Giovanni Pascuzzi

Tracce digitali di GIOVANNI PASCUZZI

Università futura. Tra democrazia e bit (di Juan Carlos De Martin)

      Università futura. Tra democrazia e bit (di Juan Carlos De Martin)

DeMartin1. Sintesi del volume. Il libro “Università futura. Tra democrazia e bit” (Codice edizioni) di Juan Carlos De Martin muove da una domanda ricorrente: a che serve l’Università? E dopo aver individuato le sfide epocali che abbiamo di fronte (democratica, ambientale, tecnologica, economica, geopolitica[i]), e aver dimostrato che le modifiche ordinamentali di recente intervenute (i.e.: dipendenza dal governo, adesione al modello aziendalistico, enfasi sulla competizione, precarizzazione delle posizioni) non hanno messo l’Università italiana nelle condizioni migliori per aiutare la società ad affrontarle, l’autore prova a suggerire un’idea di Università che, a suo avviso, deve essere: “per lo studente, per il sapere, per la società democratica”.

In estrema sintesi De Martin ritiene che l’Università deve aiutare gli studenti ad essere persone, cittadini, lavoratori. Nei confronti del sapere, l’Università ha il dovere di preservare la conoscenza, di tramandarla (comunicandola, commentandola, estendendola), di educare nuove persone dedite al sapere stesso e di contribuire alla crescita dell’economia. Per quel che riguarda, infine, la società democratica si enfatizza il ruolo dell’università come coscienza critica e come generatrice di idee. Si richiamano a tale proposito: il potere di convocare (i.e.: invitare a parlare nelle Università); la necessità di avere “uno sguardo lungo”; la produzione di conoscenza “per il bene comune”; l’attenzione al presente e alle sue sfide.

De Martin dedica poi il quarto capitolo alle persone che operano nelle Università: gli studenti, i dottorandi, i professori, i professori ai vertici dell’Università, la comunità accademica estesa. Per ciascuna di queste figure l’autore suggerisce dei paradigmi virtuosi di comportamento. Ad esempio: gli studenti non dovrebbero adagiarsi nel ruolo di clienti/consumatori ma valorizzare i benefici dell’esperienza universitaria che consente di diventare intellettualmente e moralmente adulti; i professori dovrebbero ricordare la responsabilità morale connessa al loro ruolo che si sostanzia, ad esempio, nell’obbligo di rendere pubblico il proprio pensiero (il posto fisso serve proprio a metterlo al riparo da possibili ritorsioni); i professori ai vertici dell’Università, anziché giocare a fare gli amministratori delegati (per tutelare interessi particolari di gruppi di potere) devono tornare all’ethos del servizio temporaneo reso alla comunità accademica.

Il libro si chiude con l’analisi dei temi su cui si giocherà il futuro dell’Università italiana: dal numero di laureati al tipo di organizzazione, dalla libertà degli studi alla promozione della ricerca interdisciplinare, dalla funzione dei ricercatori ad una diversa metodologia di valutazione.

2. Il ruolo dei professori nei mutamenti recenti. Il libro “Università futura” suggerisce alcune ricette utili a mettere le Università nelle condizioni di rispondere alle sfide che abbiamo di fronte. I temi sollevati sono tanti e complessi. Proverò ad analizzarne qualcuno.

Conviene partire dall’analisi di quanto avvenuto negli ultimi decenni sintetizzando in maniera volutamente brutale il quadro tracciato da De Martin nel secondo capitolo (dedicato, come già ricordato, ai cambiamenti intervenuti nell’Università italiana). La riduzione dei fondi e del personale, la precarizzazione delle carriere, la trasformazione dello studente in consumatore, la professionalizzazione dei corsi, la scomparsa dell'autogoverno hanno avuto lo scopo di dividere la comunità universitaria e azzerare il dibattito: docenti e studenti in conflitto tra loro e al loro interno, per cercare di ottenere qualche vantaggio personale assecondando il potere mostrandosi muti e zelanti.

Ma nel divenire di tali dinamiche i professori non hanno (avuto) alcun ruolo?

A pagina 49 De Martin scrive:

Più rapidamente di istituzioni con missioni meno flessibili, le Università hanno fatto proprie – spesso acriticamente – le priorità dei tempi nuovi. Perché spesso acriticamente? Forse in alcuni casi i vertici accademici hanno ritenuto che le Università fossero troppo dipendenti dal potere politico per potersi permettere di fare alcuna critica; forse in altri casi c’è stata una adesione convinta ai nuovi valori, come competizione, ritorno sull’investimento economico, mercato globalizzazione, competitività; forse ancora si è pensato di poter pilotare il cambiamento a beneficio del proprio ateneo, del proprio gruppo di potere o, in positivo, si è aderito al cambiamento per provare a contenere almeno alcuni degli aspetti negativi della trasformazione”.

