Giovanni Pascuzzi

Tracce digitali di GIOVANNI PASCUZZI

Maria di Nazaret

Maria di NazaretMaria di Nazaret

Maria di Nazaret, madre di Gesù, è il perno della religione cristiana.

I Vangeli poco ci dicono sulla sua figura storica. Marco riferisce solo di un incontro tra Madre e Figlio (Mc 3, 33). Matteo ci dice che Maria restò incinta per opera dello Spirito Santo (Mt 1, 16, 18). Luca racconta dell’Angelo che Le dice “Ti saluto, o piena di grazia, Il signore è con Te…concepirai un Figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù” (Lc 1, 26). Nel Vangelo di Giovanni, la Madre compare durante le nozze di Cana (Gv 2) 3 sotto la Croce (Gv 19, 25 ss.).

Ma è proprio su Maria che la religione cristiana deve far leva per affermare alcuni suoi capisaldi, al punto da edificare 4 dogmi:

1) Verginità perpetua. Serve a fondare la natura divina di Gesù. L’essere nato da una donna ne garantiva la piena umanità, ma la sua nascita verginale (prima, durante e dopo il parto) implicava l’assoluta iniziativa divina.

2) Maternità divina. Dio, per venire al mondo, sceglie di nascere da donna, come tutti gli altri uomini.

3) Immacolata concezione (da non confondere con il dogma 1). Maria è immune dal peccato originale fin dal momento del suo stesso concepimento (1854, bolla Eneffabilis Deus, Pio IX).

4) Assunzione in cielo. Riguarda la destinazione finale di Maria. Nel 1950 si è stabilito che “L’Immacolata Madre di Dio, sempre vergine Maria, terminato il corso della sua vita terrena, fu assunta in corpo e anima nella gloria celeste” (costituzione apostolica Munificentissimus Deus).

Ma al di là delle citazioni testuali e della rilevanza teologica, il culto mariano ha conosciuto una diffusione crescente.

Maria di Nazareth è adorata dai Cristiani di Oriente e di Occidente. Ad essa sono dedicati molti santuari ed una copiosissima iconografia: non secondaria quella che la ritrae con la pelle nera (nero è il colore della terra fertile). Rilevante è anche il numero delle sue “apparizioni”.

Maria di Nazareth è un ponte tra culture se è vero che il Corano a Lei dedica l’intera Sura XIX e che santuari mariani esistono in molti paesi di area musulmana nei quali cristiani e islamici venerano la stessa Madonna.

Maria di Nazareth ha attraversato la storia della spiritualità occidentale (si pensi al conflitto tra francescani e domenicani sulla Immacolata concezione), è stata usata dai potenti come simbolo dell’ortodossia romana (intere nazioni sono state consacrate alla Vergine), alcuni l’hanno vista come “mediatrice, avvocata e corredentrice”, a Lei molti si sono totalmente affidati (si rammenti il “Totus Tuus” di Giovanni Paolo II). Anche il femminismo ha dovuto occuparsene: Maria è modello di oppressione o di liberazione?

La letteratura su Maria di Nazareth è sconfinata. Il libro di Adriana Valerio è una chiave per ricostruire, in maniera chiara e puntuale, i contorni di una figura senza uguali. Che forse risponde al bisogno profondo di essere accolti, nutriti e protetti.

 

 

Le tre del mattino

copertina carofiglio tre mattinoAll’età di 51 anni Antonio racconta gli avvenimenti accaduti nelle 48 ore vissute quando ne aveva poco meno di 18, con suo padre (perennemente svegli), a Marsiglia.

Della trama del nuovo libro di Gianrico Carofiglio si possono raccontare altri dettagli: che i genitori di Antonio (due docenti universitari) sono separati da tempo; che Antonio ha sofferto da adolescente di epilessia ideopatica; che la scena si svolge a Marsiglia perché lì esercitava un luminare che curava quella sindrome.

Ma sarebbe totalmente inutile. La trama non è rilevante in questo libro (come forse negli ultimi o in tutti i libri dello scrittore, ex magistrato, barese).

Conta l’incontro tra un figlio adolescente e il proprio genitore: un viaggio alla riscoperta di un rapporto interrotto troppo presto a seguito della scelta del padre di separarsi dalla madre: senza che vengano esplicitate le ragioni vere dell’allontanamento. Ma anche questo alla fine non conta poi molto. Come l’iniziazione sessuale (con la trentasettenne Marianne) che simbolicamente chiude la due giorni insieme, quasi a sugellare il passaggio alla vita adulta e il passaggio di testimone (alla fine del libro apprendiamo che Antonio fa il professore universitario come il padre). Non i dettagli contano nel legame tra padre e figlio, ma la sostanza che lo contraddistingue dall’alba dell’uomo indipendentemente dagli incidenti di ogni singola storia: una sostanza fatta di conflitto e di scoperta, di lotte e di rimorsi, di educazione e di identificazione.

Carofiglio è bravo a scandagliare l’anima, le sensazioni, le dinamiche del pensiero quale che sia il pretesto: il racconto dell’amico morto suicida (un tema che torna quasi sempre nei suoi libri), su cui si innesta la riflessione sulla “prima infrazione di senso” (pag. 30) oppure la digressione sul jazz dove l’attenzione si concentra sul concetto di imperfezione (pag. 103); i ricorrenti pensieri adolescenziali (“il cunicolo in cui pensi che le tue esperienze siano uniche, ineffabili e tragiche, e soprattutto incomprensibili agli altri”: pag. 92) o il balikwas (“il saltare all’improvviso in un’altra situazione e non sentirsi sorpreso”: p. 154).

Carofiglio sembra aver trovato un modo scientifico di scrivere che tiene ancorato il lettore dalla prima all’ultima riga. Il titolo del libro riprende una frase di Scott Fitzgerald: “Nella vera notte buia dell’anima sono sempre le tre del mattino”. L’anima, appunto.

