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Riconoscere la leadership precedente

 

 

Nei giorni scorsi un’accesa polemica ha contrapposto Lorenzo Dellai a Ugo Rossi. L’ex governatore ha stigmatizzato la scelta politica degli ultimi anni di puntare meno sull’alta formazione in nome della «tanto invocata discontinuità». L’attuale presidente ha rivendicato il merito di aver operato risparmi virtuosi, ponendo così fine all’epoca delle «spese non cristalline».

L’episodio mi ha fatto venire in mente le riflessioni in materia di leadership. Gian Piero Quaglino, in un saggio intitolato «Immagini della leadership», ricorda che una delle qualità del bravo leader risiede nel riconoscere l’azione dei vertici precedenti. Specie in campo politico un’abitudine in voga nel nostro Paese porta ad additare i predecessori come responsabili di tutti i mali.

In Italia non c’è quasi nessuno che parli bene di Mario Monti (a cominciare dai presidenti del Consiglio che sono venuti dopo di lui) salvo dimenticare che il suo governo era sostenuto da gran parte del parlamento e che i provvedimenti varati non sono stati modificati se non in minima parte.

I leader sembrano ossessionati dal bisogno di dimostrare di essere diversi da chi li ha preceduti (anche perché così si accredita l’idea di essere immacolati). Una simile situazione fa sì che l’azione non sia dettata, in positivo, da ciò che si è e da ciò che si vuole, ma, in negativo, dal bisogno di dimostrare di non essere identici al passato. Un paradosso evidente: il leader precedente è comunque il punto di riferimento, finendo per essere vissuto come una presenza ingombrante e castrante.

La situazione diventa ancora più paradossale se, come nel fatto specifico, i due leader, vecchio e nuovo, sono espressione della stessa maggioranza politica. Nel caso di Rossi si aggiunge l’essere stato uno degli assessori di Dellai, per cui è ancora più arduo marcare le differenze. Anche sul piano delle responsabilità: se spese non cristalline sono state fatte, difficile sfuggire alla critica quantomeno dell’omesso controllo.

Sempre gli studiosi spiegano che i bravi leader, se coscienti delle proprie potenzialità, non solo non temono chi c’era prima, ma ne riconoscono il ruolo chiedendo ad esempio consiglio. Tale atteggiamento attribuisce grande autorevolezza e forza agli occhi della propria squadra di governo e dei cittadini, perché è l’unico modo di non vivere nel cono d’ombra del passato. Il leader migliore è quello che sa chi è e riesce a esserlo.

 

ANTEFATTO

30 agosto.  Lorenzo Dellai: “Ricerca i tagli preoccupano, mancano una regia di sistema”.

31 agosto. Presidente Ugo Rossi replica a Dellai: “Nessun taglio, risparmi virtuosi”.

1 settembre. Dellai controreplica: “Rossi mi ha risposto con rancore”. Rossi dice: polemica sguaiata che non ho iniziato io”.
 

Sciopero docenti universitari. Proposta ai Rettori delle Università italiane.

Sciopero docenti universitari. Proposta ai Rettori delle Università italiane.

Propongo che ogni Università destini l’ammontare complessivo delle trattenute che saranno operate sugli stipendi dei docenti che partecipano allo sciopero indetto dal “Movimento per la dignità della docenza universitaria” ad una specifica iniziativa nel campo del diritto allo studio da concordare con i rappresentanti degli studenti.


Propongo che ogni Ateneo, da parte sua, destini alla medesima iniziativa un importo pari all’ammontare complessivo delle trattenute che saranno operate sugli stipendi dei docenti che partecipano allo sciopero.


Se si raggiungesse un accordo a livello Crui, si potrebbe (con l'accordo del consiglio nazionale degli studenti universitari) destinare la somma delle risorse maturate in ogni Università ad un'unica iniziativa di rilevanza nazionale.

Anteprima copertina nuovo libro

In libreria dal 30 settembre

Il problem solving nelle professioni legali

 

 

Un ricordo di Mariangela Melato

 

mariangela melatoIeri sera Raistoria ha trasmesso un programma in ricordo di Mariangela Melato.

E’ stata la migliore attrice che io abbia visto recitare. Nei film (impareggiabile il ruolo della sciura milanese che si invaghisce di Carunchio/Giannini in “Travolti da un insolito destino dell’azzurro mare di agosto”) ma soprattutto a teatro. Ripensando a lei ho realizzato che ho cercato di vederla tutte le volte che ho potuto. Così mi sono venute in mente tre occasioni.

A metà degli anni, a Bari, nella Medea di Euripide. Potente. Da brivido. Assolutamente credibile nel dare voce all’impensabile: una madre che uccide i propri figli.

Nel 2002, a fine gennaio, ero a Firenze per un convegno all’Accademia della Crusca. Scoprii che recitava in un teatro cittadino “Tre variazioni della vita” di Yasmina Reza. Mi congedai dagli altri convegnisti che avrebbero trascorso la serata insieme a cena ed andai a godermi la sua voce unica dal vivo.

