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Architettura nella e della società (ovvero: architetti e giuristi)

Architettura nella e della società (ovvero: architetti e giuristi)

citta

Dal 5 al 7 luglio si è tenuto, a Roma, l’ottavo Congresso nazionale degli architetti italiani.

Il documento programmatico che ha formato la base di riflessione dell’evento si apre con queste parole: «Tutti abitiamo e la missione dell’architettura è proprio quella di definire l’abitare, il vivere, il lavorare l’avere rapporti sociali e quindi ABITARE parla di un progetto complessivo che a tutti interessa».

Definire l’abitare è un compito difficile ma ineludibile. Per farlo occorrono architetti con determinate caratteristiche. E infatti il medesimo documento (a pagina 29) così prosegue:

«L’architetto si colloca sempre di più in un contesto sociale e il valore dell’architettura deve avere riconosciuto il proprio valore sociale…. La correlazione tra capacità di esprimere una visione e di risolvere problemi sociali è la declinazione di quel mix di creatività e competenza che fa, come abbiamo detto, la natura della professione ma che oggi, rispondendo a questa istanza sociale deve diventare una sorta di regista dello sviluppo di città e territori…. La figura nuova è quella dell’architetto sociale. Una figura che diventi il progettista di oggetti, sistemi fisici e tecnologici di infrastrutture e morfologie, di utilità e servizi, ma anche un progettista dei nuovi welfare… Questa nuova dimensione sociale che è richiesta e non imposta, comporta profonde trasformazioni nei sistemi di relazione di alleanza dell’architetto con altre professioni – dal sociologo all’ingegnere, dal biotecnologo all’economista – che sostengono le nuove capacità dell’architetto e dell’urbanista e che si declinano nella necessità di atteggiamento problem solving e di un approccio problem setting».

Le considerazioni appena esposte dipingono l’architetto come un soggetto che definisce gli spazi (di una casa, di una città, di una intera nazione) per costruire relazioni sociali migliori al fine di promuovere il benessere collettivo.

Per fare questo occorre un maggiore “dialogo tra saperi”. E infatti il documento auspica una “alleanza” tra l’architetto e altre professioni citando espressamente: sociologi, ingegneri, biotecnologi ed economisti.

Non vengono citati i giuristi. Invece io penso che il giurista abbia molti punti in comune con la figura di architetto appena delineata. L’abitare si sostanzia nella costruzione di relazioni sociali. E il giurista è (o dovrebbe essere) l’architetto delle relazioni sociali. Il diritto è la tecnologia che ci consente di definire il modo di stare insieme e quindi di costruire l’innovazione sociale alla luce dei valori fondanti di una comunità. L’abitare, ad esempio, non può prescindere da principi come l’uguaglianza, la non discriminazione, la libertà e così via.

Anche i giuristi si occupano di “problem setting” nel momento in cui cercano di definire i problemi sociali (singoli e collettivi) e sono dei “problem solver” quando immaginano soluzioni nuove a problemi sociali vecchi e nuovi. Trovare risposte innovative ai problemi sociali impone anche al giurista di possedere le skills della creatività.

Abitare è un tema molto complesso. Formare al “dialogo tra i saperi”, al “problem solving”, alla “creatività” è il compito irrinunciabile di una Università che voglia insegnare a progettare il futuro.

 

 

C'è più tempo che vita

tempo

 

Nell'incrociarla vicino al portone di casa, mi è venuto spontaneo fermarmi per cederle il passo. Ma la signora Maria, che vive nel condominio affiancato al mio, ha sfoderato il suo solito sorriso e, a propria volta, mi ha fatto cenno di precederla pronunciando queste parole: «C'è più tempo che vita, sa professore».

Non avevo mai ascoltato quel detto: così ho cercato notizie sul palmare. E' un proverbio di incerte origini che contiene un invito a non affannarsi: come se la signora Maria avesse letto sul mio viso la solita fretta. Non sono pochi i detti popolari che fanno riferimento al tempo. Alcuni invitano a non sprecarlo: «Chi ha tempo non aspetti tempo» oppure «Il tempo è denaro»; altri, al contrario, ne celebrano la durata: «Il tempo è galantuomo» oppure «Il tempo dà consiglio».

