Giovanni Pascuzzi

Tracce digitali di GIOVANNI PASCUZZI

Dove va la democrazia. Di Mario Barcellona.

Mario Barcellona. Dove va la democrazia (impressioni di lettura)

mario barcellona dove va la democrazia

 

Ormai da qualche anno, sul desktop del mio computer, ho creato una cartella (che ho chiamato “cose-da-capire”) nella quale raccolgo articoli di giornali, saggi, screenshot e simili che parlano di fenomeni dei quali non riesco a comprendere fino in fondo la genesi e gli esiti. Ad esempio, ci sono le riflessioni di chi vagheggia la fine del lavoro e quelle di chi lamenta la spoliticizzazione del mondo; contributi che attestano la crescita delle diseguaglianze ma anche l’inspiegabile apatia di chi le subisce; e poi la crisi degli Stati; la svolta autoritaria; la crescita del rancore sociale; la robotizzazione; la globalizzazione; lo spostamento e comunque l’eclissi dei veri centri di potere; e così via. L’aspirazione è quella di comprendere se questi fenomeni (e molti altri), che caratterizzano il nostro tempo, siano riconducibili ad un quadro organico ed abbiano, quindi, radici comuni e ben individuabili.

Il libro di Mario Barcellona dal titolo “Dove va la democrazia. Scenari dalla crisi”, edito da Castelvecchi, è davvero prezioso perché offre una analisi della contemporaneità mettendo insieme, come tasselli di un puzzle, tutti gli elementi che la caratterizzano ed offrendo una chiave di lettura complessa e chiara di questo tempo.

Il prisma attraverso il quale Mario Barcellona guarda a questi fenomeni è il concetto di democrazia e, soprattutto, la sua crisi.

L’odierna crisi nasce una quarantina di anni fa. Non a caso l’A. parte da un Report vergato (a metà degli anni ’70) dalla cosiddetta “Commissione trilaterale” dal titolo “La crisi della democrazia. Rapporto sulla governabilità delle democrazie”. Secondo Barcellona, il vero obiettivo di quella analisi era lo Stato sociale e i rapporti di forza tra capitale e lavoro che in esso (lo Stato sociale) prendevano forma (p. 16). Alcune delle ricette proposte allora effettivamente lasciano basiti: il primato della competenza sulla democrazia, la spoliticizzazione della democrazia, la necessità che il funzionamento di un efficace sistema democratico necessiti di una dose di apatia e disimpegno (p. 17).

Il fatto è che la strategia sollecitata in quel rapporto fu attuata negli USA da Reagan e nel Regno Unito dalla Thatcher. E poi pian piano ha fatto breccia in tutta Europa, comprese le sue tanto celebrate socialdemocrazie. Il risultato (voluto) è stato quello di mandare in soffitta il compromesso keynesiano e con esso il glorioso trentennio del welfare. Due le operazioni che hanno reciso questo trentennio: la marginalizzazione del lavoro (l’impresa è stata liberata dalla rigida dipendenza dall’occupazione) e la marginalizzazione dello Stato (da un lato per l’accresciuta rilevanza delle istanze sovranazionali, dall’altro per il maggiore potere attribuito ai “mercati”) (p. 21). La democrazia politica si è trasformata in democrazia liberal-liberista.

Qualcuno ha pensato di trovare rimedio alla crisi della democrazia attingendo a paradigmi come la Postdemocrazia, la Controdemocrazia o, ancora, la Democrazia deliberativa. Barcellona si mostra scettico rispetto a queste possibili terapie. Soprattutto perché non crede che la democrazia possa essere salvata dall’esterno. Anche perché guardando fuori dalle istituzione si scopre una realtà tutt’altro che bella da vedere. E non basta solo la ragione economica (“teorizzata un po’ contraddittoriamente dal marxismo e dal pensiero liberal-liberista” p. 33) a spiegare ciò che accade. In pagine dense e avvincenti, Barcellona dimostra che ci troviamo di fronte ad un mutamento antropologico: c’è stata “una modificazione profonda del modo in cui gli uomini hanno preso ad intendere se stessi ed il loro rapporto con gli altri, in forza di un orizzonte molecolare ove si annuncia che ognuno può salvarsi da solo e che ad ognuno è aperta la porta del successo” (p. 37). Assistiamo alla privatizzazione della speranza e ad una universale singolarizzazione. La società singolarizzata non ha più spazio per la politica. Né può essere rappresentata.

