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Stimoli: reagire o pensare?

Stimoli: reagire o pensare?

stimolo

 

Siamo progettati per rispondere a stimoli.

Attraverso i 5 sensi riceviamo stimoli che innescano delle reazioni.

Alcune di queste ci mantengono in vita: stimoli che provocano paura ci permettono di predisporre le difese, ad esempio fuggendo davanti al pericolo. Stesso discorso per gli stimoli che provocano dolore fisico (la mano sul fuoco) o psichico (le relazioni tossiche): tendiamo a toglierci dalla situazione pregiudizievole.

Ci sono stimoli che ci danno mero godimento (vedere un bel film o un bel quadro). O stimoli che ci inducono a reagire immediatamente (la necessità compulsiva di commentare su Facebook la qualunque).

Ma siamo progettati anche per pensare e quindi per reagire in maniera più razionale.

Una volta che ci siamo scottati la mano sul fuoco la prima volta, dovremmo aver imparato la lezione. Se continuiamo a scottarci c’è qualcosa che non funziona.

Razionalizzare gli insegnamenti che dovremmo trarre dagli stimoli significa anche preparare le condizioni affinché vengano limitate le paure. I nostri antenati capirono che costruire delle case era un modo per limitare gli stimoli di pericolo e proteggersi di più. Anche al fine di potersi dedicare agli stimoli che ci danno godimento (vedere un bel film sul divano di casa).

Dovrebbe esistere un giusto mix tra stimoli e pensiero riflessivo. Il nostro cervello ha capacità cognitive limitate (come la ram dei vecchi computer): se è impegnato a rispondere a stimoli non ha molto tempo per pensare facendoci assomigliare ad uccelli che sbattono tra le pareti di una gabbia (ovvero: tra uno stimolo e l’altro); viceversa se è impegnato solo a pensare, ignorando qualsiasi stimolo, ci condanniamo ad un loop sterile.

Mi pare di poter dire che lo scenario indicato da ultimo (ovvero: persone che pensano troppo) è recessivo per non dire inesistente. Viviamo un’epoca di stimoli continui di tutti i tipi e di intensità crescente. Sicuramente questo è dovuto alla evoluzione tecnologica (gli smartphone con le app dinamiche di cui sono pieni) e al modello produttivo (la concorrenza fa leva su una pubblicità che deve stimolare agli acquisti in maniera sempre più sofisticata: si pensi alla cosiddetta “pubblicità comportamentale”).

Forse l’overdose di stimoli è addirittura voluta. Come è noto, Ivan Pavlov dimostrò che dosando bene gli stimoli è possibile condizionare le persone (teoria del riflesso condizionato).

Ma se azzeriamo il tempo dedicato a riflettere rinunciamo per definizione a porre le basi per costruire qualcosa di nuovo. Rinunciamo a migliorare.

Continuare a rispondere compulsivamente agli stimoli significa, alla fin fine, restare fermi. Per poi regredire.

 

 

 

Da quale punto di vista guardiamo il mondo?

Da quale punto di vista guardiamo il mondo?

 

bivioNei giorni scorsi i mass media hanno dato ampio risalto ad una esternazione del Ministro dell’interno sui malati psichiatrici. Poiché non mi piace discutere su notizie di quarta o quinta mano (e meno che mai sui commenti dei commenti ad esse), sono andato alla fonte. La frase è stata pronunciata durante il raduno di Pontida dello scorso primo luglio ed è testualmente questa:

Penso a una riforma, sulla carta giusta, che si sta dimostrando un disastro lasciando nella miseria migliaia di famiglie: quella dei malati psichiatrici, che ha cancellato le strutture che li curavano abbandonando le famiglie al loro destino. Ogni giorno è un bollettino di guerra perché lo Stato si volta dall’altra parte”.

Di primo acchito essa contiene una affermazione probabilmente vera (“le famiglie dei malati psichiatrici sono lasciate al loro destino”) ed un’altra radicalmente falsa (non mi pare che quotidianamente leggiamo “bollettini di guerra” con vittime provocate da malati psichiatrici).