Ma lo stesso autore alle pagine 164 e seguenti ricorda:

Oltre a didattica e ricerca il nucleo invariante del ruolo di professore include anche una specifica responsabilità morale. Il professore con “tenure” (i.e: con posto stabile) non solo è libero di professare, ma in un certo senso è anche tenuto a professare, cioè a rendere pubblico il suo pensiero, fosse anche con il pubblico dei suoi studenti. Il professore ha un rapporto privilegiato con la parresia. Parresia è dire la propria opinione con le parole più dirette possibili, in genere a qualcuno che detiene il potere, anche se il farlo comporta dei rischi”.

Il confronto tra questi due brani mostra l’esistenza di uno iato tra ciò che è e ciò che dovrebbe essere. Ciò che colpisce è la sostanziale indifferenza con la quale i mutamenti sono stati accolti. Ma c’è di più. Secondo quanto sottolineato dall’autore, a tali cambiamenti in molti hanno aderito per tornaconto momentaneo e personale. Sarebbe sbagliato affermare che non ci siano state voci dissenzienti. Ma si può dire che, in generale, i mutamenti intervenuti sono stati assecondati da molti membri della comunità universitaria.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Le università non sono più un luogo autonomo dal potere e sede di produzione del dissenso. Dopo gli anni sessanta, in tutto il mondo, indipendentemente dalla forma di Stato, le università sono state all'origine della contestazione e dell'opposizione. Oggi si fa molta fatica a scorgere scenari di questo tipo. L’affermazione del modello aziendalistico[ii] è fattore ma anche prodotto di cambiamenti ai quali le stesse Università (e i professori) non sono estranee. C’è una circostanza precisa che deve far riflettere.

De Martin sostiene (pagina 164) che i professori universitari “rispetto alla stabilità lavorativa, non devono avere lo stesso tipo di rapporto di qualsiasi altro dipendente pubblico”. La realtà è che i professori sono (diventati) in tutto e per tutto dei semplici dipendenti pubblici (non appaia offensiva l’espressione: travet). Tale assimilazione si è materializzata anche sul piano normativo nel 2013/2014 quando tutte le Università italiane sono state chiamate a dotarsi di un codice di comportamento dei propri dipendenti e quindi dei professori. Ho approfondito (insieme a due colleghi) questo tema in un articolo apparso proprio qui su Roars[iii], al quale rinvio. Mentre per altre categorie di dipendenti pubblici (come, ad esempio, i magistrati) i comportamenti da tenere sono individuati da un codice etico, per i professori valgono le regole applicabili a tutti gli altri dipendenti pubblici. L’articolo appena citato conteneva la seguente considerazione:

La previsione normativa (ancorché come princìpi) dei singoli obblighi dei docenti coincide con un progressivo sfarinamento del ruolo del professore universitario che accetta senza colpo ferire di essere assimilato a chi opera alle dipendenze di un datore di lavoro che persegue i propri interessi e di vedersi imposti dal legislatore gli standard di comportamento. Quando è stato introdotto il codice di comportamento per i dipendenti pubblici nulla si è detto per invocare la non applicazione dello stesso ai professori universitari. O per ottenere, quanto meno, un trattamento identico a quello dei magistrati”.

Ai più tale mutamento è passato inosservato. E invece in quel momento c’è stata la consacrazione normativa del cambio di funzione del professore universitario.

Ad esempio l’articolo 3 del codice di comportamento dei dipendenti pubblici (d.p.r. 62/2013) impone al dipendente di “evitare situazioni e comportamenti che possano … nuocere agli interessi o all’immagine della pubblica amministrazione”. Ma questo modo di fare propizia conformismo, gerarchizzazione e appiattimento: l’esatto opposto di quello che sarebbe auspicabile se si volesse enfatizzare lo spirito critico nelle Università. Se si volesse perseguire davvero l’obiettivo auspicato da De Martin a proposito della parresia, quella norma dovrebbe essere cosi formulata: “Il professore si impegna, nell’esercizio delle proprie funzioni ad esprimere in libertà e con grande trasparenza, utilizzando i mezzi della comunicazione pubblica ritenuti da lui più efficaci, la propria opinione riguardo al funzionamento dell’Università presso la quale è dipendente. Inoltre il professore si impegna a rendere accessibile a tutti la conoscenza prodotta. Così facendo contribuisce al contemporaneo perseguimento degli interessi dell’Università e di quelli della collettività[iv]”.

La Crui dovrebbe chiedere l’immediata modifica del d.p.r. 62/2013 per restituire ai professori lo stesso regime riconosciuto ad esempio ai magistrati. Il tema, ahimé, non interessa. Né ai vertici delle Università né ai professori.

3. Gli apprendimenti degli studenti. De Martin sostiene (pagina 97) che l’Università deve “aiutare lo studente a sviluppare una propria visione del mondo” e “a maturare la consapevolezza cha altri mondi sono possibili” (pagina 98). L’autore (pagina 50) non fa mistero di preferire il termine “educazione” a “formazione” o “istruzione”.

Le agenzie che si occupano di formazione sottolineano che i processi formativi devono favorire l’apprendimento di diverse tipologie di saperi: il “sapere”, il “saper fare” e il “saper essere”[v].

