Giovanni Pascuzzi

Tracce digitali di GIOVANNI PASCUZZI

Pubblicazioni

Prossimi eventi

Nessun evento trovato

Libri recenti

Il problem solving nelle professioni legali

27/09/2017

Il problem solving nelle professioni legali

by Giovanni Pascuzzi

Categoria: Libri

Il diritto dell'era digitale

11/10/2016

Il diritto dell'era digitale

by Giovanni Pascuzzi

Categoria: Libri (curatore)

Avvocati formano avvocati

23/05/2015

Avvocati formano avvocati

by Giovanni Pascuzzi

Categoria: Libri


La creatività del giurista

22/05/2013

La creatività del giurista

by Giovanni Pascuzzi

Categoria: Libri

Giuristi si diventa. Seconda edizione

22/05/2013

Giuristi si diventa. Seconda edizione

by Giovanni Pascuzzi

Categoria: Libri

Comparative Issues in the Governance of Research Biobanks

01/02/2013

Comparative Issues in the Governance of Research Biobanks

by Umberto Izzo, Matteo Macilotti, Giovanni Pascuzzi

Categoria: Libri (curatore)


Cercare il diritto. Terza edizione

24/06/2011

Cercare il diritto. Terza edizione

by Giovanni Pascuzzi

Categoria: Libri

Chi è online

Abbiamo 31 visitatori e nessun utente online

Il fascino degli indicatori nelle Università

indicatoreIl fascino degli indicatori nelle Università.

Lo scorso settembre sul Sole24ore era apparso un mio articolo sugli indicatori nelle università.

Ho approfondito la riflessione in una nota apparsa sul Foro italiano

Giovanni Pascuzzi, Il fascino discreto degli indicatori: quale impatto sull'Università?

Il Foro Italiano, 2017, I, 2549

 

 

 

Un caso di malaria, l'ospedale di Trento e le conclusioni affrettate della Ministra della Sanità

Un caso di malaria, l'ospedale di Trento e le conclusioni affrettate della Ministra della Sanità

Corriere del Trentino, 7 novembre 2017

 

malariaLa vicenda della piccola Sofia (deceduta per aver contratto la malaria) è ritornata alla ribalta della cronaca nazionale. Secondo il Corriere della Sera «dalle prime indiscrezioni sui risultati delle analisi compiute dai consulenti tecnici per conto della Procura di Trento emergerebbe che il ceppo del parassita malarico che l’ha contagiata corrisponde a quello identificato in due bimbe del Burkina Faso, ricoverate a Trento quella stessa settimana. Prende corpo, quindi, l’ipotesi che a causare l’infezione sia stato il tragico errore di un sanitario».

La ministra della Sanità ha dichiarato all’Ansa: «Possiamo escludere assolutamente che la malaria sia stata presa in un contesto esterno all’ospedale di Trento. Questo mi sembra un conforto perché vuol dire che non abbiamo ceppi di zanzare che sono vettori malarici. Da un certo punto di vista siamo tutti più sicuri». La Procura di Trento afferma però di non aver ancora ricevuto nulla dai periti nominati, mentre i vertici dell’azienda sanitaria sostengono che tutti i protocolli sono stati rispettati (quindi viene esclusa la possibilità dell’uso scorretto di un ago, come invece adombrato dalle anticipazioni di stampa).

Forse conviene invitare tutti alla prudenza. La ministra sembra soddisfatta di poter addossare la responsabilità sul nosocomio del capoluogo al punto da dare per scontato che «le autorità competenti interverranno sull’ospedale di Trento nel modo più consono e appropriato possibile». La ministra emette già una sentenza inappellabile, e cade in una fallacia logica: il fatto che sia identico il ceppo malarico che ha colpito Sofia e le bimbe del Burkina Faso non comporta come conseguenza necessaria che non ci siano in Italia zanzare in grado di trasmettere la malaria. Si tratta di errori di ragionamento che nella logica deduttiva prendono il nome di «non sequitur» ovvero di «ignoratio elenchi».