Ma mi interessa sottolineare un’altra cosa: il punto di vista. Cerco di spiegare perché è rilevante facendo un esempio. Se il Ministro avesse detto: “Questo governo stanzierà 3 miliardi di euro per studiare e combattere la malattia mentale” sarebbe stato chiaro che ciò che si ha a cuore è la sorte del malato. Facendo riferimento al ruolo (certo non facile) delle famiglie il baricentro viene spostato su altro: il problema da risolvere non è la cura del “malato” (termine su cui si dovrebbe discutere a lungo, specie nel campo del disagio psichico). Il “malato” è il problema ed anche “pesante” per chi gli sta intorno.

Lasciamo per un attimo il disagio psichico. Le “famiglie” spesso hanno a che fare anche con altri “congiunti che creano problemi”. Penso, per averlo vissuto in prima persona, a chi ha genitori anziani che entrano nel tunnel delle patologie legate alla demenza senile (un dramma diffusissimo). Penso a chi convive con persone disabili gravi (non solo quelle vittime di malattie di cui si occupa Telethon, ma anche, per esempio, chi è rimasto tetraplegico per un incidente stradale o per manovre maldestre al momento del parto). L’elenco potrebbe continuare. Ma il Ministro dell’interno si è occupato (almeno in questa sede) solo dei “malati psichiatrici”, come li ha definiti.

A me vengono in mente alcune considerazioni.

  1. L’eclissi del debole. L’attenzione non è sul problema del malato che è solo avvertito come “peso”. Il problema da risolvere è quello delle persone che non possono fare quello che vogliono perché hanno il problema di avere un congiunto malato.
  2. La gerarchia tra deboli. I deboli non solo sono la fonte del problema: ce ne sono alcuni più “fastidiosi” di altri. Anche se una volta “sistemati” (magari in ospedali psichiatrici cui certamente sarebbe dato un nome diverso) i primi è ovvio che sarebbero “sistemati” anche tutti gli altri per togliere dalla circolazione tutti i “pesi”.
  3. Cartina di tornasole. Il Ministro ci mette poco di suo. Egli cavalca la “pancia” delle persone. Dice le cose che le persone vogliono sentirsi dire.
  4. Cosa siamo diventati. Non è la sede per indagini sociologiche. Ma certamente siamo diventati monadi, che non credono più alla ricompensa nell’aldilà, che vogliono tutto adesso, che pensano di avere diritto a godersi la vita in modo pieno (?) e che, pertanto, hanno diritto a non avere problemi. Che hanno diritto anche di pensare che non saranno mai a loro volta un problema (perché migranti, perché malati psichici, perché disabili, perché anziani: le ragioni per cui possiamo diventare deboli sono infinite).

Un problema (ciò che diventa problema) è solo un punto di vista. E il mondo possiamo guardarlo dal punto di vista di chi ha bisogno di aiuto o dal punto di vista di chi pensa solo a se stesso.

 

 

"Ti do la mia parola"

"Ti do la mia parola"

stretta di manoNei giorni scorsi, recependo in parte la proposta di legge presentata da Filippo Degasperi, il Consiglio provinciale di Trento ha approvato una norma che mira a favorire il rispetto da parte delle imprese dei termini di pagamento.

Il problema che si è voluto affrontare è noto. Molte aziende pagano con ritardo i propri debiti e ben oltre i limiti previsti contrattualmente. Siffatto comportamento produce effetti negativi a cascata: i creditori, non riuscendo a riscuotere quanto spetta loro, a propria volta pagano in ritardo i propri fornitori e così via, in una spirale che mette a dura prova l’esistenza stessa delle imprese. Occorre ricordare, a tale riguardo, come nel nostro Paese anche la pubblica amministrazione spesso non onori i propri debiti nei tempi prescritti.

Per ovviare al problema, la disposizione appena approvata affida alla Provincia il compito di promuovere l’adozione, da parte degli operatori economici, di un codice etico per la diffusione di buone prassi finalizzate all’affermarsi di tempi contrattuali congrui e al rispetto dei termini di pagamento pattuiti. In buona sostanza, le imprese che si impegneranno a osservare il codice etico e, quindi, pagare i fornitori nei tempi prescritti, si vedranno riconosciuto un «bollino di qualità» il cui principale effetto sarà quello di accrescere la loro reputazione.