Pulvis et umbra

Pulvis et umbra

Dei libri gialli non si può raccontare la trama per ovvie ragioni. Ma ce ne sono alcuni che hanno molti livelli di lettura e che suscitano riflessioni che vanno ben al di là dello scoprire se l’assassino è davvero il maggiordomo. E’ il caso di “Pulvis et umbra”, l’ultimo libro di Antonio Manzini, l’autore che narra le gesta del (mitico) vicequestore Rocco Schiavone (“sbattuto” da Roma ad Aosta).

 Tre i temi che mi piace segnalare.

 1) I dilemmi etici.

Le vicende del libro portano a confrontarsi con alcuni interrogativi “morali”.

       a)    Può il benefattore che ti ha letteralmente “salvato” da una situazione bruttissima chiederti in cambio (anche molto tempo dopo l’intervento salvifico), di fare qualcosa che di fatto suona come un tradimento della fiducia di una persona a cui vuoi bene e di cui sei anche innamorato, abusando del sentimento di gratitudine? E può essere perdonato questo tipo di “tradimento” se comprendi che chi ti ha tradito non poteva moralmente dire di no?

b)    Si può accettare che un reato grave non venga perseguito perché chi lo ha commesso sta aiutando la “giustizia” a perseguire reati più gravi?

2) I ruoli sociali.

Chi ha letto i libri di Rocco Schiavone, sa che il vicequestore è amico di alcune persone borderline; persone, cioè, che a volte passano il confine dell’illecito penale ovvero della malavita vera e propria. E’ possibile che esista una relazione sincera fino in fondo tra persone che appartengono a mondi diversi e per definizione contrapposti? Uno degli amici, infatti, dice a Schiavone: “Stiamo su due sponde diverse. E pure se ci vogliamo bene, tu sei tu e io so’ io. Mi capisci?”.

3) Il vissuto del protagonista.

In questo episodio, Rocco Schiavone si imbatte in una psichiatra, che dopo una chiacchierata di 10 minuti lo “fotografa”. Ecco il dialogo:

-  Così, dopo una chiacchierata di 10 minuti, solo osservandola, mi permetterei di dirle che lei è un uomo sostanzialmente depresso, magari con qualche difficoltà di concentrazione. Non è che soffre di allucinazioni?

-  No. (Schiavone vede la moglie morta e parla con lei: n.d.r.)

-       - Bene, soffre di allucinazioni. Come andiamo con l’umore?

-       Quale umore? 

   Appunto. Lei se ne sta sempre asserragliato in difesa? 

-       No, io devo andare a lavorare e penso anche lei.

-       Non si arrabbi era solo per parlare.

-       Non mi piace quando la gente mi guarda come se fossi un batterio in un vetrino.

-       E’ il mio lavoro. Se avesse bisogno di aiuto, io sono qui.

-       Grazie. (Per la prima volta in vita sua Rocco Schiavone si sentì nudo in mezzo alla strada. Quello gnomo occhialuto l’aveva spogliato in meno di un minuto. Meno di un minuto e già le voleva bene).

Chi ha la fortuna di trovare psichiatre così, è un uomo fortunato.

IN SINTESI. Pulvis et umbra è un bel libro che si legge d’un fiato. La frase più bella è questa: “I conti si fanno alla fine. A destra la colonna col segno più, a sinistra quella col segno meno e in mezzo quella enorme e vuota delle intenzioni e dei rimorsi”.

 

Alec Ross. Il nostro futuro

Vincenti e perdenti

Alec Ross ha svolto la funzione di senior advisor per l’innovazione nello staff di Hillary Clinton quando lei era segretaria di stato (nel primo mandato di Obama). In quella veste ha incontrato i “più alti livelli di leadership delle massime aziende tecnologiche e dei governi della Terra”. L’attività svolta gli ha consentito di scrivere quello che è divenuto un best seller in tutto il mondo: “Il nostro futuro. Come affrontare il mondo dei prossimi vent’anni” (la lettura mi è stata suggerita da uno dei rappresentanti degli studenti in Senato accademico).

Il libro segue due grandi filoni: da una parte spiega le innovazioni tecnologiche che ci attendono. Dall’altra preconizza le ricadute sociali ed economiche di questi cambiamenti epocali.

Sotto il primo aspetto ci parla di un mondo dominato dai robot (che saranno in grado di sedare i pazienti in sala operatoria); ci illustra come la genomica ci consentirà di vincere il cancro; ci introduce al fascino di bitcoin e della moneta elettronica; ci racconta le magnifiche sorti progressive dei cosiddetti big data. Per quel che riguarda il secondo profilo prefigura le conseguenze di tali innovazioni: la perdita di posti di lavoro (basterà un solo anestesista che controlli ciò che fanno i robot); la nascita di un mondo programmato (si potranno creare bambini su misura); l’avvento di un possibile far west tecnologico (attacchi informatici e truffe miliardarie online).

Ross dedica molto spazio a descrivere come saranno i mercati futuri, con una convinzione di fondo: molti guadagneranno (anche tanto) ma molti rimarranno senza lavoro con il rischio che crescano le diseguaglianze (riporto le pagine 22 e 23 dove questo discorso è sintetizzato in maniera chiara).

L’ultimo capitolo (di gran lunga il più breve) è dedicato ai consigli per i giovani. Occorrerà: viaggiare molto (“i maggiori guadagni saranno quelli che hanno la capacità di guardarsi intorno nel mondo e di vedere e cogliere l’occasione nella prossima ondata di mercati ad alta crescita”: p. 205); conoscere le lingue: non solo linguaggio umano ma anche linguaggi di programmazione (anche perché insegnano a capire i problemi e ad immaginare le soluzioni); possedere capacità analitiche (quelle delle vecchie arti liberali).