Nella società singolarizzata la “stratificazione sociale ha preso la forma di una clessidra, ove la parte superiore è occupata dalle élite, dalle loro corti e dai minores che esse garantiscono ed in quella inferiore trova posto tutto il resto, l’insieme molteplice dei non protetti” (p. 8 e 41).

La società singolarizzata produce il populismo ed offre come alternativa solo l’indifferenza e la rassegnazione (p. 40).

La singolarizzazione (e l’indistinzione che l’accompagna) mira ad oscurare il conflitto e la rappresentazione che esso riceveva nella distinzione di destra e di sinistra (p. 43). E Barcellona spiega che il populismo di oggi “proietta la sua ombra oltre l’ambito cui è solitamente riferito: si annida anche nella “rottamazione solo generazionale” e nelle svariate altre formule in cui quel che sta dentro il cerchio degli insider (ovvero: chi sta nella parte superiore della clessidra) si fa promotore di un mutamento senza cambiamento, ovvero nell’antipopulismo senza destra e senza sinistra, ovunque il socius cede il posto al singulus e questo regredisce nel proprium, nell’autoreferenziale per sé” (p. 43).

L’A. denuncia “l’altro populismo”, quello delle élite e senza peli sulla lingua afferma: “L’insediamento centrale di questa “resistenza democratica” è rappresentata dal corpo superiore della nuova clessidra, che progredisce sulla stato attuale delle cose o ne trae, comunque, protezione. Ma questo corpo superiore non prevarrebbe senza vaste porzioni del suo corpo inferiore, che, pur condividendo spesso il risentimento e le paure branditi dai populismi, tuttavia teme ancor di più che il loro prevalere disperda il poco rimasto, quel che resta della loro passata sicurezza, insomma temono di passar da male in peggio” (p. 45). Il collante della parte superiore della clessidra è la paura: per questo non si può contare su di essa per rivitalizzare la democrazia.

Barcellona dedica i successivi capitoli a spiegare le caratteristiche della “democrazia singolare” (brutte anche da descrivere, come la precarizzazione e la delusione) e a tratteggiare il ritorno della hobbesiana moltitudine senza politica e senza rappresentanza: la democrazia singolare è una democrazia amministrativa (senza politica) che alimenta e produce solo contingenza.

Ma dopo una analisi spietata, il libro si chiude con una ricetta che attinge alla necessità di concepire un nuovo immaginario da contrapporre al pensiero unico che ci sovrasta.

Non era mia intenzione riassumere il pensiero che Mario Barcellona ha consegnato a questo libro: del resto sarebbe impossibile farlo tanti sono gli spunti e i riferimenti che egli offre al lettore. Ho provato a dare un’idea dello spessore di quel pensiero.

Restano da scrivere le mie impressioni “a caldo”, che già invocano una rilettura del libro.

Innanzitutto sono grato a Mario. Quella cartella sul desktop del mio computer, si arricchisce di un contributo che aiuta a fare chiarezza su tante cose. I tanti fenomeni che caratterizzano il nostro tempo sono interpretabili alla luce di una precisa chiave di lettura. Ed è possibile immaginare anche un cambio di rotta: la speranza, quindi, non è smarrita del tutto.

Leggendo il libro mi sono chiesto: Mario è ancora un uomo del ‘900? Lo è certamente perché incarna la figura del professore intellettuale, del giurista intellettuale, dell’intellettuale tout court. Dovrebbe essere un esempio per tanti giovani pur valenti colleghi che esauriscono le loro energie nell’esasperato tecnicismo dimenticandosi della ricerca di senso (la parola senso ricorre spesso nelle opere di Mario): io lo chiamo “saper essere”. Ma è anche un uomo del nuovo millennio perché non si attarda a riverniciare categorie del passato, ma propone un percorso per costruire un nuovo immaginario che non può che essere quello di questo tempo. Attingendo alla nostra cultura per quello che serve e per quello che basta.

Nel libro, poi, ho trovato conferma di una idea che mi ero fatto da tempo (certo: lui la spiega molto bene). È avvenuto un mutamento antropologico. Da un certo momento in poi è cambiato il modo di pensare delle persone. Ci si può interrogare sul perché questo sia avvenuto. Ma per me è una scoperta fondamentale perché, sia pure in chiave negativa, pone comunque al centro l’uomo. È l’uomo (non l’economia, non i mercati) che fa o può fare la differenza.