Di seguito, due dati normativi per corroborare questa affermazione:

  1. la Raccomandazione del Parlamento europeo e del Consiglio del 23 aprile 2008 sulla Costituzione del Quadro europeo delle qualifiche per l’apprendimento permanente. Nell’allegato al testo si legge che i «Risultati dell'apprendimento» devono descrivere ciò che un discente conosce, capisce ed è in grado di realizzare al termine di un processo d'apprendimento. I risultati sono definiti in termini di conoscenze, abilità e competenze;
  2. il Quadro dei titoli dello Spazio europeo volto a favorire una più corretta comprensione e comparabilità dei titoli dei differenti sistemi nazionali d’istruzione superiore. Secondo il Quadro dei titoli italiani (http://quadrodeititoli.it/), il titolo di studio previsto al termine di un percorso universitario quinquennale può essere rilasciato solo agli studenti che (tra l’altro) “abbiano la capacità di integrare le conoscenze e gestire la complessità, nonché di formulare giudizi sulla base di informazioni limitate o incomplete, includendo la riflessione sulle responsabilità sociali ed etiche collegate all’applicazione delle loro conoscenze e giudizi[vi].

La “visione del mondo” fa parte del saper essere. Ma gli studenti universitari devono essere “educati” a saper essere”? La parola educazione è affascinante dal punto di vista etimologico (i.e.: “tirare fuori”) ma ha un fardello storico pesante visto che il fascismo chiamò il Ministero dell’istruzione, Ministero dell’educazione nazionale. Educare per qualcuno può voler dire omogeneizzare i punti di vista, imponendo una scala di valori. L’esatto contrario dello spirito critico.

L’Università deve far apprendere contenuti conoscitivi e metodi di lavoro. Lo studente non deve essere educato ad una visione del mondo ma messo nelle condizioni di maturarne una propria (De Martin lo dice chiaramente), imparando anche a “disobbedire” se del caso. E questo avviene attraverso la pratica quotidiana dell’esperienza di studio e grazie alle relazioni con i professori.

Un punto interessante è proprio quest’ultimo: i professori aiutano i giovani a maturare uno spirito critico e, quindi, una propria visione del mondo?

4. Il “sapere essere” professori. Come ricordava Karl Popper, il lavoro di ricerca cerca sempre di risolvere problemi, teorici o pratici. La formulazione del problema non è un atto neutro e il modo stesso di rappresentarlo significa già orientarne la soluzione. Sappiamo da tempo che non ha senso chiedersi se esista una realtà esterna oggettiva perché non c’è modo di eliminare l’osservatore, cioè noi, dalla nostra percezione del mondo che viene prodotta dalla nostra elaborazione sensoriale e dal modo in cui pensiamo e ragioniamo.

Dire che non è possibile osservare la realtà prescindendo dalla nostra percezione del mondo significa affermare che tanto i problemi quanto le soluzioni non sono indipendenti da chi li percepisce. Ogni ricercatore è guidato da una visione del mondo. Per molti versi egli è parte del problema che vuole risolvere. E le visioni del mondo altro non sono che le concezioni etiche.

Oggi nelle Università, c’è davvero consapevolezza di questo?

Qualche decennio fa Dario Antiseri in un libricino dedicato ai fondamenti epistemologici della ricerca interdisciplinare, ha messo in luce un aspetto basilare del lavoro scientifico. Riprendendo l’insegnamento di Karl Popper, Antiseri ribadisce che il lavoro di ricerca cerca sempre di risolvere problemi. La scienza, però, non piange e non ride. E non ci dice né se valga né se non valga la pena di vivere. Forse per questo nel Tractatus di Wittgenstein leggiamo la frase: «Noi sentiamo che se pure tutte le possibili domande della scienza ricevessero una risposta, i problemi della nostra vita non sarebbero nemmeno sfiorati». Ecco perché siamo condannati ad essere liberi, ovvero a scegliere tra le diverse visioni del mondo. In una parola: a scegliere le norme etiche che devono guidare i nostri comportamenti.

Chi produce sapere e soprattutto chi è anche chiamato a trasmetterlo alle giovani generazioni, sa quanto importante sia richiamare l’attenzione sul senso delle cose che si fanno non già per inculcare “verità” precostituite bensì per aiutare ad apprendere il “saper essere” (che è poi il fondamento dell’autorevolezza).

Ovviamente non esiste una sola visione del mondo. Ma questo “pluralismo” richiama proprio il paradigma del lavoro di ricerca. La conoscenza è alimentata dalla creatività e quest’ultima riposa sulla capacità di vedere le cose in maniera diversa, sul desiderio di mettere in discussione consolidati modi di pensare. Il progresso delle conoscenze non è aiutato da chi evita di misurarsi con il senso delle cose così da sfociare nel conformismo vera anticamera del disinteresse se non del cinismo. Non si può essere ricercatori e docenti senza avere una precisa visione del mondo e senza esserne costante testimonianza (attraverso l’esempio: possiamo insegnare solo quello che siamo).

