Giovanni Pascuzzi

Tracce digitali di GIOVANNI PASCUZZI

Psicologia cognitiva del diritto (di Carlo Bona e Rino Rumiati)

Psicologia cognitiva del diritto (di Carlo Bona e Rino Rumiati)

rumiati bonaLa pratica giudiziaria ogni giorno ci mette di fronte ad interrogativi complessi. È possibile che un teste, in perfetta buona fede, sia convinto di aver assistito a un fatto mai verificatosi? È possibile che una persona chiamata a un confronto «all’americana» riconosca, sempre in perfetta buona fede, l’autore di un fatto tra più persone, nessuna delle quali l’ha commesso? È possibile per un avvocato, con opportune strategie, generare falsi ricordi nel teste? Perché a volte si ravvisano nessi causali anche dove non ce ne sono? Perché siamo affascinati dalla prova scientifica, a volte fino al punto di non considerare gli altri dati che emergono dal processo? Perché la liquidazione del risarcimento è influenzata dall’esposizione a immagini cruente? La liquidazione del risarcimento dipende dalle emozioni provate dal giudice al momento del giudizio? Perché nelle transazioni a volte le parti optano per soluzioni per loro manifestamente pregiudizievoli? Molti atti ritenuti colposi vengono commessi prima che si abbia coscienza di commetterli? Giudici di una certa severità se riuniti in collegio pronunciano decisioni più severe di quelle che pronuncerebbero presi singolarmente?

Per rispondere ad interrogativi come questi non basta attingere al solo sapere giuridico. A queste e a molte altre domande che si pongono i giuristi pratici e quelli teorici non si può dare risposta se non analizzando i processi cognitivi. Occorre sapere come è strutturata e come funziona la memoria di parti, testi, avvocati e giudici, e, soprattutto, occorre sapere come si articolano i loro processi di pensiero ogniqualvolta siano coinvolti in un giudizio

Da qualche settimana è in libreria il libro di Carlo Bona e Rino Rumiati dal titolo: Psicologia cognitiva per il diritto. Ricordare, pensare e decidere nell'esperienza forense (Il Mulino, 2013, 26 euro).

In questo libro uno psicologo (Rino Rumiati, Università di Padova) e un giurista (Carlo Bona, Università di Trento) si sono messi insieme per capire che cosa la psicologia cognitiva può insegnare al mondo del diritto. Hanno scritto un testo che non è una giustapposizione di punti di vista ma un elaborato omogeneo perché compilato in tutto e per tutto a quattro mani: ogni passaggio è il distillato di un dialogo che dimostra lo sforzo di mettere al servizio di una impresa comune il rispettivo bagaglio culturale. Ciò che ne risulta è la prova che il lavoro interdisciplinare è tale solo se genera nuova conoscenza.

I giuristi apprenderanno molte cose leggendo questo libro. Specie quelli abituati a credere che il diritto sia una scienza per definizione scevra da contaminazioni. Gli autori dimostrano che senza tener presente i meccanismi di funzionamento della nostra mente difficilmente riusciamo a comprendere alcune dinamiche fondamentali come, ad esempio, quelle sottese al giudizio.

Da questo punto di vista si può dire che se esiste una «psicologia ingenua» esiste anche un «diritto ingenuo». La prima si basa sul senso comune e ritiene che si possano costruire teorie scientifiche senza preoccuparsi della loro attendibilità/falsificabilità. Il secondo si sostanzia nell’idea di diritto come sistema armonico che fornisce risposte razionali ai problemi secondo una logica formale e verificabile. Questo libro dimostra che le cose sono molto più complicate e che ci conviene comprenderle bene se vogliamo che il diritto non resti vuota finzione ma diventi sempre più strumento utile a governare una società ogni giorno più complessa.

La lettura del libro potrà risultare utile anche agli psicologi, specie a chi in vari ruoli (ad esempio: quelli di consulente e di perito) partecipa ad attività rilevanti per il diritto come può essere il processo e le decisioni che ivi maturano come esito di specifiche procedure.

 

(pubblicato su La gazzetta del Mezzogiorno del 18 gennaio 2014)

Il cardinale (di Vittorino Andreoli)

Il cardinale (di Vittorino Andreoli, Rizzoli 2009)

 

copertina cardinale

 

Cosa accade all’uomo di Chiesa che smarrisce la fede man mano che sale la gerarchia ecclesiastica? Cosa pensa un cardinale (tanto autorevole da essere indicato come futuro Papa) che non crede all’esistenza di Dio? Queste domande fanno da sfondo all’ultimo romanzo dello psichiatra Vittorino Andreoli (Il Cardinale, Rizzoli, 2009, Euro 9,20).