La domanda che mi porto dentro (e che vorrei fare a Mario) allora è questa: possiamo avere fiducia nell’uomo? Può l’uomo costruire davvero un nuovo immaginario? Non necessariamente quello proposto da Mario, ma un immaginario nuovo, diverso.

C’è una parola che nel libro, mi pare, non appaia mai: è la parola “corruzione”.

Non mi riferisco alla corruzione materiale, ma alla corruzione dell’anima. Quella che rende apatici, quella che abitua alle peggiori nefandezze, quella che si adatta a questa realtà e, in definitiva, porta a credere che non esista alternativa all’homo homini lupus (il vero distillato del pensiero unico di questo tempo).

Se è vero che l’uomo può (e, quindi, deve) decidere in prima persona il senso della propria esistenza e può farlo senza che qualcuno lo “addomestichi” pavlovianamente e senza necessariamente adattarsi alla legge mercantile della domanda e dell’offerta, lo sforzo deve essere quello di puntare sull’uomo (senza paura, se del caso, di scoprirsi credenti: una fede nell’uomo).

 

 

 

Enzo Bianchi. La vita e i giorni. Sulla vecchiaia

enzo bianchi

 

Enzo Bianchi ha fondato la Comunità Monastica di Bose (https://www.monasterodibose.it/) di cui è stato Priore fino al 2017.

Ho avuto la fortuna di ascoltarlo di persona, a Trento, in un paio di occasioni. Ogni volta ne sono uscito arricchito: per la profondità di pensiero unita alla semplicità e alla pacatezza dell’eloquio. Così ho acquistato e letto molti dei suoi libri. In questi giorni anche l’ultimo, dal titolo “La vita e i giorni. Sulla vecchiaia” (Il Mulino).

Tema non semplice, la vecchiaia, spesso rimosso. Ma Enzo Bianchi, ancora una volta, ci porta per mano e ci aiuta a misurarci con questa terra sconosciuta nella quale ci inoltriamo lentamente, svelando la ricetta per poter “aggiungere vita ai giorni e non giorni alla vita”.

Bianchi racconta le paure (le malattie invalidanti, l’abbandono, la sofferenza, la malattia mentale) e i segni dell’invecchiare (i capelli grigi, le rughe, l’affievolirsi dell’udito e della vista, la perdita delle forze, la perdita degli amici e degli affetti). Ma racconta anche come si possono vivere a questa età la natura, la cucina e la sessualità nonché l’importanza della lettura e della scrittura, così come dell’ascolto e della visione.

Per Enzo Bianchi la vecchiaia è il tempo per piantare alberi per chi verrà. Una metafora, perché “trasmettere è la sola maniera di essere fedeli a ciò che si è ricevuto” (p. 12).

Nell’ultimo capitolo riproduce il diario della propria vecchiaia. Così possiamo capire in concreto cosa abbia significato per lui “Prepararsi” alla vecchiaia (p. 57 ss.) e imparare a “Lasciare la presa” (p. 69 e ss.); ovvero arrendersi all’idea che alcune cose possono restare incompiute.

Bianchi ha lasciato da qualche tempo la guida della Comunità che ha fondato: “Giunta per me la vecchiaia e una maggiore stanchezza, ho sentito il desiderio di lasciare la presa, soprattutto di lasciare che le generazioni successive alla mia continuassero con un nuovo soffio un’opera che sarà sempre incompiuta. Lasciare la presa è porre una distanza tra sé e alcune responsabilità, ma non è abbandonare la vita, anzi è accettare la vita!” (p. 133).

Enzo Bianchi è, ovviamente, credente. E (dopo aver spiegato le ragioni che lo hanno portato a redigere il proprio testamento biologico o dichiarazione anticipata di trattamento: p. 130) dedica le pagine finali ad esprimere la propria speranza: la speranza nell’eternità, ovvero della vita che vince sulla morte. E per farlo sceglie dei versi del poeta francese Arthur Rimbaud (cui, neanche a farlo a posta, ho dedicato un post qualche giorno fa). Il libro, infatti, si chiude con i versi della poesia intitolata “L’éternité”:

Elle est retrouvée / Quoi ? — L'Éternité. / C'est la mer allée / Avec le soleil

 

Ancora una volta Enzo Bianchi ha scritto un bel libro.