Chi ha davvero lo spirito del ricercatore impara presto ad essere grato a chi la pensa in maniera diversa ed esce fuori dal coro, magari per far notare ai più che stanno compiendo un errore. E quando ha sufficiente energia emotiva per vincere l’amarezza dell’isolamento impara a restituire questo piccolo favore. Che, a ben vedere, è un favore reso alla comunità che vuole investire in conoscenza.

5. Brevi considerazioni finali. De Martin enfatizza il ruolo delle Università come coscienza critica e generatrice di nuove idee. Nelle Università italiane esistono le condizioni perché tale ruolo venga davvero svolto?

Il modello aziendalistico sembra più funzionale a creare conformismo che non pensiero critico. E tale modello è stato invocato/assecondato da molti nelle Università.

Assistiamo a tanti comportamenti virtuosi. Osserviamo, però, anche fenomeni che suscitano molte perplessità.

Del declassamento a meri dipendenti pubblici dei professori universitari (accettato con indifferenza) si è già detto.

Ma penso anche a quanto avvenuto in occasione delle riforme degli ordinamenti didattici: (cosiddetto 3+2). Tutti abbiamo vissuto l’umiliante battaglia per far attribuire un maggior numero di crediti a questo o quel settore disciplinare. Come se il numero di crediti fosse indice del grado di dignità delle discipline. Sicuramente è stato vissuto da molti come la premessa per ottenere posti di ruolo (più crediti = maggiore carico di lavoro = più posti di ruolo). Il risultato è stato: la polverizzazione dei crediti e degli esami e la nascita di corsi di laurea (a volte con denominazioni fantasiose) pensati su misura per gli interessi dei cultori delle discipline. 

Penso alle lauree ad honorem conferite a personaggi famosi così da godere indirettamente della notorietà degli stessi. Associando il nome dell’Ateneo a quello del soggetto noto ci si fa pubblicità, si finisce sui giornali. In alternativa alcune di queste lauree sono conferite per ingraziarsi la benevolenza di personaggi potenti in vista della possibilità di ottenere finanziamenti o altri tipi di utilità (si pensi alle lauree ad honorem conferite ai capitani d’industria o ai politici).

Penso all’autorità di valutazione (composta da professori universitari) che pubblica documenti instabili (perché spesso non portano una data e/o vengono cambiati), ovvero li pubblica e poi li ritira per approfondimenti[vii], sostenendo che essi non hanno natura ufficiale quando è noto che dagli stessi dipendono, ad esempio, i finanziamenti alla ricerca: non è un bell’esempio di credibilità (a tacere della violazione del principio della “certezza del diritto”).

I professori per lo più sono chiusi nel proprio orticello disciplinare in cerca della scoperta che consenta al singolo di fare carriera. Il quadro è reso più difficile dalla situazione dei giovani sempre più precari e quindi maggiormente “sotto schiaffo” se esprimono opinioni non gradite e dalla sopravvenuta apatia che caratterizza coloro che hanno raggiunto l’ordinariato. Tutto il contrario della parresia prima citata.

I cambiamenti (in negativo) dell’Università sono stati, in vario modo, propiziati dai professori che hanno contribuito alla loro stessa marginalizzazione perdendo in autorevolezza. Chi ricorda più che nel 2002 i Rettori delle Università italiana si dimisero in massa. L’episodio non spaventò nessuno. Forse perché tutti sapevano che non erano dimissioni vere. Un altro modo per perdere credibilità.

A volte penso che riflettere su questi temi sia inutile perché si è raggiunto un punto di non ritorno. Ma penso anche che non possiamo che continuare a riflettere sul ruolo delle Università. Il libro di De Martin è una buona occasione per farlo.

[i] Oltre a quelle indicate sopra, l’autore si sofferma anche sulla “sfida italiana”, ovvero su come tali sfide debbono essere declinate nel nostro paese.

[ii] In un libro del 2012 ho definito questo “svolta autoritaria”.

[iii] Cubelli, Pascuzzi, Zambelli, Giurare? Mai! Ma dimmi, per favore, come mi devo comportare, https://www.roars.it/online/giurare-mai-ma-dimmi-per-favore-come-devo-comportarmi/.

[iv] Vedi, ancora, Cubelli, Pascuzzi, Zambelli, Giurare? Mai! Ma dimmi, per favore, come mi devo comportare, https://www.roars.it/online/giurare-mai-ma-dimmi-per-favore-come-devo-comportarmi/, paragrafo 5.

[v] Delors, J. (a cura di), Nell’educazione un tesoro. Rapporto all’Unesco della Commissione internazionale sull’educazione per il 21° secolo, Roma, Armando, 1997. Versione inglese scaricabile all’indirizzo http://unesdoc.unesco.org/images/0010/001095/109590eo.pdf.

[vi] Per un approfondimento della tematica sia consentito rinviare ad altri miei scritti tra cui: L’insegnamento del diritto comparato nelle Università italiane e Giuristi si diventa (Bologna, 2013).