Mi è sembrato un libro interessante (un centinaio di pagine di meno lo avrebbero reso migliore). Insegna cosa sta avvenendo alla frontiera della ricerca tecnologica.

Quello che mi sembra dominare nel libro è: a) la logica vincente-perdente (vedi la pagina 18 che riproduco); b) cosa fare per trovarsi tra i vincenti.

La tecnologia comporta delle diseguaglianze (vecchie e nuove). Dobbiamo limitarci a registrare questo fatto e a comportarci di conseguenza per non rimetterci o dobbiamo preoccuparci di ridurle o eliminarle sul piano globale? L’autore sceglie la prima strada: la seconda è quella propria della politica. Alec Ross era consigliere di Hillary Clinton: la seconda ha perso le elezioni per diventare presidente degli Stati Uniti.

Ai giovani vanno insegnate tutte le cose scritte in questo libro. Ma anche qualcosa di più del solo modo di fare soldi e trovarsi dalla parte giusta del tavolo (di baccarà).

 

 

Impressioni sul libro di Matteo Renzi "Avanti".

 

(5 agosto 2017)

Ho terminato di leggere il libro di Matteo Renzi dal titolo “Avanti. Perché l’Italia non si ferma” (Feltrinelli).

Antepongo alle impressioni che ne ho ricavato due premesse.

La prima. Cerco di leggere il più possibile. Da qualche tempo compro spesso autobiografie o libri che raccontano la vita (oltre che di personaggi storici) di uomini e donne del mondo della politica, dello spettacolo, della cultura, dell’economia. Mi piace capire “le persone”: cosa pensano, cosa sognano, cosa le rende felici o infelici.

La seconda. Matteo Renzi è un leader politico. Ragione sufficiente per desiderare di capire cosa pensa attingendo direttamente ai suoi scritti. Ma c’è anche un'altra ragione. Renzi è una persona molto amata o molto odiata (a seconda dei punti di vista). In occasione del referendum mi è capitato di discutere con alcuni suoi sostenitori (schierati per il si al referendum: io ho espresso le ragioni che mi hanno portato a votare no https://goo.gl/PgFDR4). Persone pacate che si sono mostrate cariche di passione e veemenza spesso travalicanti la soglia del consentito (naturalmente anche alcuni dei suoi detrattori si sono comportati in maniera speculare). Ho pensato che, leggendo, il libro, avrei capito meglio perché una persona è in grado di suscitare sentimenti così contrastanti.


PERCHE’ Il LIBRO. A pagina 232 l’autore espone (tra le altre) due ragioni:

a) “Sono convinto che chi ha svolto un servizio per le istituzioni debba essere trasparente e sviscerare punto per punto gli argomenti che hanno segnato la sua esperienza”.

b) “Ho scritto questo libro per invitare, coinvolgere, entusiasmare. Perché ho capito di essere il depositario dei sogni di una parte degli italiani”.


COS’E’ QUESTO LIBRO. A pagina 16 si legge: “Non è un diario. Non è un saggio sulle prospettive della sinistra nel mondo, o un programma di governo. E’ il desiderio di condividere riflessioni, emozioni e speranze. Provo a raccontarmi…Questo libro vuole rendere ragione dell’impegno e della speranza. È un viaggio tra passato e futuro”.

I CONTENUTI.


Capitolo I (Ieri). Rapido flashback sugli stati d’animo sopraggiunti dopo le dimissioni da Presidente del Consiglio. Considerazioni sul “Giglio magico”, sul “capitalismo di relazione”, sui “giri” dei consiglieri di Stato e della burocrazia romana (p. 38: “Posso chiedere pareri, ma non devo chiedere piaceri”).


Capitolo II (I mille giorni). Racconta i retroscena dei 1000 giorni del suo governo ed evidenzia tre sfide vinte e tre battaglie perse:

- primo punto positivo: il carico fiscale (80 euro e riduzione delle tasse);

- secondo punto, negativo: le banche (dalla vicenda della banca Etruria, ai mutamenti che interesseranno le banche; per affrontare i mutamenti digressione su big data e analisi predittiva);

- terzo punto, positivo: il lavoro (difesa del Jobs act; critica al proliferare delle sigle sindacali; profilo di Marchionne);

- quarto punto, negativo: la scuola (sostiene di aver commesso errori nella riforma della scuola, nell’algoritmo per i trasferimenti dei docenti, nell’uso di un linguaggio troppo aziendalistico);

- quinto punto, positivo: i cantieri (a palazzo Chigi ha portato l’abito mentale da Sindaco; elenco dei cantieri avviati e/o sbloccati; Cantone; la sfida dell’Expo);

- sesto e ultimo punto, negativo: le vicende giudiziarie, gli scandali, i processi, le polemiche (analisi della subalternità della politica alla magistratura, le vicende del papà e del Ministro Lotti, il garantismo a giorni alterni del M5S, le prove costruite ad arte).


Capitolo III (A testa alta nel mondo). Analisi della politica estera italiana nei 1000 giorni del suo governo. Si parte dalla fine: la cena da Barack Obama alla fine del mandato del Presidente USA (9 maggio 2017): come ha scelto la delegazione. I 5 punti della politica estera:

- la centralità dell’Africa;

- non solo Africa: Italia deve essere presente in tutte le aree emergenti del mondo;

- centralità della questione femminile;

- presenza sempre più forte all’interno delle Nazioni Unite;

- elemento umano nella relazione con gli altri leader.

Poi ancora: rapporto con Angela Merkel, iniziative assunte in Europa contro le politiche di austerità; impegno per ottenere flessibilità e crescita; le conferenze stampa senza le bandiere europee; l’enfasi sulle periferie e la “filosofia del rammendo”. Tornare a Ventotene, Lisbona e Maastricht.