 

 

 

I padri d’arte (e i loro figli)

I padri d’arte (e i loro figli)

cristiano de andre

 

Può essere ingombrante qualcosa che non c’è?

Fabrizio De André è stato un gigante indiscusso della cultura italiana della seconda metà del ‘900.

Della sua vita privata conosciamo molte cose. Come si addice tutte le grandi personalità, infatti, molti libri hanno raccontato le sue vicende e quelle delle persone che hanno ruotato intorno a lui: il padre, le mogli, i figli Cristiano e Luvi.

Questi “satelliti” sono stati visti, di regola, in funzione del loro rapporto con il “pianeta”. Ma qual è il loro punto di vista? Cos’è della loro vita a prescindere da quel rapporto?

Cristiano De Andrè (classe 1962) ha voluto dare la propria versione nel libro intitolato, appunto: “La versione di C.” (Mondadori, 2016).

 

La funzione catartica del raccontarsi

C'è stato un momento, qualche anno fa, in cui si è presentato il bisogno di fare un bilancio della mia vita” (p. 95).

E’ stato difficile scavare nel passato, questo passato. Però credo fortemente che il libro nel quale vi siete immersi mi abbia permesso di affrontare tutti gli ambiti inesplorati della mia vita, in particolar modo quelli che, per come si sono evoluti, tardano a sedimentarsi. Questa autobiografia mi è servita anche per esorcizzarli e poterli liberare” (p. 192).

 

La madre

Avevo circa 10 anni quando iniziarono i primi screzi in famiglia e la mia adolescenza in casa è stata questo: vedere mia madre piangere. Prima per quei fugaci tradimenti, poi perché mio padre la lasciò. Lei non ha mai accettato quell’abbandono, perché era pazzamente innamorata di lui” (p. 38).

Negli anni lei cambiò un po' a causa delle delusioni affettive che la portarono, senza volerlo, a infondere in me uno spiccato senso di colpa, quasi che fossi stato io l'artefice di tutta la sua sofferenza” (p. 19).

 

Il padre

Ho impiegato quegli anni a dimostrare di essere all'altezza del cognome che porto. Non ho mai pensato di avere una potenza creativa, facevo sempre molta fatica a scrivere, perché ogni volta l'ombra di mio padre tornava a condizionarmi, irrompeva nella mia mente e diceva: «Che c**** stai scrivendo? Che ca**ta stai pensando?»” (p. 93)

Tuttavia ho compreso fin da subito di avere scelto la musica non per voler fare la carriera di mio padre, per seguire le sue orme, ma perché lo sentivo dentro” (p. 93).

La musica per me è sempre stata una rivincita su me stesso“ (p. 93).

Sono molti i versi di mio padre per i quali mi sono detto: «C**** perché non gli ho scritti io?»“ (p. 95).

Nella discarica delle occasioni perdute, anche dopo 50 anni, puoi richiedere formalmente di ritornare con la persona che non hai avuto modo di amare, o da chi non te lo ha concesso, per dimostrare che puoi farti ancora fulminare delle ragioni del cuore” (p. 96).

 

Gli amori e i figli

Cristiano De Andrè racconta degli amori più importanti della sua vita. Da Carmen ha avuto i figli Fabrizia, Francesca e Filippo. Da Sabrina la figlia Alice, nata nel 1999 (poco dopo la morte di papà Fabrizio). Narra di rapporti teneri ma anche burrascosi, costellati anche di qualche evento inconfessabile:

Durante quei giorni così alienanti incappai in un misfatto che ancora mi pesa addosso come un macigno. Alice dormiva dalla nonna, io e Sabrina rientrando a casa dopo una cena avemmo un grave litigio che degenerò fisicamente. Ancora non so spiegarmelo, ancora mi maledico per aver alzato le mani” (p. 175-176).

 

La dipendenza

Cristiano racconta di come a 15 anni cominciò ad usare l’eroina. Dei problemi di salute. Dell’affrancazione ma anche delle ricadute. Questo aspetto della sua vita è anche all’origine (almeno in parte) del rapporto complicato con i propri figli.