In verità di interrogativi il libro ne affronta molti. La paradossale vicenda del protagonista è l’occasione per riproporre i temi propri della scelta sacerdotale (ad esempio la relazione con la fisicità del corpo e il celibato) e quelli che interessano fedeli e non (il significato del dolore, l’esistenza di troppe Chiese per un unico Dio, il rapporto tra scienza e fede). Ogni tema viene indagato in una prospettiva che è al tempo stesso cronaca (di un percorso umano) e ricerca (di un incontro con Dio). L’autore sembra indagare le spinte profonde che portano a farsi prete quasi come resoconto di una vicenda che ha avuto modo di analizzare (nella presentazione ad un altro suo libro, «Il matto di carta», Andreoli scrive: «Non sono più capace di scrivere cartelle cliniche, ma di un paziente faccio ormai sempre un romanzo»). Ma tale indagine è anche l’occasione per scandagliare il proprio rapporto con la fede, il rapporto di una persona non più giovanissima che si ritrova ad affrontare le domande nate con l’uomo (nella presentazione poc’anzi citata Andreoli scrive anche: «Del resto la mia vita è una sola e mi pare anche sia stata in gran parte consumata. E con questo richiamo …. per me drammatico ….»).

Il volume è abitato da un sottile gioco intellettuale: da una parte lo psichiatra-analista sottolinea, a volte con crudezza, i limiti di alcune posizioni della Chiesa («I peccati del sesso sono una espressione fobica, una follia per la ragione. Perché dovrebbe essere male usare gli organi che fanno parte del corpo? Come se fosse peccato mortale fare funzionare i reni che devono filtrare il sangue disintossicandolo»); dall’altra, la vicenda del cardinale è anche la cartina di tornasole del rapporto dell’autore con il sacro. E sì, perché nel libro fa capolino uno «… psichiatra di fama, affascinato dalla sacralità dell’esistenza, anzi del sacro come categoria della mente, particolarmente evidente nell’uomo contemporaneo che, perso nell’incertezza delle società, mostra questo bisogno in maniera particolare …. un professore cui la Chiesa proprio non piace, non solo quella storica che aveva segnato un cammino di ingiustizie, ma anche la Chiesa visibile fatta di tanto sfarzo». Nel volume questo psichiatra viene invitato dal protagonista a commentare, nella basilica di San Giovanni in Laterano, l’Enciclica “Deus caritas est” di papa Benedetto XVI. La singolarità è che il 23 febbraio 2006 Vittorino Andreoli ha effettivamente commentato in quella Basilica, su invito di un notissimo cardinale, l’Enciclica citata. Il libro riprende molti concetti esposti in quella relazione (reperibile su Internet) tra cui la distinzione tra atei e non credenti: «Vorrei fosse chiaro, in questo momento storico, che la contrapposizione che è stata radicalizzata, che ha avuto delle conseguenze enormi storicamente, tra l’ateismo e la fede, non ha più forza e motivo di essere. I non credenti sono contro l’ateismo altrettanto quanto i credenti, perché l’ateismo è la posizione radicale in cui non si ammette che esista il dio del mio fratello, non deve esistere per nessuno : una negazione assoluta».

Come in tutti i romanzi, non sapremo mai quanto di inventato e quanto di vissuto vi sia nella trama. Ma senza dubbio questo libro parla anche dell’autore ovvero della ricerca di chi non è credente ma vorrebbe credere. Forse è significativo che l’incontro tra lo psichiatra-professore e il cardinale si concluda con questo scambio di battute: «Eccomi, eminenza, che bella serata. Grazie a lei e al suo Dio». «Caro professore – disse il cardinale- lei è proprio un uomo di fede».

Quanto all’epilogo della storia, spetterà al lettore apprezzare in che modo si può colmare la distanza tra ciò che si è e ciò che si fa.

 

Questa recensione è stata pubblicata su "La Gazzetta del Mezzogiorno" del 29 settembre 2009

 

 

 

 

Il mondo di Sergio. Di Mauro Paissan

Il mondo di Sergio. Di Mauro Paissan.

 

mondo di sergio

 

Capita a volte che una famiglia venga investita da accadimenti così grandi che, a confronto, tutto il resto diventa dettaglio. E’ sufficiente la caduta da un motorino per provocare conseguenze invalidanti tremende, anche se più spesso l’equilibrio familiare è turbato da malattie che affliggono i bambini sin dalla nascita ovvero dai primissimi anni di vita. Il fardello già pesante di casi come quelli evocati viene spinto al limite della umana sopportabilità quando il soggetto bisognoso di cure si rivolge in maniera violenta contro coloro che amorevolmente si prendono cura di lui.