Capitolo IV (Il futuro della sinistra). Crisi della sinistra in Europa condannata a perdere. Critica ai populismi (M5S da un lato, Salvini dall’altro). Il fuoco amico che avrebbe portato alla scissione (di cui si sottolinea il carattere opportunistico (p. 174: “attuata quando era diventato chiaro che non sarebbero tornati in Parlamento”). Le scuole di formazione politica (riprende una frase del giornalista Sydney J. Harris “Lo scopo della scuola è quello di trasformare gli specchi in finestre”).

Nel 2017 il Pd deve impegnarsi su tre parole:

- lavoro: lavoro di cittadinanza e non reddito di cittadinanza; necessità di nuovi skills; questione dell’istruzione tecnica; piano industria 4.0; investimento nel mezzogiorno;

- casa: casa è dove ci sentiamo sicuri; mettere al centro la qualità della vita; la scommessa ambientale, la prevenzione del dissesto idrogeologico, l’urbanistica sostenibile;

- mamme: tutela della maternità; difesa della salute dei bimbi (anche attraverso i vaccini); ruolo economico della donna nella società; il problema del debito pubblico (propone di tenere insieme debito pubblico e debito privato: in questo modo Spagna, UK, e Francia stanno peggio di noi).

E poi. La lotta alla paura. Il problema dell’immigrazione (posso dire che la stampa ha riportato in maniera distorta il suo pensiero: o, almeno, io, leggendo i mass media, lo avevo capito male); il tema dell’identità; la legge sullo ius soli.

Capitolo V (Domani). Considerazioni sulla prassi italiana di “scendere dal carro dei vincitori”. Chi glielo ha fatto fare di dedicarsi alla politica? La figura della moglie Agnese che gli è sempre stato vicino. Il ritratto dei figli. Non può decidere da solo di andarsene. Accetta “di restare in campo”, purché abbia la legittimazione (arrivata dalle primarie). Di nuovo in giro per l’Italia. Iniziando da Napoli e dalla lotta contro la “povertà educativa”. La riconoscenza (che non esiste) in politica. “Il fatto che uno come me sia arrivato alla guida del paese dimostra che l’Italia è la terra dove tutto è possibile”.

La frase finale: “Non ci interessa cambiare l’immagine per gratificare il nostro ego. Noi vogliamo cambiare l’Italia per i nostri figli. E questa Italia la cambieremo, andando avanti insieme”.


LO STILE. Leggere il libro è stato come sentire parlare in televisione Matteo Renzi. Provo ad isolare 3 elementi.

a) la battuta tagliente. Una delle cose che caratterizza Matteo Renzi, da buon toscano, è la battuta tagliente, sarcastica, ironica. Cattura l’attenzione, scatena il sorriso, ma genera naturale risentimento. Nel libro ci sono molti esempi.

Pagina  86: “Landini minaccia di occupare le fabbriche, ma finisce con l’occupare solo gli studi televisivi”

Pagina  211: “Non li definirò più gufi, ok. Loro però, in cambio, potrebbero smettere di gufare”.

b) Noi e loro. Nel libro è spesso enfatizzata la contrapposizione con gli avversari (siano, innanzitutto, i populismi ovvero M5S e Lega nord; siano i terroristi). E sovente il linguaggio ricorre al “noi” e al “loro”. Esempi:

p. 64: “Loro dal blog pentastellato dicono no alle Olimpiadi, noi garantiamo l’organizzazione di Expo e Giubileo. Loro dal palco leghista di Pontedilego urlano vogliamo tre giorni di sciopero per bloccare l’Italia, noi rispondiamo abbassando le tasse per farla ripartire”.

p. 200: “Loro distruggono le statue, noi vogliamo i caschi blu della cultura. Loro bruciano i libri, noi apriamo le biblioteche”.

c) l’enfasi retorica. Nella tradizione retorica occidentale il termine “amplificazione” indica un complesso di tecniche che intensificano i discorsi con finalità pratiche, come argomentare tesi, suscitare passioni o commuovere. Nel libro (come nei discorsi pubblici) Renzi fa ampio uso di queste tecniche. Ad esempio ripetendo la stessa parola più volte. Esempi: 

p.201 (parlando di sicurezza): “Per ogni euro in più….. Per ogni mezzo blindato in più….Per ogni arma….”

p. 180 (parlando del Pd: “Abbiamo bisogno di iniziative sul territorio…. Abbiamo bisogno di volontariato…. Abbiamo bisogno di stare insieme”.

p. 178 (dopo la frase sulla scuola ricordata prima): “Lo specchio è il giustizialismo….; Lo specchio è il mondo del virale….; Lo specchio è il chiacchiericcio quotidiano” (ci sono 10 frasi che iniziano con la stessa parola).

IMPRESSIONI

Come ho detto all’inizio, non ho letto questo libro per conoscere le ricette politiche di Renzi. Sarebbe sin troppo facile, del resto, rimarcare la differenza tra i contenuti del libro e le “analisi politiche” del PCI ai tempi di Rinascita (solo le persone di una certa età potranno capire questo riferimento). Non è detto, peraltro, che quelle fossero più lungimiranti visto i cambiamenti sociali che sono intervenuti; né che il Pd sia l’erede di quel PCI.

Le perplessità di fondo che ho espresso nel mio scritto ricordato all’inizio restano tutte.

Ho letto questo libro per cercare di conoscere meglio una persona e quindi, indirettamente, il modo di pensare di tanti italiani che lo “hanno reso depositario dei loro sogni”.

Due cose hanno attratto la mia attenzione.

1) La prima è una situazione identica a parti invertite. Mi spiego.