 

La vita artistica e la propria visione del mondo

Nel libro Cristiano narra la genesi della sua copiosa produzione artistica e dei successi ottenuti (compreso un secondo posto al Festival di Sanremo nel 1993 che portò papà Fabrizio, di regola avaro di manifestazioni di affetto (p. 29), a dirgli: “Questa è la seconda c***o di soddisfazione che mi dai dopo il dentice pescato a sei anni” (p. 30). A più riprese egli espone anche il suo modo di vedere le cose:

Credo di avere avuto un vantaggio in questo triste cambiamento: sono nato in tempo. Sono cresciuto in una generazione, probabilmente l'ultima, che ha ricevuto gli insegnamenti giusti e di conseguenza è stata messa nella condizione di accorgersi dei cambiamenti, di viverli per quello che valevano e di saper discernere senza tradirsi” (p. 128).

Arrivava ovunque l’errato messaggio che la felicità si sarebbe potuta comprare. Poi, si sa, più si va verso la sponda della compravendita di tutto, più si perde aderenza con quello che sta dall'altra parte, ovvero il calore umano, il valore della famiglia, l'attenzione per le piccole cose” (p. 129).

 

Il libro contiene molte cose. Una, mi sembra, assume particolare importanza.

Ci sono persone che non hanno mai avuto o hanno perso prestissimo il padre. Devono quindi misurarsi con un’assenza che dura tutta la vita che li porta a chiedersi: “come sarebbe stato se ci fosse stato lui”?

E si sono persone che devono convivere con padri ingombranti, perché hanno una personalità forte, hanno avuto successo o per tante altre ragioni.

Cristiano De André sembra aver vissuto contemporaneamente entrambe queste situazioni.

Leggere il suo libro aiuta a capire le dinamiche profonde delle relazioni familiari.

Perché la frase che conclude il libro (al termine di una lettera che Cristiano scrive a suo padre e che da sola giustifica l’acquisto del volume) è la frase che ogni persona che sta leggendo queste righe, sono certo, direbbe al proprio padre.

(18 agosto 2018)

 

 

 

Decidiamo con la pancia? (“Decisioni intuitive” di Gerd Gigerenzer).

Gigerenzer cop decisioni intuitiveSecondo la teoria classica delle decisioni razionali, quando occorre prendere una decisione nella quale: a) i dati da considerare sono molti; b) le scelte possibili sono molte; c) i costi di una scelta errata sono alti; la strategia corretta è (o dovrebbe essere): prima modellare e calcolare e poi decidere. Per ogni decisione (ad esempio: fare un investimento, sposarsi e anche semplicemente comprare un telefonino) si deve: prendere in considerazione ogni alternativa (es.: le diverse marche di telefono, le caratteristiche, il prezzo, etc.), ponderarle, e poi scegliere la decisione più vantaggiosa. E questo è possibile solo ricorrendo a complessi modelli e calcoli matematici.

In realtà le cose funzionano in maniera molto diversa. Da qualche decennio alcuni autori (ad esempio il premio Nobel Kahneman) contestano l’immagine del cosiddetto Homo oeconomicus introducendo la nozione di “razionalità limitata”.

A tale filone di pensiero sono riconducibili anche le ricerche dello scienziato cognitivo Gerd Gigerenzer, che insegna al Max Planck Institut di Berlino.

Egli ha dedicato il libro dal titolo “Decisioni intuitive. Quando si sceglie senza pensarci troppo” (edito in Italia da Raffaello Cortina) a spiegare come molte decisioni vengono prese non sulla base di una analisi razionale bensì per mera intuizione ricorrendo ad euristiche (scorciatoie del ragionamento) che egli definisce “regole del pollice”.

Buona parte della nostra attività mentale è inconscia: Michael Polanyi diceva che “Sappiamo di più di quello che sappiamo dire”. Ciò che oggi siamo è il risultato della nostra evoluzione sulla quale incidono le capacità computazionali del nostro cervello (molto limitate e certamente non paragonabili a quelle di un computer) e l’ambiente.

Gli studi dimostrano che avere a disposizione un maggior numero di informazioni non porta a decisioni migliori. E buoni risultati non si hanno nemmeno se si ha molto tempo per decidere e se si riflette troppo su quello che si sta facendo. La semplicità è una forma di adattamento all’incertezza. Così il nostro cervello ha imparato a scegliere il meno rispetto al più: ovvero a trovare/ricordare l’informazione che serve per affrontare una determinata situazione scartando tutte le altre che finiscono solo per disorientare.