Una storia limite di questo tipo è raccontata da Mauro Paissan (giornalista, già deputato, attualmente componente dell’Autorità garante per la protezione dei dati personali) nel libro ‘Il mondo di Sergio’, Fazi editore.

Alle ore 20.30 del 13 giugno 2003, a Roma, Sergio Piscitello, 39 anni, viene ucciso con due colpi di pistola dal padre settantacinquenne, Salvatore. Tre anni dopo il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano concede la grazia al padre della vittima. Prima di quei due colpi di pistola, c'è stata un'intera famiglia prigioniera per quasi 40 anni di un figlio e del suo grave disturbo, l'autismo, spietato come pochi nell'imporsi su ogni piega della vita domestica e quotidiana. Sordomuto e autistico, chiuso a doppia mandata in un mondo tutto suo, Sergio esplode in frequenti quanto improvvisi accessi d'ira e violenza: calci e pugni al padre e alla madre Elvira, lancio di oggetti, autolesionismo. A provocare questi attacchi basta un televisore difettoso, qualche banale imprevisto che interferisca con la rigida, spietata routine che imprigiona il ragazzo, o con quella che è la sua unica grande passione: i film e la raccolta di videocassette.

Protagonista del libro è certamente la sofferenza di Sergio. In una struggente poesia così si esprime il padre: “Tutto ti è stato negato / anche l’affetto più puro e l’amore profondo, / solo, devi essere solo con il tuo dolore disperato / che non sai dire, che non puoi esternare / e non può trovare conforto…./ sei sordo e sei muto, il mondo / ti rigetta nel tuo silenzio angoscioso, / senza un lamento, solo, solo, solo!”.

Sofferenza di Sergio che si riverbera sulla famiglia :”Ormai ha preso lui il sopravvento, pretende l’assurdo e, dopo aver in un certo senso schiavizzato i familiari, determina uno stato di infelicità collettiva e di forte avvilimento che mina il clima familiare, già abbastanza provato”. A farne le spese anche la sorella, che appena può si sposa e va a vivere altrove. Dice la madre: “Due figli, ma Sergio aveva più bisogno di me. Questo ha creato sicuramente dei problemi con l’altra figlia”.

Protagonista del libro è anche la latitanza delle istituzioni. Con dovizia di circostanze è descritto lo scaricabarile tra le varie strutture che si dichiarano incompetenti a gestire le crisi di Sergio. L’epilogo della vicenda è l’epilogo della storia di una famiglia abbandonata a se stessa, che ha visto il proprio amore trasformarsi in dolore e la propria solitudine in tragedia.

Protagonista del libro è anche il rapporto tra padre e figlio che si compone di tanti tasselli significativi: la scelta del genitore, dopo l’omicidio, di dormire per sempre nel letto che era stato di Sergio; il non dichiarato senso di colpa per aver messo al mondo ‘un figlio così’; lo strazio dell’impotenza tutte le volte che Sergio, allontanatosi dall’abitazione, riusciva a comporre il numero di casa senza essere in grado di dire dove si trovasse così da rendere impossibile sapere dove andare per soccorrerlo.

Forse, però, la vera protagonista del libro è la rabbia. Quella buona. Quella che sublima il dolore verso obiettivi positivi. Perché, nonostante tutto, questo rapporto è durato 40 anni. Perché per 40 anni una famiglia si è ribellata in positivo alla cattiva sorte a dispetto della solitudine in cui è stata lasciata. Non va enfatizzato il gesto estremo, sconvolgente, di un padre che uccide un figlio. Vanno visti i valori che stanno dietro la scelta di costruire, anche in un caso limite, un minimo di equilibrio familiare intorno a un progetto enorme che fa tremare i polsi. Che sia così lo si capisce leggendo la chiusa di pagina 128: “Un interrogativo: si può davvero amare un figlio che usa violenza contro di te? Il padre :« Si, forse di più. Ti rendi conto che la malattia che ha dentro di sé ha bisogno del tuo aiuto». La madre: «Mi massacrava. Botte, morsi, capelli strappati. Ciononostante io ricomincerei da capo»”.

 (Recensione apparsa su "La Gazzetta del Mezzogiorno" del 15 aprile 2008).

 

 

 

Fotogallery

Fotogallery
Image Detail Image Download
Fotogallery
Image Detail Image Download
Insediamento_Se...
Image Detail Image Download
20170416_162017
Image Detail Image Download
relatore
Image Detail Image Download

Questo sito utilizza cookie per migliorare servizi ed esperienza dei lettori. Se decidi di continuare la navigazione consideriamo che accetti il loro uso.

  Accetti di proseguire la navigazione?