L’idea non è nuova. Il Codacons, associazione di consumatori, la propose qualche anno fa. Ma una concreta attuazione a essa l’ha data Confindustria varando il «Codice italiano pagamenti responsabili» (www.pagamentiresponsabili.it). Aderendo al codice le imprese (ma anche le pubbliche amministrazioni), si impegnano a rispettare i tempi e le modalità di pagamento concordati con i fornitori e a risarcire in modo puntuale e trasparente.

La contropartita per le imprese è, come si diceva, reputazionale. Se ci si presenta alla controparte contrattuale potendo dire di aver aderito al codice etico si ottengono benefici quali migliori condizioni di prezzo (oltre a spezzare la spirale negativa prima ricordata e innescarne, viceversa, una virtuosa).

Resta una considerazione. I termini di pagamento sono elementi di un contratto. E il contratto, come ci ricorda l’articolo 1372 del codice civile, «ha forza di legge tra le parti». Ne deriva che quando una clausola contrattuale non viene rispettata la legge deve intervenire per ripristinare l’ordine violato. Ma ciò non avviene: perché i processi costano, sono lunghi e così via. Ecco che si sceglie un’altra strada. Non già punire chi non rispetta i patti, bensì premiare, anche se indirettamente, chi li rispetta. A un approccio repressivo (ma poco efficace) se ne sostituisce uno proattivo, definibile come «soft law»: si incentivano le buone pratiche.

Un tempo, tra gli operatori economici, bastava una «stretta di mano» per concludere un contratto. E la «parola data» valeva più di mille garanzie messe nero su bianco. Soprattutto perché il venir meno alla parola significava essere emarginati: nessuno avrebbe più contrattato con chi non manteneva gli impegni. Ma, specularmente, essere «uomo (o donna) di parola» accresceva l’onore delle persone. La società complessa ha imposto il ricorso a contratti sempre più complessi. Salvo scoprire che forse le cose funzionano meglio se si punta sui valori primari del vivere civile. Come il rispetto della parola data, appunto.

 

Corriere del Trentino, 13 luglio 2018

 

 

 

Architettura nella e della società (ovvero: architetti e giuristi)

Architettura nella e della società (ovvero: architetti e giuristi)

citta

Dal 5 al 7 luglio si è tenuto, a Roma, l’ottavo Congresso nazionale degli architetti italiani.

Il documento programmatico che ha formato la base di riflessione dell’evento si apre con queste parole: «Tutti abitiamo e la missione dell’architettura è proprio quella di definire l’abitare, il vivere, il lavorare l’avere rapporti sociali e quindi ABITARE parla di un progetto complessivo che a tutti interessa».

Definire l’abitare è un compito difficile ma ineludibile. Per farlo occorrono architetti con determinate caratteristiche. E infatti il medesimo documento (a pagina 29) così prosegue:

«L’architetto si colloca sempre di più in un contesto sociale e il valore dell’architettura deve avere riconosciuto il proprio valore sociale…. La correlazione tra capacità di esprimere una visione e di risolvere problemi sociali è la declinazione di quel mix di creatività e competenza che fa, come abbiamo detto, la natura della professione ma che oggi, rispondendo a questa istanza sociale deve diventare una sorta di regista dello sviluppo di città e territori…. La figura nuova è quella dell’architetto sociale. Una figura che diventi il progettista di oggetti, sistemi fisici e tecnologici di infrastrutture e morfologie, di utilità e servizi, ma anche un progettista dei nuovi welfare… Questa nuova dimensione sociale che è richiesta e non imposta, comporta profonde trasformazioni nei sistemi di relazione di alleanza dell’architetto con altre professioni – dal sociologo all’ingegnere, dal biotecnologo all’economista – che sostengono le nuove capacità dell’architetto e dell’urbanista e che si declinano nella necessità di atteggiamento problem solving e di un approccio problem setting».