Gingerenzer elenca una serie di “regole del pollice” (euristiche) che nella realtà guidano le nostre decisioni. Eccone alcune:

  • Euristica del riconoscimento: se riconosciamo un oggetto, ma non un altro, inferiamo che l’oggetto riconosciuto vale di più (al supermercato scegliamo la marca che conosciamo, senza fare grandi analisi delle qualità dei diversi prodotti in vendita: ecco perché la pubblicità martella sul nome delle marche a volte senza neanche mostrare uno specifico prodotto).
  • Euristica dell’unica buona ragione: non è vero che prima di decidere analizziamo tutte le possibili ragioni, i pro e i contro. Ci si ferma alla prima buona ragione che giustifica una certa decisione. Gigerenzer dimostra che questo è valido per i medici quando devono fare una diagnosi o decidere una terapia (p. 174) e per i giudici che devono decidere se rilasciare un imputato su cauzione (p. 193).
  • Euristica del filo: riguarda le scelte politiche. Gli elettori tendono a ridurre la complessità del panorama politico a una sola dimensione: destra-sinistra.
  • Euristica “tit per tat”: serve a capire come comportarsi rispetto al comportamento della persona che abbiamo di fronte (reazione adattiva all’ambiente). Viene così riassunta: “Comincia con l’essere gentile, conserva una memoria di misura due e sii duro solo se la controparte lo è stata due volte; altrimenti, continua ad essere gentile”.

Le intuizioni, ovvero le sensazioni viscerali, secondo Gigerenzer guidano anche il nostro comportamento morale e gli istinti sociali. Esse, a dire dell’autore (p. 226): “non sono né impeccabili né stupide: sfruttano capacità acquisite dal cervello attraverso l’evoluzione e sono basate su euristiche che ci consentono di agire rapidamente e con stupefacente precisione. La qualità dell’intuizione sta nell’intelligenza dell’inconscio, nella capacità di sapere senza pensarci a quale regola affidarsi in una data situazione. Le sensazioni viscerali possono battere i ragionamenti e le strategie di calcolo più raffinati, ma possono essere anche sfruttate e portarci fuori strada. Tuttavia non c’è modo di fare a meno dell’intuizione: senza di essa combineremmo ben poco”.

 

 

La spinta gentile

 

La spinta gentile

nudgeQuest’anno il premio Nobel per l’economia è stato assegnato a Richard Thaler, noto per i suoi studi in materia di economia comportamentale. In particolare il suo nome è legato al concetto di “spinta gentile” (nudge-pungolo) che egli ha spiegato in un libro scritto circa 10 anni fa con Cass Sunstein e pubblicato in Italia da Feltrinelli.

Il punto di partenza è che abbiamo due sistemi cognitivi diversi: un sistema riflessivo razionale e un sistema intuitivo automatico (la distinzione è stata tracciata da un altro premio Nobel per l’economia Daniel Kahneman del quale si può leggere il libro “Pensieri lenti e veloci” pubblicato negli Oscar Mondadori).

La stragrande maggioranza delle decisioni non le prendiamo attraverso il sistema razionale, ma affidandoci all’impulso del sistema intuitivo. Questo comporta una conseguenza: sbagliamo in maniera sistematica. Di seguito un piccolo inventario di errori:

- decidiamo seguendo scorciatoie mentali (cosiddette euristiche);

- abbiamo una fiducia eccessiva nelle nostre capacità;

- siamo più sensibili alle perdite che ai guadagni;

- tendiamo a perpetuare lo status quo;

- siamo sensibili a come i problemi vengono presentati (le persone si sentono rassicurate se gli si dice, in caso di intervento chirurgico, “il 90% sopravvive” e non “il 10% muore”, anche se il contenuto informativo non cambia);

- siamo esposti alle tentazioni perché non abbiamo molto autocontrollo (si pensi a chi deve dimagrire ma continua a mangiare a dismisura);

- siamo portati a fare quello che fanno gli altri (per questo nella pubblicità si sentono frasi come “il pannolino più usato nei reparti maternità” oppure “la cucina più amata dagli italiani”).