Sarebbe bene attendere i risultati definitivi delle inchieste. Anche perché occorre sapere non solo come Sofia abbia contratto la malaria, ma anche perché per lei (a differenza delle altre bimbe ammalatisi) l’esito sia stato infausto: hanno inciso condizioni particolari del soggetto o altre cause, come ad esempio un ritardo nella diagnosi? Nel frattempo sarebbe bene evitare di istruire processi sommari e di considerarsi sicuri abbassando la guardia nei confronti di tutti i possibili agenti portatori della malattia (zanzare comprese).

 

Il disumano è nei dettagli

Il disumano è nei dettagli

 

disumano

L’invito a presenziare all’evento mi era giunto via mail a firma «lo staff». Dopo aver comunicato l’impossibilità di partecipare a causa di pregressi impegni, dallo stesso indirizzo mail mi giunge il rituale messaggio di rammarico per la mancata presenza ma stavolta la firma è «a nome di…».

Le dita sulla tastiera sono partite d’istinto prima che ogni controllo razionale potesse vagliare l’opportunità di quello che stavo facendo: ho chiesto la cortesia di conoscere il nome della persona che mi stava scrivendo. Quasi immediatamente arriva la risposta: «Buona sera, sono Anna Rossi (nome di fantasia), mi dica»: il tono sembrava quello di chi si aspetta un rimprovero per aver fatto qualcosa di sbagliato. Ma la mia intenzione era tutt’altra: «Grazie gentile Anna. Non mi piace dialogare con qualcosa di impersonale come “staff” o “a nome di”. Siamo persone. E volevo ringraziare una persona per avermi scritto». Anche la replica è arrivata immediata: «Ma ringrazio io Lei per la gentilezza e... l’umanità, così rara nel mondo (pur iper-connesso) di oggi».

Mi ha molto colpito l’uso della parola «umanità». Spesso ascoltiamo, specie da papa Francesco, denunce contro la disumanità del lavoro: quello che si svolge in condizioni che non garantiscono i livelli minimi di sicurezza, o che impone turni e orari massacranti impedendo di assecondare le più elementari esigenze affettive e familiari del lavoratore, o, ancora, che è guidato dai computer che tracciano, secondo per secondo, le attività riducendo gli esseri umani a pesci in un acquario.

Nel caso specifico, però, il concetto di umanità è stato usato in un’accezione diversa: come assoluta spersonalizzazione di ogni relazione lavorativa. Parlando del lavoro in fabbrica si ricorre ancora oggi al termine alienazione per indicare il soggetto che si applica solo alla prestazione a lui richiesta: come Charlie Chaplin che stringe bulloni alla catena di montaggio nel film «Tempi moderni». In questa vicenda il richiamo all’umanità ha fatto emergere, in maniera spontanea e gentile, il disagio che nasce dalla richiesta di identificarsi con un gruppo o con il nome di un altro. Una forma di spersonalizzazione che uccide identità e relazione, ovvero l’essenza stessa dell’esistenza.

Forse qualche lettore penserà che quanto segnalato non sia un grande problema. Certamente è un frammento del «disumano» che caratterizza la nostra epoca.

Corriere del Trentino, 21 ottobre 2017. Corriere dell'Alto Adige, 21 ottobre 2017.