Quello citato dalla signora Maria, però, è molto più profondo nella sua apparente contraddizione: da una parte, infatti, vi è la mera constatazione che la vita è assai più breve del tempo; dall'altro c'è, però, un invito alla lentezza, a non farsi travolgere dagli impegni, ad assaporare gli attimi.

La nostra vita abita il tempo perché ci vuole tempo per realizzare gli obiettivi che ci proponiamo, per dare corpo alle relazioni, per costruire la nostra stessa identità. Il tempo dà ragione della profondità storica dell'esistenza che deriva dall'essere parte di una civiltà, di una tradizione, di una cultura. E', inoltre, misura della parabola umana che nasce e si consuma permeandosi di gioie e di dolori, di successi e di cadute nella corsa verso il mistero. E' ciò che Giuseppe Ungaretti definì «Sentimento del tempo» in una delle sue raccolte di poesie più famose.

All'opposto, invece, non è pensabile comprimere il tempo come se la nostra vita fosse in grado di contenerlo tutto. A volte ci si riempie la vita di cose da fare così da non avere mai un minuto libero. Qualcuno sostiene che ci si rifugia nella foga della routine per evitare di fare i conti con la paura del vuoto. Non so se sia davvero così. Certamente affastellando impegni si lascia poco spazio alla riflessione e al prendersi cura davvero di se stessi e delle persone care. Si pregiudica la stessa possibilità di dare ingresso alle novità e ai mutamenti, soprattutto quelli che riguardano la sfera interiore.

Come una volta ha detto John Lennon: «In fondo la vita è quello che ti succede mentre cerchi di fare qualcosa». Credo che la signora Maria l'abbia capito da tempo.

Corriere del Trentino, 26 giugno 2015

 

 

 

“Avvocato, come ha potuto accettare di difendere quel criminale? Se lo difende diventa suo complice”.

“Avvocato, come ha potuto accettare di difendere quel criminale? Se lo difende diventa suo complice”.

von bulow

 

Spesso si legge sui giornali di attacchi agli avvocati. Specialmente a quelli che accettano la difesa di persone che commettono crimini orrendi.

La gente si chiede: ma come può accettare di difendere un criminale di tal fatta?

E spesso si fa coincidere la figura del difensore con quella dell’imputato così da riversare sul primo le stesse colpe di cui è accusato il secondo.

Il film “Il mistero Von Bulow” (Usa, 1990, regia di Barbet Schroeder) vede come protagonista un professore di una prestigiosa facoltà giuridica statunitense che accetta di difendere in appello una persona condannata in primo grado per uxoricidio sulla base di prove create ad arte. La trama è interessante perché riproduce sullo schermo una metodologia didattica: la clinica legale (legal clinic). Un caso approdato in un giudizio viene affrontato da un docente universitario insieme agli studenti del proprio corso affinché questi ultimi imparino  ad affrontare un caso della vita reale.

 

Di seguito il testo del dialogo (che si svolge all’inizio del film)  tra il professore/avvocato e una studentessa che gli rimprovera di aver accettato il caso.

 

Studentessa: Von Bulow è palesemente colpevole di un delitto spregevole e se grazie a noi tornasse libero diventeremmo suoi complici in questo crimine, sarebbe favoreggiamento. Alan sono esterrefatta. Con il suo passato di difensore dei poveri e degli oppressi come ha potuto accettare questo caso? Comunque io non voglio averci niente a che fare e spero che i miei compagni di corso facciano altrettanto.

Professore: Posso esercitare il mio diritto alla parola come sancito dal primo emendamento?

Studentessa: Prego.

Professore: Se gli avvocati difendessero solo gli innocenti vi assicuro che ne basterebbero 10 in tutto il paese. Nessuno di voi troverebbe più lavoro.

Studentessa: Qual è la ragione per cui si deve aiutare un colpevole ad uscire di galera?

Professore: Tu sei sicura che Von Bulow sia colpevole? Sicura al 100%?

Studentessa: Aveva un avvocato. Ha avuto un processo. È stato condannato.

Professore: E sei sicura che abbia avuto un processo equo?

Studentessa: Andiamo, Alan.

