia stata una “battaglia”. C’è stata qualche voce dissonante, cui questo articolo dà inaspettata notorietà.

2) Le ragioni dell’astensione.

Come si può chiaramente intendere dal testo sopra riportato, la mia astensione non era motivata solo dalla violazione di legge (la “mancanza di competenze” di cui parla la giornalista) ma anche dalla considerazione che è inopportuno assegnare lauree ad honorem a persone sulle quali non c’è unanimità di giudizi. Il fatto che la stampa nazionale si occupi con questi toni della vicenda conferma quella mia considerazione. Ciò che mi dispiace non è l’essere stato contrapposto a Marchionne in una specie di "duello" (in una certa logica questo dovrebbe essere considerato un onore): ma il fatto che l'Ateneo di Trento sia trascinato in questo tipo di polemiche, di cui non si sente il bisogno. Io ho solo espresso un voto per la responsabilità che deriva dal mio ruolo.

3) A cosa mira davvero lo “spillo”.

A ben vedere la notizia non è la laurea a Sergio Marchionne (che, come detto, verrà conferita con tutti gli onori). La giornalista indugia sulla mia persona: ricorda che mi sono dimesso da prorettore vicario (più di un lustro fa); che ho scritto un libro sulla vicenda (ringrazio per la pubblicità: il libro è online, chi vuole può leggerlo); che non ho approvato l’ultimo bilancio della mia Università (ma non si preoccupa di capire perché: l’ho spiegato qui e qui) tutte notizie che nessuna relazione hanno con la laurea a Sergio Marchionne.

Mi sembra che si volesse dimostrare che “i ribelli” (questo è il termine usato), tali anche per il loro “passato”, hanno perso una battaglia (che in realtà non c’è mai stata).

Mi sarebbe piaciuto essere un ribelle. Sono solo una persona investita di alcune responsabilità. Se si rinvengono delle ragioni per non approvare un bilancio penso sia un preciso dovere non approvarlo nell’interesse dell’istituzione (una giornalista che si occupa di economia dovrebbe convenire sul punto). E se si pensa che manchino le condizioni per conferire una laurea ad honorem altrettanto doveroso è esprimere un voto non favorevole (e in questo caso continuo a pensarla nello stesso modo).

Probabilmente nel riferimento ai ribelli c’è il desiderio di irridere chi non si allinea. Mi pare di poter dire che lo “spillo” non solo non “graffi” ma sortisca l’effetto diametralmente opposto.

Alec Ross. Il nostro futuro

Vincenti e perdenti

Alec Ross ha svolto la funzione di senior advisor per l’innovazione nello staff di Hillary Clinton quando lei era segretaria di stato (nel primo mandato di Obama). In quella veste ha incontrato i “più alti livelli di leadership delle massime aziende tecnologiche e dei governi della Terra”. L’attività svolta gli ha consentito di scrivere quello che è divenuto un best seller in tutto il mondo: “Il nostro futuro. Come affrontare il mondo dei prossimi vent’anni” (la lettura mi è stata suggerita da uno dei rappresentanti degli studenti in Senato accademico).

Il libro segue due grandi filoni: da una parte spiega le innovazioni tecnologiche che ci attendono. Dall’altra preconizza le ricadute sociali ed economiche di questi cambiamenti epocali.

Sotto il primo aspetto ci parla di un mondo dominato dai robot (che saranno in grado di sedare i pazienti in sala operatoria); ci illustra come la genomica ci consentirà di vincere il cancro; ci introduce al fascino di bitcoin e della moneta elettronica; ci racconta le magnifiche sorti progressive dei cosiddetti big data. Per quel che riguarda il secondo profilo prefigura le conseguenze di tali innovazioni: la perdita di posti di lavoro (basterà un solo anestesista che controlli ciò che fanno i robot); la nascita di un mondo programmato (si potranno creare bambini su misura); l’avvento di un possibile far west tecnologico (attacchi informatici e truffe miliardarie online).

Ross dedica molto spazio a descrivere come saranno i mercati futuri, con una convinzione di fondo: molti guadagneranno (anche tanto) ma molti rimarranno senza lavoro con il rischio che crescano le diseguaglianze (riporto le pagine 22 e 23 dove questo discorso è sintetizzato in maniera chiara).

L’ultimo capitolo (di gran lunga il più breve) è dedicato ai consigli per i giovani. Occorrerà: viaggiare molto (“i maggiori guadagni saranno quelli che hanno la capacità di guardarsi intorno nel mondo e di vedere e cogliere l’occasione nella prossima ondata di mercati ad alta crescita”: p. 205); conoscere le lingue: non solo linguaggio umano ma anche linguaggi di programmazione (anche perché insegnano a capire i problemi e ad immaginare le soluzioni); possedere capacità analitiche (quelle delle vecchie arti liberali).

Mi è sembrato un libro interessante (un centinaio di pagine di meno lo avrebbero reso migliore). Insegna cosa sta avvenendo alla frontiera della ricerca tecnologica.

Quello che mi sembra dominare nel libro è: a) la logica vincente-perdente (vedi la pagina 18 che riproduco); b) cosa fare per trovarsi tra i vincenti.

La tecnologia comporta delle diseguaglianze (vecchie e nuove). Dobbiamo limitarci a registrare questo fatto e a comportarci di conseguenza per non rimetterci o dobbiamo preoccuparci di ridurle o eliminarle sul piano globale? L’autore sceglie la prima strada: la seconda è quella propria della politica. Alec Ross era consigliere di Hillary Clinton: la seconda ha perso le elezioni per diventare presidente degli Stati Uniti.

Ai giovani vanno insegnate tutte le cose scritte in questo libro. Ma anche qualcosa di più del solo modo di fare soldi e trovarsi dalla parte giusta del tavolo (di baccarà).

 

 

Davvero No Tar?

Ma senza il Tar andrebbe meglio?

Corriere del Trentino, 10 agosto 2017

 

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