A pagina 111 Renzi attacca Beppe Grillo perché lo aveva accusato di “voler rottamare il proprio padre” (si ricorderà: si tratta di quella volta in cui Renzi disse da Lilli Gruber che il padre, se riconosciuto colpevole, avrebbe dovuto essere condannato “ad una pena doppia”. Nel libro viene riprodotto il lungo post che il segretario del Pd scrisse allora (e che, apprendo, ebbe più di 6 milioni di visualizzazioni). Il succo è: “lascia stare la relazione tra me e mio padre”.

A pagina 126 Renzi riporta una frase di Casaleggio padre (M5S): “In una vecchia intervista Gianroberto Casaleggio illustrava il meccanismo grazie al quale ciò che è virale diventa vero”.

Casaleggio figlio è intervenuto (sul blog di Beppe Grillo) per dire che suo padre in realtà aveva detto: "Un messaggio in Rete perde la sua viralità se è falso, nel tempo" e che "i nostri messaggi sono virali di per sé, dunque veri, e si diffondono da soli. Quelli degli altri, palesemente falsi, hanno bisogno di un supporto di truppe àscare, pagate magari 5 euro al giorno". Ossia completamente il contrario di ciò che dice Renzi che "un messaggio che è virale diventa vero". Casaleggio figlio ha sostenuto: “Renzi deve smetterla di infangare la memoria di mio padre. E' intollerabile che continui a ripetere una bufala da lui inventata che stravolge il pensiero di mio padre”.

Non mi interessa stabilire chi abbia ragione e chi torto. Mi ha colpito questo desiderio di “difendere i padri”. Ovvio che è una dimensione inedita (nella “vecchia politica” non ricordo che si discettasse dei padri). Ovvio che il rilevi il fatto che si tratta di padri che hanno assunto, in maniera diversa, ruoli pubblici. Mi sembra però che in tale diatriba ci sia il desiderio di rientrare entro dei limiti oltrepassati da tempo. Sarò minimalista, ma se questo avvenisse, sarebbe già una bella conquista per la politica e i politici.

2) La seconda considerazione riguarda un messaggio “subliminale”.

A pagina 120 (parlando della parabola di Obama) Renzi scrive: “Anche una sconfitta può servire a scrivere la storia”.

Nel discorso pronunciato appena eletto, per la prima volta (dicembre 2013), segretario del Partito democratico, Matteo Renzi, sottolineando l’avvenuto cambio generazionale, disse testualmente: «Credo sia arrivato un momento in cui non possa bastare più continuare a sentirsi raccontare quanto è stata bella la loro storia, è arrivato il momento di scrivere la nostra storia e non solo sentirsi raccontare quanto è stata bella la storia degli altri».

“Scrivere la storia” è un po’ un leit motiv di Matteo Renzi.

La storia non la scrivono solo i potenti e le vicende del mondo non coincidono con le gesta di Giulio Cesare o di Napoleone.

Il Mahatma Gandhi diceva: «Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo». Un altro modo di dire che la storia siamo noi.

Io spero che giovani (e meno giovani) ritrovino la motivazione a cambiare le cose senza deleghe, diventando esempio piuttosto che cercando esempi. Perché tentare di scrivere la propria storia e la storia del proprio tempo è l’unico modo di essere davvero uomini e donne. Ovvero: di essere interi. Qualcosa che, a ben vedere, difficilmente l’esercizio del potere formale consente di essere.

         

Università futura. Tra democrazia e bit (di Juan Carlos De Martin)

      Università futura. Tra democrazia e bit (di Juan Carlos De Martin)

DeMartin1. Sintesi del volume. Il libro “Università futura. Tra democrazia e bit” (Codice edizioni) di Juan Carlos De Martin muove da una domanda ricorrente: a che serve l’Università? E dopo aver individuato le sfide epocali che abbiamo di fronte (democratica, ambientale, tecnologica, economica, geopolitica[i]), e aver dimostrato che le modifiche ordinamentali di recente intervenute (i.e.: dipendenza dal governo, adesione al modello aziendalistico, enfasi sulla competizione, precarizzazione delle posizioni) non hanno messo l’Università italiana nelle condizioni migliori per aiutare la società ad affrontarle, l’autore prova a suggerire un’idea di Università che, a suo avviso, deve essere: “per lo studente, per il sapere, per la società democratica”.

In estrema sintesi De Martin ritiene che l’Università deve aiutare gli studenti ad essere persone, cittadini, lavoratori. Nei confronti del sapere, l’Università ha il dovere di preservare la conoscenza, di tramandarla (comunicandola, commentandola, estendendola), di educare nuove persone dedite al sapere stesso e di contribuire alla crescita dell’economia. Per quel che riguarda, infine, la società democratica si enfatizza il ruolo dell’università come coscienza critica e come generatrice di idee. Si richiamano a tale proposito: il potere di convocare (i.e.: invitare a parlare nelle Università); la necessità di avere “uno sguardo lungo”; la produzione di conoscenza “per il bene comune”; l’attenzione al presente e alle sue sfide.

De Martin dedica poi il quarto capitolo alle persone che operano nelle Università: gli studenti, i dottorandi, i professori, i professori ai vertici dell’Università, la comunità accademica estesa. Per ciascuna di queste figure l’autore suggerisce dei paradigmi virtuosi di comportamento. Ad esempio: gli studenti non dovrebbero adagiarsi nel ruolo di clienti/consumatori ma valorizzare i benefici dell’esperienza universitaria che consente di diventare intellettualmente e moralmente adulti; i professori dovrebbero ricordare la responsabilità morale connessa al loro ruolo che si sostanzia, ad esempio, nell’obbligo di rendere pubblico il proprio pensiero (il posto fisso serve proprio a metterlo al riparo da possibili ritorsioni); i professori ai vertici dell’Università, anziché giocare a fare gli amministratori delegati (per tutelare interessi particolari di gruppi di potere) devono tornare all’ethos del servizio temporaneo reso alla comunità accademica.