Professore: È la base dell'intero sistema. Chiunque sotto accusa ha diritto a una difesa. E il sistema è lì per aiutare quelle poche persone innocenti accusate ingiustamente. Sta’ a sentire. Prendiamo te. Un giorno decidi di divorziare da tuo marito. La settimana seguente sei accusata di molestie sessuali a tuo figlio. Non c'è niente da ridere. Storia del genere ne capitano continuamente. E di colpo ti ritrovi sola. Garantito. Credetemi è un incubo. Chiunque ti conosca dà per scontato che tu sei colpevole. Persino il postino comincia a guardarti in modo un po' strano. E ti accorgi che c'è una sola persona disposta a crederti. C'è una sola persona di cui ti fidi: il tuo avvocato.

Studentessa: Mi ha convinto. D'accordo. Qualcuno dovrà difendere Von Bulow. Ma perché lei Alan? Perché noi altri?

Professore: Sei una mia allieva. Puoi scegliere. Non sei obbligata a fare una cosa che non vuoi. Dipende solo da te. Il criterio con cui io scelgo i casi, e in questo sono diverso da molti altri avvocati che non sono professori e fanno questo lavoro per vivere, è che io scelgo i casi che mi fanno più arrabbiare. E io sono molto arrabbiato adesso. La famiglia ha assunto una specie di pubblico ministero privato. Inaccettabile. hanno effettuato una perquisizione in casa non autorizzata. Ora se glielo lasciamo fare una volta, ricchi e potenti non si rivolgeranno più alla polizia. Sapete che faranno? Incaricheranno i loro avvocati di fiducia per la raccolta delle prove. Dopodiché si tratterà solo di scegliere nel mucchio quelle più convenienti da passare al procuratore distrettuale. E la prossima vittima forse non sarà un riccone come Von Bulow, ma magari qualche povero cristo di Detroit che non può permetterselo o che non riesce a trovarlo un avvocato decente. Forse è un po' più complicato. Più complicato della tua semplicistica morale. Non ti pare?

 

La presenza dell’avvocato nel processo è la base del sistema.

L’articolo 1 del codice deontologico degli avvocati recita: L’avvocato tutela, in ogni sede, il diritto alla libertà, l’inviolabilità e l’effettività della difesa, assicurando, nel processo, la regolarità del giudizio e del contraddittorio.

Solo in presenza di un difensore (anche nei casi dei crimini più efferati) si può ottenere una sentenza giusta.

E la nostra civiltà non vuole vendetta. Vuole giustizia.

[Del secondo interrogativo posto dalla studentessa: “Ok, ognuno ha diritto ad avere un avvocato. Ma perché dobbiamo difenderlo proprio noi?” parleremo in un prossimo post].

 

 

Un ricordo personale di Enzo Rutigliano

Un ricordo personale di Enzo Rutigliano

Enzo Rutigliano

 

Oggi [30 giugno 2018], nell’Aula Kessler della Facoltà di Sociologia, famigliari, colleghi e tanti ex studenti hanno salutato il Prof. Enzo Rutigliano.

Come qualcuno ha sottolineato, è stato scelto un luogo significativo, che in qualche modo descrive una parabola umana prima ancora che scientifica.

Rutigliano giunse a Trento in pieno ’68 per iscriversi a Sociologia. Si laureò e intraprese la carriera accademica. Per decenni ha insegnato alla matricole la Storia del pensiero sociologico.

Nell’aula che lo vide studente e poi professore, Gli è stato dato l’ultimo commosso e partecipato saluto (l’aula era stracolma).

In molti sono intervenuti per ricordarne il pensiero scientifico, l’approccio didattico, il tratto umano.

Ho preso la parola anch’io. Per abbracciare Enzo. Per ricordare due episodi. Per ricordare un modello di Professore, che forse non esiste più. Possiamo solo sperare che il diverso modello che si sta imponendo sia ugualmente fecondo. Specie per gli studenti che verranno.

Ho pensato fosse giusto riportare qui le cose che ho detto.

 

Tanti sono gli episodi che potrei raccontare su Enzo Rutigliano, scomparso due giorni fa.

Mi limito a citarne due.

Il primo riguarda la sua direzione del periodico UniTn.

Sul finire del 2009 l’Ateneo decise di cessare la pubblicazione della edizione cartacea, per limitarsi a quella digitale. Riporto un “spillo” firmato da Enzo apparso sulla prima pagina del numero 107, di quel periodico:

spillo

 

Ai lettori

Questo numero di Unitn è l’ultimo nella forma cartacea. Dal prossimo ci trasferiremo sul web.