Le considerazioni appena esposte dipingono l’architetto come un soggetto che definisce gli spazi (di una casa, di una città, di una intera nazione) per costruire relazioni sociali migliori al fine di promuovere il benessere collettivo.

Per fare questo occorre un maggiore “dialogo tra saperi”. E infatti il documento auspica una “alleanza” tra l’architetto e altre professioni citando espressamente: sociologi, ingegneri, biotecnologi ed economisti.

Non vengono citati i giuristi. Invece io penso che il giurista abbia molti punti in comune con la figura di architetto appena delineata. L’abitare si sostanzia nella costruzione di relazioni sociali. E il giurista è (o dovrebbe essere) l’architetto delle relazioni sociali. Il diritto è la tecnologia che ci consente di definire il modo di stare insieme e quindi di costruire l’innovazione sociale alla luce dei valori fondanti di una comunità. L’abitare, ad esempio, non può prescindere da principi come l’uguaglianza, la non discriminazione, la libertà e così via.

Anche i giuristi si occupano di “problem setting” nel momento in cui cercano di definire i problemi sociali (singoli e collettivi) e sono dei “problem solver” quando immaginano soluzioni nuove a problemi sociali vecchi e nuovi. Trovare risposte innovative ai problemi sociali impone anche al giurista di possedere le skills della creatività.

Abitare è un tema molto complesso. Formare al “dialogo tra i saperi”, al “problem solving”, alla “creatività” è il compito irrinunciabile di una Università che voglia insegnare a progettare il futuro.

 

 

C'è più tempo che vita

tempo

 

Nell'incrociarla vicino al portone di casa, mi è venuto spontaneo fermarmi per cederle il passo. Ma la signora Maria, che vive nel condominio affiancato al mio, ha sfoderato il suo solito sorriso e, a propria volta, mi ha fatto cenno di precederla pronunciando queste parole: «C'è più tempo che vita, sa professore».

Non avevo mai ascoltato quel detto: così ho cercato notizie sul palmare. E' un proverbio di incerte origini che contiene un invito a non affannarsi: come se la signora Maria avesse letto sul mio viso la solita fretta. Non sono pochi i detti popolari che fanno riferimento al tempo. Alcuni invitano a non sprecarlo: «Chi ha tempo non aspetti tempo» oppure «Il tempo è denaro»; altri, al contrario, ne celebrano la durata: «Il tempo è galantuomo» oppure «Il tempo dà consiglio».

Quello citato dalla signora Maria, però, è molto più profondo nella sua apparente contraddizione: da una parte, infatti, vi è la mera constatazione che la vita è assai più breve del tempo; dall'altro c'è, però, un invito alla lentezza, a non farsi travolgere dagli impegni, ad assaporare gli attimi.

La nostra vita abita il tempo perché ci vuole tempo per realizzare gli obiettivi che ci proponiamo, per dare corpo alle relazioni, per costruire la nostra stessa identità. Il tempo dà ragione della profondità storica dell'esistenza che deriva dall'essere parte di una civiltà, di una tradizione, di una cultura. E', inoltre, misura della parabola umana che nasce e si consuma permeandosi di gioie e di dolori, di successi e di cadute nella corsa verso il mistero. E' ciò che Giuseppe Ungaretti definì «Sentimento del tempo» in una delle sue raccolte di poesie più famose.

All'opposto, invece, non è pensabile comprimere il tempo come se la nostra vita fosse in grado di contenerlo tutto. A volte ci si riempie la vita di cose da fare così da non avere mai un minuto libero. Qualcuno sostiene che ci si rifugia nella foga della routine per evitare di fare i conti con la paura del vuoto. Non so se sia davvero così. Certamente affastellando impegni si lascia poco spazio alla riflessione e al prendersi cura davvero di se stessi e delle persone care. Si pregiudica la stessa possibilità di dare ingresso alle novità e ai mutamenti, soprattutto quelli che riguardano la sfera interiore.

Come una volta ha detto John Lennon: «In fondo la vita è quello che ti succede mentre cerchi di fare qualcosa». Credo che la signora Maria l'abbia capito da tempo.

Corriere del Trentino, 26 giugno 2015

 

 

 

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