Il libro si chiude con l’analisi dei temi su cui si giocherà il futuro dell’Università italiana: dal numero di laureati al tipo di organizzazione, dalla libertà degli studi alla promozione della ricerca interdisciplinare, dalla funzione dei ricercatori ad una diversa metodologia di valutazione.

2. Il ruolo dei professori nei mutamenti recenti. Il libro “Università futura” suggerisce alcune ricette utili a mettere le Università nelle condizioni di rispondere alle sfide che abbiamo di fronte. I temi sollevati sono tanti e complessi. Proverò ad analizzarne qualcuno.

Conviene partire dall’analisi di quanto avvenuto negli ultimi decenni sintetizzando in maniera volutamente brutale il quadro tracciato da De Martin nel secondo capitolo (dedicato, come già ricordato, ai cambiamenti intervenuti nell’Università italiana). La riduzione dei fondi e del personale, la precarizzazione delle carriere, la trasformazione dello studente in consumatore, la professionalizzazione dei corsi, la scomparsa dell'autogoverno hanno avuto lo scopo di dividere la comunità universitaria e azzerare il dibattito: docenti e studenti in conflitto tra loro e al loro interno, per cercare di ottenere qualche vantaggio personale assecondando il potere mostrandosi muti e zelanti.

Ma nel divenire di tali dinamiche i professori non hanno (avuto) alcun ruolo?

A pagina 49 De Martin scrive:

Più rapidamente di istituzioni con missioni meno flessibili, le Università hanno fatto proprie – spesso acriticamente – le priorità dei tempi nuovi. Perché spesso acriticamente? Forse in alcuni casi i vertici accademici hanno ritenuto che le Università fossero troppo dipendenti dal potere politico per potersi permettere di fare alcuna critica; forse in altri casi c’è stata una adesione convinta ai nuovi valori, come competizione, ritorno sull’investimento economico, mercato globalizzazione, competitività; forse ancora si è pensato di poter pilotare il cambiamento a beneficio del proprio ateneo, del proprio gruppo di potere o, in positivo, si è aderito al cambiamento per provare a contenere almeno alcuni degli aspetti negativi della trasformazione”.

Ma lo stesso autore alle pagine 164 e seguenti ricorda:

Oltre a didattica e ricerca il nucleo invariante del ruolo di professore include anche una specifica responsabilità morale. Il professore con “tenure” (i.e: con posto stabile) non solo è libero di professare, ma in un certo senso è anche tenuto a professare, cioè a rendere pubblico il suo pensiero, fosse anche con il pubblico dei suoi studenti. Il professore ha un rapporto privilegiato con la parresia. Parresia è dire la propria opinione con le parole più dirette possibili, in genere a qualcuno che detiene il potere, anche se il farlo comporta dei rischi”.

Il confronto tra questi due brani mostra l’esistenza di uno iato tra ciò che è e ciò che dovrebbe essere. Ciò che colpisce è la sostanziale indifferenza con la quale i mutamenti sono stati accolti. Ma c’è di più. Secondo quanto sottolineato dall’autore, a tali cambiamenti in molti hanno aderito per tornaconto momentaneo e personale. Sarebbe sbagliato affermare che non ci siano state voci dissenzienti. Ma si può dire che, in generale, i mutamenti intervenuti sono stati assecondati da molti membri della comunità universitaria.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Le università non sono più un luogo autonomo dal potere e sede di produzione del dissenso. Dopo gli anni sessanta, in tutto il mondo, indipendentemente dalla forma di Stato, le università sono state all'origine della contestazione e dell'opposizione. Oggi si fa molta fatica a scorgere scenari di questo tipo. L’affermazione del modello aziendalistico[ii] è fattore ma anche prodotto di cambiamenti ai quali le stesse Università (e i professori) non sono estranee. C’è una circostanza precisa che deve far riflettere.

De Martin sostiene (pagina 164) che i professori universitari “rispetto alla stabilità lavorativa, non devono avere lo stesso tipo di rapporto di qualsiasi altro dipendente pubblico”. La realtà è che i professori sono (diventati) in tutto e per tutto dei semplici dipendenti pubblici (non appaia offensiva l’espressione: travet). Tale assimilazione si è materializzata anche sul piano normativo nel 2013/2014 quando tutte le Università italiane sono state chiamate a dotarsi di un codice di comportamento dei propri dipendenti e quindi dei professori. Ho approfondito (insieme a due colleghi) questo tema in un articolo apparso proprio qui su Roars[iii], al quale rinvio. Mentre per altre categorie di dipendenti pubblici (come, ad esempio, i magistrati) i comportamenti da tenere sono individuati da un codice etico, per i professori valgono le regole applicabili a tutti gli altri dipendenti pubblici. L’articolo appena citato conteneva la seguente considerazione:

La previsione normativa (ancorché come princìpi) dei singoli obblighi dei docenti coincide con un progressivo sfarinamento del ruolo del professore universitario che accetta senza colpo ferire di essere assimilato a chi opera alle dipendenze di un datore di lavoro che persegue i propri interessi e di vedersi imposti dal legislatore gli standard di comportamento. Quando è stato introdotto il codice di comportamento per i dipendenti pubblici nulla si è detto per invocare la non applicazione dello stesso ai professori universitari. O per ottenere, quanto meno, un trattamento identico a quello dei magistrati”.

Ai più tale mutamento è passato inosservato. E invece in quel momento c’è stata la consacrazione normativa del cambio di funzione del professore universitario.