La crisi economica ci ha costretti a tagli. Alcuni particolarmente dolorosi, e questo lo è, almeno per noi.

Che il nostro mensile sparisca come oggetto che possa essere preso in mano, sfogliato, usato e letto, anche senza l’intenzione precisa di cercarlo, non è poco e non è senza significato. Tuttavia confidiamo che l’interesse che i lettori ci hanno finora mostrato li spinga a cercarlo e a leggerlo nella forma telematica…… Firmato: Enzo Rutigliano.

 

 

In quelle settimane egli mi chiamò al telefono e mi disse: “Vanni, ma come è possibile questo? Davvero non ci sono soldi per stampare questo giornale? Davvero bisogna risparmiare sulle briciole? Non si vuole capire che il giornale cartaceo è una cosa molto diversa da un bollettino web.”

Condividevo le sue domande. Condividevo soprattutto l’idea che un giornale cartaceo sia una cosa diversa da un bollettino web. Né peggiore, né migliore: diversa. Certamente meno “liquida”.

Infatti, qualche anno dopo, a dicembre 2013, il periodico UniTn cessò di esistere anche in forma online. Era nato nel 1998. Dodici anni su carta. Quattro in formato digitale. Poi sostituito da altre forme di comunicazione. A testimonianza della accelerazione che subiscono le iniziative di comunicazione. E dei continui cambiamenti cui sono sottoposte (certamente ad ogni cambio di leadership). Un segno dei tempi. Un segno del cambiamento dei tempi. Le cui parole d’ordine sono diventate: risparmio e innovazione.

Il secondo episodio è di un paio d’anni più tardi.

La riforma Gelmini ha imposto a tutte le Università di dotarsi di un codice etico. Nel 2012, come ProRettore Vicario, chiesi e ottenni che l’adozione di questo codice a Trento non fosse calata dall’alto, ma davvero fosse il distillato dei valori della nostra comunità universitaria. Così andai nei consigli di tutti i Dipartimenti a spiegare quanto previsto dalla legge e a chiedere a tutti di contribuire alla stesura del Codice etico.

Dopo qualche giorno dal mio intervento nel Consiglio di Sociologia ricevetti una sua chiamata: “Vanni, ma a che punto siamo arrivati. Adesso dobbiamo mettere nero su bianco i nostri valori? Come se non li conoscessimo? Come se non fossero l’essenza stessa del nostro essere professori? Come se non dovessimo saperli a memoria e agire rispettandoli e basta?”.

Gli raccontai degli scandali, dei plagi, dei nepotismi, che avevano portato ad introdurre quella norma della legge Gelmini. Gli raccontai che insieme ai professori a tempo definito e quelli a tempo pieno, c’è la categoria dei professori “a tempo perso”. Egli rise. Amaro. Gli raccontai dell’opportunità che la norma offriva di riflettere a voce alta sul nostro ruolo. Ma dentro di me gli davo nuovamente ragione. Le sue considerazioni erano ingenue e disarmanti allo stesso tempo. Le considerazioni di chi mai avrebbe potuto indulgere a comportamenti men che corretti.

I tempi cambiano. Le persone cambiano. A volte cose e persone semplicemente finiscono. Come è finita, purtroppo, la vita di Enzo.

I due episodi che ho raccontato fotografano, almeno in parte, il cambiamento dei tempi. Rispetto ad entrambi Enzo aveva manifestato il proprio disagio. Lui che, per formazione, era in grado di “leggere” i mutamenti profondi della società.

Nei cambiamenti che hanno interessato l’Università italiana Enzo ormai non si riconosceva più. Era un professore di altri tempi. Non, sia chiaro, il “barone”, che non esiste più da tempo. Il Professore che credeva nel lavoro intellettuale e formativo e che credeva nell’istituzione come espressione di una comunità di professori e studenti.

In questi giorni mi ha colpito leggere sui social network i tanti messaggi di affetto e riconoscenza tributati al Prof. Rutigliano.