[vii] Vedi la recente vicenda relativa alla classificazione delle riviste: https://www.roars.it/online/per-valutarti-meglio-piccola-asn-anvur-liste-di-proscrizione-temporaneamente-ritirate-per-controlli/.

Considerazioni su un libro di Cesare Salvi

 

Appunti presentazione libro Salvi

Un libro di storia del diritto.
Dimostra che il diritto non ha storia: il diritto è storia.

Un libro che evidenzia il legame tra obiettivi politici/ideologia dominante e il diritto inteso sia come scelta legislativa che come tecnica legislativa. Esemplare il capitolo sul codice civile fascista e la tecnica del rinvio alle leggi speciali

Un libro sul mutamento giuridico
Testimonia come il mutamento giuridico possa essere visto da più angolazioni: quella economica, quella politico istituzionale, quella delle tecniche giuridiche

Un libro illuminante sulle tecniche del mutamento giuridico

Le invenzioni:
ad es., pagina 50 l’invenzione della società per azioni
pag. 41 diritto soggettivo oggi riscoperto, p. 204

I soggetti del mutamento Pag. 157: "In definitiva tra gli anni 60 e 80 del secolo scorso si era dispiegato un profondo rinnovamento del diritto italiano che trovava il suo unitario punto di riferimento nell’idea dell’attuazione costituzionale. Erano coinvolte sia la scienza giuridica, sia gli orientamenti dei giudici, sia l’attività legislativa [legge per ultima, ndr] determinando un nuovo modo d essere e di intendere gli istituti fondamentali del diritto privato"

Le tecniche del mutamento
La legge
Le sentenze
La dottrina (danno biologico)
Le tecniche UE
Le corti UE p. 198 ("Le Corti Europee hanno assunto un ruolo centrale nella definizione stessa dei principi generali del diritto contemporaneo, sottraendolo all’attività legislativa")

DOMANDA
La funzione del diritto.

Ma se gli istituti giuridici vengono inventati (v. s.p.a., il diritto comunitario, ma anche il principio di proporzionalità inventato dalle corti europee, p. 197)

Se il diritto persegue degli obiettivi p. 189 "(Ideologia del consumatore) L’obiettivo non è difendere soggetti socialmente deboli, ma garantire il più efficiente funzionamento del mercato".

Se il diritto usa tecniche sofisticate che possono essere usate per obiettivi diversi: p. 97 "La vicenda storica dimostra che il più o meno ampio ricorso alle clausole generali può avere funzioni molto diverse, conservatrici o innovatrici, a seconda sia del contesto ideologico e istituzionale del quale si colloca, sia dei valori prevalenti nella società e nel sistema giuridico".

Posto che è tecnologia ogni invenzione dell’uomo tesa a migliorare le condizioni di vita dell’uomo stesso non si deve concludere che il diritto è una tecnologia (nel senso che ho provato a descrivere nel mio libro “La creatività del giurista”)?

Si ricorderà il famoso "Uso alternativo del diritto" p. 83

Problemi relativi all’uso che si fa della tecnologia comune a tutte le tecnologie

Il giurista come ingegnere sociale

Rilevanza della formazione del giurista
Interdisciplinarità
Consapevolezza del ruolo del giurista: Non narratore di raccontini. Non mero consigliere del principe.

Registrazione della presentazione del volume "Capitalismo e diritto civile" di Cesare Salvi - Trento, 27 novembre 2015

Contro l'indifferenza (di Ugo Morelli)

Contro l'indifferenza (di Ugo Morelli)

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Elie Wiesel, premio Nobel per la pace nel 1986, ha definito l’indifferenza il male peggiore: perché è il contrario dell’amore, il contrario della vita, il contrario dell’intelligenza. E ancora molti anni fa, nel 1917, Antonio Gramsci aveva scritto: «L’indifferenza opera potentemente nella storia. Ciò che avviene, non avviene tanto perché alcuni vogliono che avvenga, quanto perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia fare, lascia aggruppare i nodi che poi solo la spada potrà tagliare, lascia promulgare le leggi che poi solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere gli uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare».

Queste due citazioni, quasi a delimitare lo spazio del problema, aprono e chiudono l’ultima fatica di Ugo Morelli, Contro l’indifferenza. Possibilità creative, conformismo, saturazione, Raffaello Cortina editore, Milano, 2013, 16 euro.

Morelli scandaglia in profondità un atteggiamento che appare un modo di elaborare le passioni e che tende a non sentire la presenza degli altri, a trascurare i legami e a non far prendere parte alle relazioni e alle situazioni. Un atteggiamento che filtra le differenze (ovvero: la complessità del mondo) nel senso che stabilisce la soglia di quelle che consideriamo rilevanti e necessarie o, più semplicemente, sopportabili. Quando si esaurisce la capacità di contenere le differenze della realtà esterna, anche quelle che potrebbero essere positive, ecco che l’indifferenza prende il sopravvento: il mondo e gli altri non risuonano più in noi. Attraverso l’indifferenza sospendiamo la risonanza consapevole del mondo su di noi. Ma se così è, l’indifferenza blocca la stessa capacità di conoscere e di creare: essa innesca una regressione alimentando una crisi della presenza (eccesso di autoreferenzialità narcisistica) e del legame (carenza o alienazione del legame).