Ad esempio l’articolo 3 del codice di comportamento dei dipendenti pubblici (d.p.r. 62/2013) impone al dipendente di “evitare situazioni e comportamenti che possano … nuocere agli interessi o all’immagine della pubblica amministrazione”. Ma questo modo di fare propizia conformismo, gerarchizzazione e appiattimento: l’esatto opposto di quello che sarebbe auspicabile se si volesse enfatizzare lo spirito critico nelle Università. Se si volesse perseguire davvero l’obiettivo auspicato da De Martin a proposito della parresia, quella norma dovrebbe essere cosi formulata: “Il professore si impegna, nell’esercizio delle proprie funzioni ad esprimere in libertà e con grande trasparenza, utilizzando i mezzi della comunicazione pubblica ritenuti da lui più efficaci, la propria opinione riguardo al funzionamento dell’Università presso la quale è dipendente. Inoltre il professore si impegna a rendere accessibile a tutti la conoscenza prodotta. Così facendo contribuisce al contemporaneo perseguimento degli interessi dell’Università e di quelli della collettività[iv]”.

La Crui dovrebbe chiedere l’immediata modifica del d.p.r. 62/2013 per restituire ai professori lo stesso regime riconosciuto ad esempio ai magistrati. Il tema, ahimé, non interessa. Né ai vertici delle Università né ai professori.

3. Gli apprendimenti degli studenti. De Martin sostiene (pagina 97) che l’Università deve “aiutare lo studente a sviluppare una propria visione del mondo” e “a maturare la consapevolezza cha altri mondi sono possibili” (pagina 98). L’autore (pagina 50) non fa mistero di preferire il termine “educazione” a “formazione” o “istruzione”.

Le agenzie che si occupano di formazione sottolineano che i processi formativi devono favorire l’apprendimento di diverse tipologie di saperi: il “sapere”, il “saper fare” e il “saper essere”[v].

Di seguito, due dati normativi per corroborare questa affermazione:

  1. la Raccomandazione del Parlamento europeo e del Consiglio del 23 aprile 2008 sulla Costituzione del Quadro europeo delle qualifiche per l’apprendimento permanente. Nell’allegato al testo si legge che i «Risultati dell'apprendimento» devono descrivere ciò che un discente conosce, capisce ed è in grado di realizzare al termine di un processo d'apprendimento. I risultati sono definiti in termini di conoscenze, abilità e competenze;
  2. il Quadro dei titoli dello Spazio europeo volto a favorire una più corretta comprensione e comparabilità dei titoli dei differenti sistemi nazionali d’istruzione superiore. Secondo il Quadro dei titoli italiani (http://quadrodeititoli.it/), il titolo di studio previsto al termine di un percorso universitario quinquennale può essere rilasciato solo agli studenti che (tra l’altro) “abbiano la capacità di integrare le conoscenze e gestire la complessità, nonché di formulare giudizi sulla base di informazioni limitate o incomplete, includendo la riflessione sulle responsabilità sociali ed etiche collegate all’applicazione delle loro conoscenze e giudizi[vi].

La “visione del mondo” fa parte del saper essere. Ma gli studenti universitari devono essere “educati” a saper essere”? La parola educazione è affascinante dal punto di vista etimologico (i.e.: “tirare fuori”) ma ha un fardello storico pesante visto che il fascismo chiamò il Ministero dell’istruzione, Ministero dell’educazione nazionale. Educare per qualcuno può voler dire omogeneizzare i punti di vista, imponendo una scala di valori. L’esatto contrario dello spirito critico.

L’Università deve far apprendere contenuti conoscitivi e metodi di lavoro. Lo studente non deve essere educato ad una visione del mondo ma messo nelle condizioni di maturarne una propria (De Martin lo dice chiaramente), imparando anche a “disobbedire” se del caso. E questo avviene attraverso la pratica quotidiana dell’esperienza di studio e grazie alle relazioni con i professori.

Un punto interessante è proprio quest’ultimo: i professori aiutano i giovani a maturare uno spirito critico e, quindi, una propria visione del mondo?

4. Il “sapere essere” professori. Come ricordava Karl Popper, il lavoro di ricerca cerca sempre di risolvere problemi, teorici o pratici. La formulazione del problema non è un atto neutro e il modo stesso di rappresentarlo significa già orientarne la soluzione. Sappiamo da tempo che non ha senso chiedersi se esista una realtà esterna oggettiva perché non c’è modo di eliminare l’osservatore, cioè noi, dalla nostra percezione del mondo che viene prodotta dalla nostra elaborazione sensoriale e dal modo in cui pensiamo e ragioniamo.

Dire che non è possibile osservare la realtà prescindendo dalla nostra percezione del mondo significa affermare che tanto i problemi quanto le soluzioni non sono indipendenti da chi li percepisce. Ogni ricercatore è guidato da una visione del mondo. Per molti versi egli è parte del problema che vuole risolvere. E le visioni del mondo altro non sono che le concezioni etiche.

Oggi nelle Università, c’è davvero consapevolezza di questo?

Qualche decennio fa Dario Antiseri in un libricino dedicato ai fondamenti epistemologici della ricerca interdisciplinare, ha messo in luce un aspetto basilare del lavoro scientifico. Riprendendo l’insegnamento di Karl Popper, Antiseri ribadisce che il lavoro di ricerca cerca sempre di risolvere problemi. La scienza, però, non piange e non ride. E non ci dice né se valga né se non valga la pena di vivere. Forse per questo nel Tractatus di Wittgenstein leggiamo la frase: «Noi sentiamo che se pure tutte le possibili domande della scienza ricevessero una risposta, i problemi della nostra vita non sarebbero nemmeno sfiorati». Ecco perché siamo condannati ad essere liberi, ovvero a scegliere tra le diverse visioni del mondo. In una parola: a scegliere le norme etiche che devono guidare i nostri comportamenti.

Chi produce sapere e soprattutto chi è anche chiamato a trasmetterlo alle giovani generazioni, sa quanto importante sia richiamare l’attenzione sul senso delle cose che si fanno non già per inculcare “verità” precostituite bensì per aiutare ad apprendere il “saper essere” (che è poi il fondamento dell’autorevolezza).