Recensione a "Il problem solving nelle professioni legali"

Sul Corriere del Trentino del 20 ottobre 2017 è apparsa una recensione di Marika Damaggio a "Il problem solving nelle professioni legali", Mulino. La riproduco di seguito.

problem solver

La mano che prima stringeva l’altra s’è ritirata. Il patto fiduciario tra cittadini e tecnici, quell’incondizionata delega simbolicamente affidata a chi sa, a chi può, da tempo vacilla. «È proprio dal sistema democratico in quanto tale, cioè da quella fitta rete di istituzioni inventate con genialità e costruite con fatica dai nostri padri, che un numero sempre maggiore di loro figli e nostri contemporanei si sentono traditi e delusi», scriveva in Babel il compianto Zygmunt Bauman. Un disincanto che diventa frustrazione e mina quel sistema di regole che ha orientato i rapporti di autorità e le modalità della loro legittimazione. È da qui, allora, che è bene partire. Ossia dalla consapevolezza che gli attori deputati alla risoluzione dei problemi devono ri-acquisire autorevolezza e credibilità, migliorando il processo stesso che conduce alla soddisfazione del proprio compito.

Nel suo ultimo libro Giovanni Pascuzzi offre il suo contributo, aiutando i giuristi a misurarsi con la polisemia dei problemi che quotidianamente affrontano e dovranno affrontare. Il problem solving nelle professioni legali , edito da il Mulino, codifica così un metodo rigoroso, scientifico, seguendo le vie del razionalismo critico. «Il giurista può essere considerato un problem solver che affronta diverse tipologie di problemi ponendo in essere una serie di attività cognitive per giungere alla loro soluzione», scrive sin dalle prime righe l’autore, docente di diritto privato comparato all’università di Trento.

copertina problem solvingI destinatari della guida, un vero e proprio manuale di gestione dell’attività legale, sono principalmente avvocati, notai, magistrati, legislatori/regolatori di testi normativi. Tuttavia la platea è ben più ampia: al di là degli aspetti tecnico-formali (come si scrive un contratto o un atto di causa, per esempio) il percorso che conduce alla risoluzione dei problemi è agilmente applicabile ad altre professioni. Un caso su tutti: l’incontro con il cliente e le modalità con cui si svolge il colloquio per individuare il problema stesso costituiscono l’impalcatura di una qualsiasi relazione tra chi ha un bisogno e chi può soddisfarlo. In questo caso, infatti, oltre alle semplici competenze tecniche sono necessarie abilità comunicative, agilità nel porre le domande giuste e, citando Plutarco, dimestichezza nell’arte dell’ascoltare. «Nelle professioni legali – scrive Pascuzzi – i rapporti con le persone hanno una funzione primaria. Occorre, quindi, saper costruire le relazioni con i clienti che sono innanzitutto di natura fiduciaria: l’ascolto è lo strumento principale per ottenere questo. Non è un’impresa facile perché richiede impegno: ci si deve sforzare di capire il messaggio lanciato dal proprio interlocutore; bisogna dirigere la propria attenzione verso l’altro per entrare nel suo sistema di riferimento. Perché solo attraverso l’ascolto è possibile intendere, capire, percepire, cogliere, afferrare». Giurista, avvocato, notaio, ma anche counselor: il processo di risoluzione dei problemi, che è principalmente metodo, implica interdisciplinarietà. Scienze cognitive, psicologia sociale, scienze della comunicazione, pedagogia: l’approccio è olistico.

Ma la portata sociale della capacità di risolvere problemi dipanata nel volume si evince maggiormente riflettendo sul ruolo dei legislatori. «Siamo abituati a pensare che non esista problema della vita quotidiana, dal più piccolo al più grande, che non possa essere risolto con l’intervento del legislatore – scrive Pascuzzi – Singoli cittadini, associazioni, esponenti di categorie economiche, partiti politici invocano riforme legislative simili per risolvere problemi che vanno dalle regole per migliorare la qualità della vita, fino alle specifiche delle macchine per cucire». La normazione come risposta ai problemi di ogni tipo, per certi versi è rimasta immutata nel mezzo della crisi del patto fiduciario tra cittadini ed esperti. L’astrattezza della norma rimane garanzia, baluardo per la soddisfazione dei singoli (e più disparati) bisogni. Ecco, allora, che si palesa la responsabilità che grava sulle spalle del regolatore, ovvero il problem solver a cui Pascuzzi si rivolge illustrando passaggi minuziosi per codificare il problema, analizzarne i confini, valutarne il superamento, misurarne la ricaduta prevedibile. Tradotto: individuando non per forza la soluzione assoluta, pressoché inesistente, bensì quella scientificamente adatta tra le ipotesi percorribili. «Se il giurista rimane solo il tecnico della redazione delle norme sarà sempre più marginalizzato – spiega l’autore - Se diventerà il problem solver dei processi regolativi allora ritroverà a pieno il suo spazio». Seguendo il ritmo del ragionamento, allora, Pascuzzi invita a ridisegnare il perimetro della formazione del giurista, «a cominciare dagli skills del lavoro interdisciplinare e da quelli connessi alla creatività e all’innovazione». MARIKA DAMAGGIO.