Per effetto di questi meccanismi mentali prendiamo molte decisioni che vanno contro i nostri stessi interessi: il fumo, lo scarso interesse per i piani previdenziali, gli errori negli investimenti e così via.

Thaler propone di ricorrere alla “spinta gentile”: occorre immaginare una “architettura delle scelte” attraverso la quale, pur lasciando assolutamente libere le persone di decidere come meglio credono, si adottano degli accorgimenti per spingere gentilmente le persone a fare la scelta più consona ai propri interessi. Questo approccio viene definito “paternalismo libertario”.

I pungoli (nudge) servono soprattutto quando bisogna fare scelte complesse: anche perché non è vero che il possesso di molte informazioni porta ad una scelta più consapevole. Spesso la sovrainformazione ci porta a fare scelte errate o a non fare nulla per paura di sbagliare.

Di seguito alcuni esempi di “spinte gentili”:

- siccome le persone scelgono di regola le opzioni che richiedono il minimo sforzo, nel ventaglio delle scelte occorre assumere come regola di default (che scatta se non si fa nulla) quella che tuteli l’interesse delle persone. Rispetto ai piani previdenziali, ad esempio, se non si decide nulla dovrebbe scattare una iscrizione automatica ad un determinato piano di base;

- siccome sbagliamo, occorre mettere in conto l’errore. Si pensi alla casse automatiche per il pagamento del pedaggio autostradale: anziché chiedere che il bancomat venga inserito in un determinato modo, si può progettare l’aggeggio in modo che funzioni in qualunque modo venga inserita la tesserina. Questo comporterebbe un risparmio di tempo per tutti. Altro esempio: è preferibile progettare farmaci che devono essere assunti una volta tutti i giorni che non farmaci che vanno assunti tre volte al giorno o una volta alla settimana. Facendo leva sulla tendenza all’abitudine, il rituale di prendere la pillola una volta al giorno tutti i giorni riduce gli errori);

- conviene dare un feedback alle azioni che compiamo: sentire il click dopo che abbiamo scattato una foto, ci fa capire che la foto è stata effettivamente scattata;

- è bene aiutare le persone a capire come scegliere tra diverse opzioni (esempio: scegliere tra le offerte dei diversi gestori telefonici, per trovare quella davvero più conveniente);

- bisogna insegnare a strutturare le scelte complesse;

- infine, si può ricorrere ad incentivi per favorire determinati comportamenti.

Resta la domanda di fondo: è giusto influenzare le decisioni individuali?

La libertà di scelta è un valore indiscutibile. Ma è altrettanto certo che lasciati a noi stessi sbagliamo.

Il suggerimento è quello di usare i nostri stessi limiti cognitivi per prendere decisioni nel nostro interesse. In fondo quando i produttori di patatine fritte vendono il prodotto in confezioni giganti non fanno altro che usare il nostro scarso autocontrollo per spingerci a mangiare di più (guadagnandoci di più). Perché, allora, non può essere il pubblico potere a far leva sui nostri limiti per farci prendere le decisioni migliori?

Probabilmente è un altro modo per guardare all’annoso problema dell’intervento dello Stato nelle dinamiche economiche (26 novembre 2017).

 

 

 

Confessioni di una vittima dello shopping (impressioni di lettura)

copertina confessioni vittima shopping

 

Kayo sposa a 17 anni Ryu che trova lavoro in una banca e che la rende subito madre di due bambini.

Del padre di Kayo sappiamo che è stato ucciso dalla yakuza (verosimilmente per non aver onorato dei prestiti presi a tassi usurari). Della madre, invece, sappiamo che, alla morte del marito, ha intrapreso la professione (discretamente redditizia) di entraineuse.

La vita da casalinga della protagonista scorre piatta e uguale e fin da subito viene invasa da un sentimento oscuro: la “makkura” qualcosa che si potrebbe tradurre come “depressione”. “Per essere una superdonna devi creare un giardino dentro di te; e in quel giardino devi gettarci tutta la tua sporcizia, tutte le parole che non puoi dire e i sentimenti che non puoi permetterti di provare: la tua stanchezza, la tua rabbia, il tuo odio nei confronti della tua famiglia e delle tue responsabilità, la routine che non cambia mai” (p. 64).