Ovviamente non esiste una sola visione del mondo. Ma questo “pluralismo” richiama proprio il paradigma del lavoro di ricerca. La conoscenza è alimentata dalla creatività e quest’ultima riposa sulla capacità di vedere le cose in maniera diversa, sul desiderio di mettere in discussione consolidati modi di pensare. Il progresso delle conoscenze non è aiutato da chi evita di misurarsi con il senso delle cose così da sfociare nel conformismo vera anticamera del disinteresse se non del cinismo. Non si può essere ricercatori e docenti senza avere una precisa visione del mondo e senza esserne costante testimonianza (attraverso l’esempio: possiamo insegnare solo quello che siamo).

Chi ha davvero lo spirito del ricercatore impara presto ad essere grato a chi la pensa in maniera diversa ed esce fuori dal coro, magari per far notare ai più che stanno compiendo un errore. E quando ha sufficiente energia emotiva per vincere l’amarezza dell’isolamento impara a restituire questo piccolo favore. Che, a ben vedere, è un favore reso alla comunità che vuole investire in conoscenza.

5. Brevi considerazioni finali. De Martin enfatizza il ruolo delle Università come coscienza critica e generatrice di nuove idee. Nelle Università italiane esistono le condizioni perché tale ruolo venga davvero svolto?

Il modello aziendalistico sembra più funzionale a creare conformismo che non pensiero critico. E tale modello è stato invocato/assecondato da molti nelle Università.

Assistiamo a tanti comportamenti virtuosi. Osserviamo, però, anche fenomeni che suscitano molte perplessità.

Del declassamento a meri dipendenti pubblici dei professori universitari (accettato con indifferenza) si è già detto.

Ma penso anche a quanto avvenuto in occasione delle riforme degli ordinamenti didattici: (cosiddetto 3+2). Tutti abbiamo vissuto l’umiliante battaglia per far attribuire un maggior numero di crediti a questo o quel settore disciplinare. Come se il numero di crediti fosse indice del grado di dignità delle discipline. Sicuramente è stato vissuto da molti come la premessa per ottenere posti di ruolo (più crediti = maggiore carico di lavoro = più posti di ruolo). Il risultato è stato: la polverizzazione dei crediti e degli esami e la nascita di corsi di laurea (a volte con denominazioni fantasiose) pensati su misura per gli interessi dei cultori delle discipline. 

Penso alle lauree ad honorem conferite a personaggi famosi così da godere indirettamente della notorietà degli stessi. Associando il nome dell’Ateneo a quello del soggetto noto ci si fa pubblicità, si finisce sui giornali. In alternativa alcune di queste lauree sono conferite per ingraziarsi la benevolenza di personaggi potenti in vista della possibilità di ottenere finanziamenti o altri tipi di utilità (si pensi alle lauree ad honorem conferite ai capitani d’industria o ai politici).

Penso all’autorità di valutazione (composta da professori universitari) che pubblica documenti instabili (perché spesso non portano una data e/o vengono cambiati), ovvero li pubblica e poi li ritira per approfondimenti[vii], sostenendo che essi non hanno natura ufficiale quando è noto che dagli stessi dipendono, ad esempio, i finanziamenti alla ricerca: non è un bell’esempio di credibilità (a tacere della violazione del principio della “certezza del diritto”).

I professori per lo più sono chiusi nel proprio orticello disciplinare in cerca della scoperta che consenta al singolo di fare carriera. Il quadro è reso più difficile dalla situazione dei giovani sempre più precari e quindi maggiormente “sotto schiaffo” se esprimono opinioni non gradite e dalla sopravvenuta apatia che caratterizza coloro che hanno raggiunto l’ordinariato. Tutto il contrario della parresia prima citata.

I cambiamenti (in negativo) dell’Università sono stati, in vario modo, propiziati dai professori che hanno contribuito alla loro stessa marginalizzazione perdendo in autorevolezza. Chi ricorda più che nel 2002 i Rettori delle Università italiana si dimisero in massa. L’episodio non spaventò nessuno. Forse perché tutti sapevano che non erano dimissioni vere. Un altro modo per perdere credibilità.

A volte penso che riflettere su questi temi sia inutile perché si è raggiunto un punto di non ritorno. Ma penso anche che non possiamo che continuare a riflettere sul ruolo delle Università. Il libro di De Martin è una buona occasione per farlo.

[i] Oltre a quelle indicate sopra, l’autore si sofferma anche sulla “sfida italiana”, ovvero su come tali sfide debbono essere declinate nel nostro paese.

[ii] In un libro del 2012 ho definito questo “svolta autoritaria”.

[iii] Cubelli, Pascuzzi, Zambelli, Giurare? Mai! Ma dimmi, per favore, come mi devo comportare, https://www.roars.it/online/giurare-mai-ma-dimmi-per-favore-come-devo-comportarmi/.

[iv] Vedi, ancora, Cubelli, Pascuzzi, Zambelli, Giurare? Mai! Ma dimmi, per favore, come mi devo comportare, https://www.roars.it/online/giurare-mai-ma-dimmi-per-favore-come-devo-comportarmi/, paragrafo 5.

[v] Delors, J. (a cura di), Nell’educazione un tesoro. Rapporto all’Unesco della Commissione internazionale sull’educazione per il 21° secolo, Roma, Armando, 1997. Versione inglese scaricabile all’indirizzo http://unesdoc.unesco.org/images/0010/001095/109590eo.pdf.

[vi] Per un approfondimento della tematica sia consentito rinviare ad altri miei scritti tra cui: L’insegnamento del diritto comparato nelle Università italiane e Giuristi si diventa (Bologna, 2013).

[vii] Vedi la recente vicenda relativa alla classificazione delle riviste: https://www.roars.it/online/per-valutarti-meglio-piccola-asn-anvur-liste-di-proscrizione-temporaneamente-ritirate-per-controlli/.

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