Le tre del mattino

copertina carofiglio tre mattinoAll’età di 51 anni Antonio racconta gli avvenimenti accaduti nelle 48 ore vissute quando ne aveva poco meno di 18, con suo padre (perennemente svegli), a Marsiglia.

Della trama del nuovo libro di Gianrico Carofiglio si possono raccontare altri dettagli: che i genitori di Antonio (due docenti universitari) sono separati da tempo; che Antonio ha sofferto da adolescente di epilessia ideopatica; che la scena si svolge a Marsiglia perché lì esercitava un luminare che curava quella sindrome.

Ma sarebbe totalmente inutile. La trama non è rilevante in questo libro (come forse negli ultimi o in tutti i libri dello scrittore, ex magistrato, barese).

Conta l’incontro tra un figlio adolescente e il proprio genitore: un viaggio alla riscoperta di un rapporto interrotto troppo presto a seguito della scelta del padre di separarsi dalla madre: senza che vengano esplicitate le ragioni vere dell’allontanamento. Ma anche questo alla fine non conta poi molto. Come l’iniziazione sessuale (con la trentasettenne Marianne) che simbolicamente chiude la due giorni insieme, quasi a sugellare il passaggio alla vita adulta e il passaggio di testimone (alla fine del libro apprendiamo che Antonio fa il professore universitario come il padre). Non i dettagli contano nel legame tra padre e figlio, ma la sostanza che lo contraddistingue dall’alba dell’uomo indipendentemente dagli incidenti di ogni singola storia: una sostanza fatta di conflitto e di scoperta, di lotte e di rimorsi, di educazione e di identificazione.

Carofiglio è bravo a scandagliare l’anima, le sensazioni, le dinamiche del pensiero quale che sia il pretesto: il racconto dell’amico morto suicida (un tema che torna quasi sempre nei suoi libri), su cui si innesta la riflessione sulla “prima infrazione di senso” (pag. 30) oppure la digressione sul jazz dove l’attenzione si concentra sul concetto di imperfezione (pag. 103); i ricorrenti pensieri adolescenziali (“il cunicolo in cui pensi che le tue esperienze siano uniche, ineffabili e tragiche, e soprattutto incomprensibili agli altri”: pag. 92) o il balikwas (“il saltare all’improvviso in un’altra situazione e non sentirsi sorpreso”: p. 154).

Carofiglio sembra aver trovato un modo scientifico di scrivere che tiene ancorato il lettore dalla prima all’ultima riga. Il titolo del libro riprende una frase di Scott Fitzgerald: “Nella vera notte buia dell’anima sono sempre le tre del mattino”. L’anima, appunto.

Fotogallery

Fotogallery
Image Detail Image Download
Fotogallery
Image Detail Image Download
Insediamento_Se...
Image Detail Image Download
20170416_162017
Image Detail Image Download
relatore
Image Detail Image Download

Questo sito utilizza cookie per migliorare servizi ed esperienza dei lettori. Se decidi di continuare la navigazione consideriamo che accetti il loro uso.

  Accetti di proseguire la navigazione?