Giovanni Pascuzzi

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Recensioni

Il mondo di Sergio. Di Mauro Paissan

Il mondo di Sergio. Di Mauro Paissan.

 

mondo di sergio

 

Capita a volte che una famiglia venga investita da accadimenti così grandi che, a confronto, tutto il resto diventa dettaglio. E’ sufficiente la caduta da un motorino per provocare conseguenze invalidanti tremende, anche se più spesso l’equilibrio familiare è turbato da malattie che affliggono i bambini sin dalla nascita ovvero dai primissimi anni di vita. Il fardello già pesante di casi come quelli evocati viene spinto al limite della umana sopportabilità quando il soggetto bisognoso di cure si rivolge in maniera violenta contro coloro che amorevolmente si prendono cura di lui.

Una storia limite di questo tipo è raccontata da Mauro Paissan (giornalista, già deputato, attualmente componente dell’Autorità garante per la protezione dei dati personali) nel libro ‘Il mondo di Sergio’, Fazi editore.

Alle ore 20.30 del 13 giugno 2003, a Roma, Sergio Piscitello, 39 anni, viene ucciso con due colpi di pistola dal padre settantacinquenne, Salvatore. Tre anni dopo il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano concede la grazia al padre della vittima. Prima di quei due colpi di pistola, c'è stata un'intera famiglia prigioniera per quasi 40 anni di un figlio e del suo grave disturbo, l'autismo, spietato come pochi nell'imporsi su ogni piega della vita domestica e quotidiana. Sordomuto e autistico, chiuso a doppia mandata in un mondo tutto suo, Sergio esplode in frequenti quanto improvvisi accessi d'ira e violenza: calci e pugni al padre e alla madre Elvira, lancio di oggetti, autolesionismo. A provocare questi attacchi basta un televisore difettoso, qualche banale imprevisto che interferisca con la rigida, spietata routine che imprigiona il ragazzo, o con quella che è la sua unica grande passione: i film e la raccolta di videocassette.

Protagonista del libro è certamente la sofferenza di Sergio. In una struggente poesia così si esprime il padre: “Tutto ti è stato negato / anche l’affetto più puro e l’amore profondo, / solo, devi essere solo con il tuo dolore disperato / che non sai dire, che non puoi esternare / e non può trovare conforto…./ sei sordo e sei muto, il mondo / ti rigetta nel tuo silenzio angoscioso, / senza un lamento, solo, solo, solo!”.

Sofferenza di Sergio che si riverbera sulla famiglia :”Ormai ha preso lui il sopravvento, pretende l’assurdo e, dopo aver in un certo senso schiavizzato i familiari, determina uno stato di infelicità collettiva e di forte avvilimento che mina il clima familiare, già abbastanza provato”. A farne le spese anche la sorella, che appena può si sposa e va a vivere altrove. Dice la madre: “Due figli, ma Sergio aveva più bisogno di me. Questo ha creato sicuramente dei problemi con l’altra figlia”.

Protagonista del libro è anche la latitanza delle istituzioni. Con dovizia di circostanze è descritto lo scaricabarile tra le varie strutture che si dichiarano incompetenti a gestire le crisi di Sergio. L’epilogo della vicenda è l’epilogo della storia di una famiglia abbandonata a se stessa, che ha visto il proprio amore trasformarsi in dolore e la propria solitudine in tragedia.

Protagonista del libro è anche il rapporto tra padre e figlio che si compone di tanti tasselli significativi: la scelta del genitore, dopo l’omicidio, di dormire per sempre nel letto che era stato di Sergio; il non dichiarato senso di colpa per aver messo al mondo ‘un figlio così’; lo strazio dell’impotenza tutte le volte che Sergio, allontanatosi dall’abitazione, riusciva a comporre il numero di casa senza essere in grado di dire dove si trovasse così da rendere impossibile sapere dove andare per soccorrerlo.

Forse, però, la vera protagonista del libro è la rabbia. Quella buona. Quella che sublima il dolore verso obiettivi positivi. Perché, nonostante tutto, questo rapporto è durato 40 anni. Perché per 40 anni una famiglia si è ribellata in positivo alla cattiva sorte a dispetto della solitudine in cui è stata lasciata. Non va enfatizzato il gesto estremo, sconvolgente, di un padre che uccide un figlio. Vanno visti i valori che stanno dietro la scelta di costruire, anche in un caso limite, un minimo di equilibrio familiare intorno a un progetto enorme che fa tremare i polsi. Che sia così lo si capisce leggendo la chiusa di pagina 128: “Un interrogativo: si può davvero amare un figlio che usa violenza contro di te? Il padre :« Si, forse di più. Ti rendi conto che la malattia che ha dentro di sé ha bisogno del tuo aiuto». La madre: «Mi massacrava. Botte, morsi, capelli strappati. Ciononostante io ricomincerei da capo»”.

 (Recensione apparsa su "La Gazzetta del Mezzogiorno" del 15 aprile 2008).

 

 

 

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