Altri professori abitano questo tempo. Tempi che vedono l’Università associata a parole come “indicatori” e “performance” (ovvero alla cosiddetta “cultura della valutazione”). Tempi dove alla costruzione della comunità si sostituisce la rincorsa al proprio “grant” e alla propria “application”. Tempi che richiedono risultati veloci, e quindi negano il presupposto della riflessione. Tempi che pretendono innovazione che spesso è solo un eterno ritorno. Tempi dove si agisce così perché non si può fare altrimenti se non si vuole essere marginalizzati.

Chissà se i professori che abitano questo tempo lasceranno un segno nei propri studenti e nei propri colleghi  (ovvero: nella comunità universitaria) così come lo ha lasciato Enzo Rutigliano.

Trento, 30 giugno 2018

 

 

Valorizzare gli insegnanti migliori. OK. Ma come si "misura" il merito?

Valorizzare gli insegnanti migliori. OK. Ma come si "misura" il merito?

 

bonus meritoLa giunta provinciale di Trento, con le delibere 981/2018 e 1064/2018, ha dato attuazione alla valorizzazione professionale del personale docente delle istituzioni scolastiche, destinando risorse finanziarie ad hoc.

Si tratta di qualcosa di analogo al cosiddetto «bonus merito» introdotto, a livello nazionale, dalla legge sulla «buona scuola». Il principio è che gli insegnanti migliori godano di un trattamento economico aggiuntivo.

Secondo l’articolo 87-bis della legge provinciale numero 5 del 2006 ("Legge provinciale sulla scuola" come modificata nel 2017) i criteri da prendere in considerazione per valutare i docenti sono:

- la qualità dell’insegnamento,

- l’assolvimento di responsabilità di carattere organizzativo e didattico,

- la formazione continua

- lo sviluppo professionale.

Lo snodo delicato di ogni attività di valutazione sta nell’individuare i parametri per misurare il «merito». La citata delibera 981/2018 ha approvato la metodologia di valutazione individuando degli appositi «indicatori».

Il criterio della «qualità dell’insegnamento» può essere misurato ricorrendo a parametri tipo l’innovazione didattica (utilizzo di strategie quali il cooperative learning o la flipped classroom); l’inclusione e l’accoglienza (inserimento di ragazzi con disturbi specifici dell’apprendimento); il successo formativo e scolastico degli studenti (rilevando gli esiti degli alunni in entrata e confrontandoli con quelli in itinere per vedere se ci sono miglioramenti); l’attuazione del progetto «Trentino Trilingue», e così via.

Ciascuno degli indicatori deve avere un peso specifico che viene definito dal dirigente all’inizio dell’anno scolastico e comunicato al collegio dei docenti.

Tutti noi abbiamo sperimentato sulla nostra pelle di studenti quanto importante sia avere insegnanti bravi che sappiano davvero trasmettere conoscenze e competenze, alimentando la curiosità per la scoperta che costituisce una delle motivazioni più profonde dell’apprendimento. Sotto questo punto di vista non va scartato nessun tentativo di trovare, se esistono, strumenti che inducano i docenti a migliorarsi per assolvere sempre meglio la propria missione.

Ma occorre fare attenzione ai pericoli insiti nei sistemi di valutazione. Conoscere all’inizio dell’anno cosa consente di ottenere una retribuzione maggiore, può retroagire sui comportamenti portando le persone a fare solo ciò che viene premiato di più tralasciando gli altri aspetti che compongono la complessa trama del processo formativo.

Come la stessa delibera 981 riconosce, va scongiurato, ad esempio, il rischio di indurre comportamenti finalizzati a una valutazione degli alunni che precostituisca artificiosamente condizioni di apparente innalzamento del successo formativo.

Ma c’è un ulteriore elemento da considerare. Il concetto di indicatore ha a che fare con la misurazione di qualcosa. Non tutto, però, può essere ricondotto a fenomeni misurabili. Inoltre certe situazioni non sono nemmeno osservabili; cionondimeno esistono e svolgono ruoli fondamentali nel processo educativo.

Ripensando alle nostre esperienze scolastiche, davvero consideravamo migliori gli insegnanti in quanto usavano strategie didattiche innovative o perché ricoprivano un qualche incarico istituzionale? Definire il merito nell’ambito educativo è una attività da condurre con estrema cura. Per evitare di innescare solo atteggiamenti strategici e ottenere, alla fine, un risultato contrario a quello che si vuole raggiungere.

 

Corriere del Trentino, 29 giugno 2018

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