L’indifferenza, in particolare, permea due tra le possibili dinamiche della vita dei gruppi: il conformismo e la saturazione. Il primo si risolve nella crisi dell’immaginazione e della creatività. La seconda coincide con la crisi della possibilità che qualcosa di nuovo e generativo possa nascere all’interno di un gruppo.

Il dramma è che l’indifferenziato si propone oggi come un tratto distintivo del nostro tempo: una crisi del dono e della gratuità; una crisi delle aspettative di reciprocità; una implosione della progettualità individuale e della molteplicità condivisa.

Ciò che davvero viene minata alla base è la nostra capacità di immaginare e costruire il futuro. Ecco perché l’arma per combattere l’indifferenza è una sola: l’educazione. Non una educazione qualunque, ma quella che ne incarna lo spirito più vero: la capacità di imparare a modificarsi e a cambiare il mondo che ci circonda.

Il libro di Morelli scorre veloce, pur denso di richiami e citazioni immerso com’è nei rimandi ad altri libri e ad altri autori a testimonianza del saldo controllo dei riferimenti culturali. Se ne consiglia la lettura perché è un libro militante: se anche l’indifferenza può essere spia della sofferenza per la nostra transitorietà, non dobbiamo mai dimenticare le responsabilità che ci derivano dall’essere uomini. Che in questo caso vuol dire: dell’essere differenti e per questo capaci di costruire il nostro futuro.

 

(pubblicato su Il Corriere del Trentino del 21 gennaio 2014)

 

Psicologia cognitiva del diritto (di Carlo Bona e Rino Rumiati)

Psicologia cognitiva del diritto (di Carlo Bona e Rino Rumiati)

rumiati bonaLa pratica giudiziaria ogni giorno ci mette di fronte ad interrogativi complessi. È possibile che un teste, in perfetta buona fede, sia convinto di aver assistito a un fatto mai verificatosi? È possibile che una persona chiamata a un confronto «all’americana» riconosca, sempre in perfetta buona fede, l’autore di un fatto tra più persone, nessuna delle quali l’ha commesso? È possibile per un avvocato, con opportune strategie, generare falsi ricordi nel teste? Perché a volte si ravvisano nessi causali anche dove non ce ne sono? Perché siamo affascinati dalla prova scientifica, a volte fino al punto di non considerare gli altri dati che emergono dal processo? Perché la liquidazione del risarcimento è influenzata dall’esposizione a immagini cruente? La liquidazione del risarcimento dipende dalle emozioni provate dal giudice al momento del giudizio? Perché nelle transazioni a volte le parti optano per soluzioni per loro manifestamente pregiudizievoli? Molti atti ritenuti colposi vengono commessi prima che si abbia coscienza di commetterli? Giudici di una certa severità se riuniti in collegio pronunciano decisioni più severe di quelle che pronuncerebbero presi singolarmente?

Per rispondere ad interrogativi come questi non basta attingere al solo sapere giuridico. A queste e a molte altre domande che si pongono i giuristi pratici e quelli teorici non si può dare risposta se non analizzando i processi cognitivi. Occorre sapere come è strutturata e come funziona la memoria di parti, testi, avvocati e giudici, e, soprattutto, occorre sapere come si articolano i loro processi di pensiero ogniqualvolta siano coinvolti in un giudizio

Da qualche settimana è in libreria il libro di Carlo Bona e Rino Rumiati dal titolo: Psicologia cognitiva per il diritto. Ricordare, pensare e decidere nell'esperienza forense (Il Mulino, 2013, 26 euro).

In questo libro uno psicologo (Rino Rumiati, Università di Padova) e un giurista (Carlo Bona, Università di Trento) si sono messi insieme per capire che cosa la psicologia cognitiva può insegnare al mondo del diritto. Hanno scritto un testo che non è una giustapposizione di punti di vista ma un elaborato omogeneo perché compilato in tutto e per tutto a quattro mani: ogni passaggio è il distillato di un dialogo che dimostra lo sforzo di mettere al servizio di una impresa comune il rispettivo bagaglio culturale. Ciò che ne risulta è la prova che il lavoro interdisciplinare è tale solo se genera nuova conoscenza.

I giuristi apprenderanno molte cose leggendo questo libro. Specie quelli abituati a credere che il diritto sia una scienza per definizione scevra da contaminazioni. Gli autori dimostrano che senza tener presente i meccanismi di funzionamento della nostra mente difficilmente riusciamo a comprendere alcune dinamiche fondamentali come, ad esempio, quelle sottese al giudizio.

Da questo punto di vista si può dire che se esiste una «psicologia ingenua» esiste anche un «diritto ingenuo». La prima si basa sul senso comune e ritiene che si possano costruire teorie scientifiche senza preoccuparsi della loro attendibilità/falsificabilità. Il secondo si sostanzia nell’idea di diritto come sistema armonico che fornisce risposte razionali ai problemi secondo una logica formale e verificabile. Questo libro dimostra che le cose sono molto più complicate e che ci conviene comprenderle bene se vogliamo che il diritto non resti vuota finzione ma diventi sempre più strumento utile a governare una società ogni giorno più complessa.