A trovarle l’antidoto ci pensa Makoto, una amica del liceo di Kayo che la introduce nel club più segreto ed esclusivo: quello delle donne dedite all’acquisto (compulsivo) di vestiti belli e costosi. “Non essere stupida – disse Tomoko. I vestiti sono l’unica vera forma di potere che spetta alle donne in questo mondo” (p. 77). Tomoko fa la consulente per lo shopping e spende molti soldi in vestiti perché è la compagna di un facoltoso imprenditore (p. 95). Li spende almeno fino al giorno in cui decide di porre fine alla sua vita lanciandosi sotto un treno (p. 89).

Ma ormai, in Kayo, il meccanismo compulsivo è innescato: “Il guaio delle cose belle è che quando ne hai una ne vuoi due e quando ne hai due ne vuoi tre. Perché l’appetito degli occhi non conosce limiti. A differenza della bocca, che in definitiva è collegata a un sacchetto, alle spalle degli occhi c’è l’armadio senza fondo della mente …. Tomoko seppe mostrami la magia dei vestiti, mi fece vedere che la vita poteva diventare una cosa eccitante solo perché avevi indosso la cosa giusta” (p. 81).

Così Tomoko spende tanto in abbigliamento. Ricorre a prestiti da parte della yakuza e decide di prostituirsi per guadagnare ciò che le serve per soddisfare il suo desiderio di possedere la bellezza. Tutto fila liscio finché il marito non scopre la sua doppia vita, preludio ad un tragico epilogo.

Il libro di Radhika Jha “Confessioni di una vittima dello shopping” (Sellerio) è tutt’altro che frivolo.

È una denuncia del consumismo ambientata in Giappone: “Grazie a voi americani abbiamo conosciuto il Felicismo. E adesso vogliamo che il pianeta intero sia felice e compri a più non posso, come facciamo noi. Soltanto allora ci sarà la pace nel mondo” (p. 59).

Ma soprattutto è il distillato della parabola di una vittima che diventa invisibile a se stessa e agli altri (p. 246). “Quando penso ai soldi, io immagino uno stagno pieno di fiori di loto ….Quando una persona si rende conto di essere disposta a fare qualsiasi cosa per soldi, allora quella persona si avvia a diventare libera. E allora diventiamo noi stessi come i soldi, o come il fior di loto: puri e bellissimi ma con i piedi saldamente piantati nel fango (p. 163) … non ricordo nemmeno le facce degli uomini con i quali sono andata a letto. Mi ricordo le cose che mi hanno fatto fare. Quelle sì. Ma la cosa importante è che ero in grado di farle, quelle cose, e di farmi pagare. Io davo soddisfazione. Ero una che riesce in ciò che si propone. Ero utile” (p. 181).

Il lettore paga a caro prezzo (figurativamente) la sua curiosità. Rayo si rivolge a qualcuno che le ha chiesto di conoscere la sua storia (p. 197). Il nome di questo qualcuno, che viene avvelenato dalla protagonista, non viene rivelato. Semplicemente perché quel qualcuno è il lettore stesso che vuole conoscere la sua storia. Egli finisce, quindi, per esserne parte perché raccoglie tutta l’inquietudine e tutto il malessere della protagonista che, appunto, si ritiene in diritto di uccidere chi ha voluto ascoltarla: “Il Felicismo ci ha messo in trappola. E adesso siamo vivi soltanto se seguitiamo a comprare. È per questo che bisogna che tu muoia. Perché nessuno straniero che venga a conoscere del nostro segreto può restare in vita…perché la storia di Rayo non è solo sua. E’ la storia del suo club, è la storia del suo paese. È la storia della nostra vergogna” (p. 247).

Questo libro parla di una forma dipendenza, di un tipo di disagio esistenziale e delle relazioni che legano tali stati dell’anima. Racconta di come le storie delle persone dipendano dal passato e dagli incontri che si fanno (Rayo, alla fin fine, ripercorre la strada del padre, della madre e di Tomoko). Mette in guardia dai pericoli insiti in modelli che si alimentano proprio del nulla esistenziale.

Chi non permette a nessuno di rovesciargli addosso il proprio abisso non riuscirebbe a leggere questo libro.

Chi cerca di capire in quanti modi questo tipo di società può spingere nel vicolo cieco della finta felicità potrà ben sopportare il pugno nello stomaco sferrato dall’autrice.

 

 

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