L’ultima volta il 24 aprile 2010 a Genova. Ero stato invitato, il giorno prima, a presentare un mio libro nella locale Università. Lessi sul giornale che andava in scena con “Il dolore” di Marguerite Duras. Dissi a miei ospiti che sarei ripartito e invece restai in città. Acquistai il biglietto e andai a vederla. Un monologo di quasi due ore. Sola in scena a recitare un testo difficile (in argomento con la festa della liberazione che si sarebbe celebrata il giorno dopo, 25 aprile): la narrazione del ritorno di un marito dal campo di concentramento che ovviamente non sarebbe stato più l’uomo che era partito.

Rimasi come sempre inchiodato alla sedia. Anche quando a fine spettacolo la gente cominciava ad andare via. Scoprii solo tempo dopo che era già minata dal male a cui si sarebbe arresa nel gennaio del 2013.  Nel frattempo aveva fatto in tempo a recitare, per la TV, il ruolo di Filumena Marturano. Solo una come lei, milanese, avrebbe potuto essere credibile anche nei panni di una napoletana.

Non so spiegare le ragioni di tanta ammirazione da parte mia. Nella trasmissione di ieri molte sue doti sono state sottolineate: la bravura incontestata, l’ecletticità, il rigore. Il senso di responsabilità. Scopertasi ammalata la sua domanda fu: “come faranno le persone che dipendono da me?”.  In chiusura Renzo Arbore (suo compagno per molti anni) ha detto con la voce rotta: “era nobile”, indicando il cuore.  Si. Oltre tutte le qualità, penso fosse nobile. Di quella nobiltà che ti fa camminare una spanna sopra gli altri. Non per altezzosità. Ma per la capacità di dare una visione dall’alto delle pieghe più recondite dell’animo umano. Quello che solo il grande teatro è in grado di fare. E le grandi persone.

E' davvero una bella fotografia?

 

Durante gli scontri verificatisi a Roma in occasione dello sgombero di un edificio occupato abusivamente da rifugiati in prevalenza somali ed eritrei, è stata scattata una foto che ritrae un agente che accarezza una giovane donna in lacrime.

Tanti hanno commentato commossi l’immagine. Il figlio del poliziotto si è dichiarato (giustamente) orgoglioso del papà. Altri hanno (giustamente) sottolineato l’umanità del tutore della legge. Perfino il “controcorrente per definizione” Vittorio Sgarbi ha letto nel fotogramma la “realizzazione del principio cristiano: ‘Homo homini deus’”. Per il critico c’è un richiamo all’imposizione delle mani del padre sul figliol prodigo nel dipinto di Rembrandt all'Ermitage e uno slancio istintivo, di somiglianza, di identificazione.

L’immagine è bella ed il poliziotto effettivamente trasmette “somiglianza e identificazione”.

Ma se proviamo ad astrarci dal “profilo umano” che cosa “si vede” nell’immagine?

Da una parte una divisa che esercita il potere (anche fisico) di far rispettare una decisione presa da qualcuno dall’altra una ragazza inerme che nel pianto esprime tutta la sua impotenza.

Tralascio il fatto che chi ha il potere ha dato ordini sbagliati (ci si è accorti che per rimediare ad una occupazione abusiva si è creata una guerriglia urbana innescando un problema di illegalità peggiore del precedente: ma il potere non si autopunisce se si scopre incapace, si assolve). Tralascio anche qualsiasi considerazione circa la situazione che esisteva nell’immobile (penso a chi sfruttava le persone facendo pagare per un posto letto… “abusivo”).

Mi fermo all’immagine “divisa che accarezza una persona che piange”.

A me l’immagine sembra l’emblema del potere più cinico.

Quella ragazza piange perché quella divisa è lì (non piangerebbe se non ci fosse, o piangerebbe per altre disperazioni). Lo stesso potere che la sta cacciando la accarezza: per l’umanità di chi indossa la divisa, certo. Ma la dinamica che si può leggere è altra. Il gesto sembra dire: “Tu da qui devi andare via. Con le buone o con le cattive. Non mi importa se non sai dove andare, se stai lasciando un passato tremendo, se cerchi di dare un futuro migliore ai tuoi figli. Te ne devi andare”.

Ecco a me quell’immagine evoca il potere che diventa suadente e, quindi, più cinico. Che ti fa capire che potrebbe colpirti come e quando vuole. Ma che non lo fa perché è buono: lascia che sia tu a scegliere di fare ciò che si deve fare. E’ un modo di fare che accresce l’impotenza e la disperazione: ti fa capire che è assolutamente inutile cercare di opporsi. Puoi solo capitolare. Addirittura con il sorriso e la carezza.

Riconosciamo noi stessi nel pianto della ragazza? Penso di si. Ma per quale ragione? Perché istintivamente ci immedesimiamo con i più deboli? O perché abbiamo riconosciuto esattamente la nostra debolezza?

Sarebbe sin troppo facile dire che il poliziotto (quel singolo poliziotto) avrebbe potuto disobbedire all’ordine se davvero provava tenerezza per quella ragazza. Le dinamiche del potere sono complesse. E spesso si è contemporaneamente carnefici e vittime; o si diventa carnefici per non essere vittime.

La foto di mostra una volta di più la distanza che può esistere tra legalità e giustizia. La prima è figlia di scelte, di maggioranze, di rapporti di forza, di incidenti della storia. La seconda o c’è o non c’è.

 

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