La lettura del libro potrà risultare utile anche agli psicologi, specie a chi in vari ruoli (ad esempio: quelli di consulente e di perito) partecipa ad attività rilevanti per il diritto come può essere il processo e le decisioni che ivi maturano come esito di specifiche procedure.

 

(pubblicato su La gazzetta del Mezzogiorno del 18 gennaio 2014)

Il cardinale (di Vittorino Andreoli)

Il cardinale (di Vittorino Andreoli, Rizzoli 2009)

 

copertina cardinale

 

Cosa accade all’uomo di Chiesa che smarrisce la fede man mano che sale la gerarchia ecclesiastica? Cosa pensa un cardinale (tanto autorevole da essere indicato come futuro Papa) che non crede all’esistenza di Dio? Queste domande fanno da sfondo all’ultimo romanzo dello psichiatra Vittorino Andreoli (Il Cardinale, Rizzoli, 2009, Euro 9,20).

In verità di interrogativi il libro ne affronta molti. La paradossale vicenda del protagonista è l’occasione per riproporre i temi propri della scelta sacerdotale (ad esempio la relazione con la fisicità del corpo e il celibato) e quelli che interessano fedeli e non (il significato del dolore, l’esistenza di troppe Chiese per un unico Dio, il rapporto tra scienza e fede). Ogni tema viene indagato in una prospettiva che è al tempo stesso cronaca (di un percorso umano) e ricerca (di un incontro con Dio). L’autore sembra indagare le spinte profonde che portano a farsi prete quasi come resoconto di una vicenda che ha avuto modo di analizzare (nella presentazione ad un altro suo libro, «Il matto di carta», Andreoli scrive: «Non sono più capace di scrivere cartelle cliniche, ma di un paziente faccio ormai sempre un romanzo»). Ma tale indagine è anche l’occasione per scandagliare il proprio rapporto con la fede, il rapporto di una persona non più giovanissima che si ritrova ad affrontare le domande nate con l’uomo (nella presentazione poc’anzi citata Andreoli scrive anche: «Del resto la mia vita è una sola e mi pare anche sia stata in gran parte consumata. E con questo richiamo …. per me drammatico ….»).

Il volume è abitato da un sottile gioco intellettuale: da una parte lo psichiatra-analista sottolinea, a volte con crudezza, i limiti di alcune posizioni della Chiesa («I peccati del sesso sono una espressione fobica, una follia per la ragione. Perché dovrebbe essere male usare gli organi che fanno parte del corpo? Come se fosse peccato mortale fare funzionare i reni che devono filtrare il sangue disintossicandolo»); dall’altra, la vicenda del cardinale è anche la cartina di tornasole del rapporto dell’autore con il sacro. E sì, perché nel libro fa capolino uno «… psichiatra di fama, affascinato dalla sacralità dell’esistenza, anzi del sacro come categoria della mente, particolarmente evidente nell’uomo contemporaneo che, perso nell’incertezza delle società, mostra questo bisogno in maniera particolare …. un professore cui la Chiesa proprio non piace, non solo quella storica che aveva segnato un cammino di ingiustizie, ma anche la Chiesa visibile fatta di tanto sfarzo». Nel volume questo psichiatra viene invitato dal protagonista a commentare, nella basilica di San Giovanni in Laterano, l’Enciclica “Deus caritas est” di papa Benedetto XVI. La singolarità è che il 23 febbraio 2006 Vittorino Andreoli ha effettivamente commentato in quella Basilica, su invito di un notissimo cardinale, l’Enciclica citata. Il libro riprende molti concetti esposti in quella relazione (reperibile su Internet) tra cui la distinzione tra atei e non credenti: «Vorrei fosse chiaro, in questo momento storico, che la contrapposizione che è stata radicalizzata, che ha avuto delle conseguenze enormi storicamente, tra l’ateismo e la fede, non ha più forza e motivo di essere. I non credenti sono contro l’ateismo altrettanto quanto i credenti, perché l’ateismo è la posizione radicale in cui non si ammette che esista il dio del mio fratello, non deve esistere per nessuno : una negazione assoluta».

Come in tutti i romanzi, non sapremo mai quanto di inventato e quanto di vissuto vi sia nella trama. Ma senza dubbio questo libro parla anche dell’autore ovvero della ricerca di chi non è credente ma vorrebbe credere. Forse è significativo che l’incontro tra lo psichiatra-professore e il cardinale si concluda con questo scambio di battute: «Eccomi, eminenza, che bella serata. Grazie a lei e al suo Dio». «Caro professore – disse il cardinale- lei è proprio un uomo di fede».

Quanto all’epilogo della storia, spetterà al lettore apprezzare in che modo si può colmare la distanza tra ciò che si è e ciò che si fa.

 

Questa recensione è stata pubblicata su "La Gazzetta del Mezzogiorno" del 29 settembre 2009

 

 

 

 

Il mondo di Sergio. Di Mauro Paissan

Il mondo di Sergio. Di Mauro Paissan.

 

mondo di sergio

 

Capita a volte che una famiglia venga investita da accadimenti così grandi che, a confronto, tutto il resto diventa dettaglio. E’ sufficiente la caduta da un motorino per provocare conseguenze invalidanti tremende, anche se più spesso l’equilibrio familiare è turbato da malattie che affliggono i bambini sin dalla nascita ovvero dai primissimi anni di vita. Il fardello già pesante di casi come quelli evocati viene spinto al limite della umana sopportabilità quando il soggetto bisognoso di cure si rivolge in maniera violenta contro coloro che amorevolmente si prendono cura di lui.

Una storia limite di questo tipo è raccontata da Mauro Paissan (giornalista, già deputato, attualmente componente dell’Autorità garante per la protezione dei dati personali) nel libro ‘Il mondo di Sergio’, Fazi editore.

Alle ore 20.30 del 13 giugno 2003, a Roma, Sergio Piscitello, 39 anni, viene ucciso con due colpi di pistola dal padre settantacinquenne, Salvatore. Tre anni dopo il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano concede la grazia al padre della vittima. Prima di quei due colpi di pistola, c'è stata un'intera famiglia prigioniera per quasi 40 anni di un figlio e del suo grave disturbo, l'autismo, spietato come pochi nell'imporsi su ogni piega della vita domestica e quotidiana. Sordomuto e autistico, chiuso a doppia mandata in un mondo tutto suo, Sergio esplode in frequenti quanto improvvisi accessi d'ira e violenza: calci e pugni al padre e alla madre Elvira, lancio di oggetti, autolesionismo. A provocare questi attacchi basta un televisore difettoso, qualche banale imprevisto che interferisca con la rigida, spietata routine che imprigiona il ragazzo, o con quella che è la sua unica grande passione: i film e la raccolta di videocassette.

Protagonista del libro è certamente la sofferenza di Sergio. In una struggente poesia così si esprime il padre: “Tutto ti è stato negato / anche l’affetto più puro e l’amore profondo, / solo, devi essere solo con il tuo dolore disperato / che non sai dire, che non puoi esternare / e non può trovare conforto…./ sei sordo e sei muto, il mondo / ti rigetta nel tuo silenzio angoscioso, / senza un lamento, solo, solo, solo!”.

Sofferenza di Sergio che si riverbera sulla famiglia :”Ormai ha preso lui il sopravvento, pretende l’assurdo e, dopo aver in un certo senso schiavizzato i familiari, determina uno stato di infelicità collettiva e di forte avvilimento che mina il clima familiare, già abbastanza provato”. A farne le spese anche la sorella, che appena può si sposa e va a vivere altrove. Dice la madre: “Due figli, ma Sergio aveva più bisogno di me. Questo ha creato sicuramente dei problemi con l’altra figlia”.

Protagonista del libro è anche la latitanza delle istituzioni. Con dovizia di circostanze è descritto lo scaricabarile tra le varie strutture che si dichiarano incompetenti a gestire le crisi di Sergio. L’epilogo della vicenda è l’epilogo della storia di una famiglia abbandonata a se stessa, che ha visto il proprio amore trasformarsi in dolore e la propria solitudine in tragedia.

Protagonista del libro è anche il rapporto tra padre e figlio che si compone di tanti tasselli significativi: la scelta del genitore, dopo l’omicidio, di dormire per sempre nel letto che era stato di Sergio; il non dichiarato senso di colpa per aver messo al mondo ‘un figlio così’; lo strazio dell’impotenza tutte le volte che Sergio, allontanatosi dall’abitazione, riusciva a comporre il numero di casa senza essere in grado di dire dove si trovasse così da rendere impossibile sapere dove andare per soccorrerlo.

Forse, però, la vera protagonista del libro è la rabbia. Quella buona. Quella che sublima il dolore verso obiettivi positivi. Perché, nonostante tutto, questo rapporto è durato 40 anni. Perché per 40 anni una famiglia si è ribellata in positivo alla cattiva sorte a dispetto della solitudine in cui è stata lasciata. Non va enfatizzato il gesto estremo, sconvolgente, di un padre che uccide un figlio. Vanno visti i valori che stanno dietro la scelta di costruire, anche in un caso limite, un minimo di equilibrio familiare intorno a un progetto enorme che fa tremare i polsi. Che sia così lo si capisce leggendo la chiusa di pagina 128: “Un interrogativo: si può davvero amare un figlio che usa violenza contro di te? Il padre :« Si, forse di più. Ti rendi conto che la malattia che ha dentro di sé ha bisogno del tuo aiuto». La madre: «Mi massacrava. Botte, morsi, capelli strappati. Ciononostante io ricomincerei da capo»”.

 (Recensione apparsa su "La Gazzetta del Mezzogiorno" del 15 aprile 2008).

 

 

 

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