Giovanni Pascuzzi

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Fascismo eterno (di Umberto Eco)

Fascismo eterno (di Umberto Eco)

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Nel 1995 Umberto Eco pronunciò un discorso alla Columbia University, da poco ripubblicato da “La nave di Teseo”[i].

Eco, dopo aver parlato di come egli visse (da ragazzino) la caduta del fascismo italiano, individua alcune delle caratteristiche del fascismo che tendono sempre a riproporsi. Lui lo chiamava “Ur-fascismo”. Le riassumo di seguito.

  1. 1. Culto della tradizione (conseguenza: non ci può essere avanzamento del sapere).
  2. 2. Rifiuto del modernismo.
  3. 3. Culto dell’azione per l'azione (la cultura è sospetta).
  4. 4. Inaccettabilità della critica (il disaccordo è tradimento).
  5. 5. Paura della differenza.
  6. 6. Appello alle classi medie frustrate.
  7. 7. Ossessione del complotto (possibilmente internazionale).
  8. 8. I nemici sono al tempo stesso troppo forti e troppo deboli.
  9. 9. Il pacifismo è collusione col nemico; il pacifismo è cattivo perché la vita è una guerra permanente.
  10. 10. Disprezzo per i deboli.
  11. 11. Ciascuno è educato per diventare un eroe.
  12. 12. Machismo.
  13. 13. Populismo qualitativo.
  14. 14. Uso di un lessico povero e di una sintassi elementare, al fine di limitare gli strumenti per il ragionamento complesso e critico (uso della Neo-lingua).

Sarebbe un errore applicare quel ragionamento in maniera automatica alla attuale situazione italiana. Il suo discorso aveva portata generale. Proprio in questa ultima prospettiva occorre guardare a quei 14 punti.

Eco concludeva il suo intervento alla Columbia con queste parole:

“L'Ur-Fascismo è ancora intorno a noi, talvolta in abiti civili. Sarebbe così confortevole, per noi, se qualcuno si affacciasse sulla scena del mondo e dicesse: "Voglio riaprire Auschwitz, voglio che le camicie nere sfilino ancora in parata sulle piazze italiane!" Ahimè, la vita non è così facile. L'Ur-Fascismo può ancora tornare sotto le spoglie più innocenti. Il nostro dovere è di smascherarlo e di puntare l'indice su ognuna delle sue nuove forme - ogni giorno, in ogni parte del mondo”.

La mia personale preoccupazione è che l’Ur-fascismo non sia “intorno” a noi. Ma “dentro”.

Alcuni dei 14 fenomeni riportati da Eco mi sembrano legati al modo di funzionare del nostro cervello. Di una parte del nostro cervello, per meglio dire (il Sistema 1, per citare Kahneman[ii]). Sono scorciatoie. Ma anche meccanismi adattivi. Un esempio: considerare il dissenso un tradimento è un modo di rinsaldare il gruppo, e per gli uomini primitivi stare in gruppo significava salvare la vita. Il rifiuto dell'innovazione dipende dalla cosiddetta "path dependency" e dalla tendenza a mantenere lo status quo. E così via.

Ho rivolto la domanda ad un mio collega, il Prof. Roberto Cubelli (Ordinario di Psicologia generale). Con il suo consenso riporto (in corsivo, di seguito) la sua mail di risposta che contiene considerazioni meditate e illuminanti che mi sembra importante condividere.

Umberto Eco ha elencato tutte le caratteristiche che descrivono ogni forma di fascismo. Anche se altre caratteristiche possono essere aggiunte per identificare specifiche esperienze storiche, queste 14 sono necessarie e sempre presenti. Prese singolarmente non appartengono solo al fascismo. Alcune sono tipiche di ogni forma di totalitarismo (inaccettabilità della critica, ossessione per il complotto, costruzione di una neolingua), altre si riscontrano nelle società preindustriali (culto della tradizione, rifiuto del dissenso come tradimento), altre sono presenti anche nelle moderne democrazie (paura della differenza). Quando coesistono tutte insieme, le 14 caratteristiche consentono di classificare un sistema politico come fascista, anche se questo ha assunto forme inedite e non riproduce i modelli e i comportamenti del passato. Da questo punto di vista, è corretto pensare al fascismo quando ci si riferisce alla cultura, al progetto e al linguaggio di Salvini e della Lega (e in parte del M5S). Chi, come Cacciari, nega la possibilità di un ritorno del fascismo, ha ragione se pensa a manganelli e olio di ricino, è miope (nella migliore delle ipotesi) se ritiene impensabile l'affermarsi di un nuovo regime che includa tutte quelle 14 proprietà.

 

Tu scrivi che il fascismo (l'Ur-fascismo) è dentro di noi. Se con questa espressione intendi dire che il fascismo è esperienza umana che nasce al nostro interno e coinvolge ognuno di noi, hai ragione (ma allora anche l'antifascismo è dentro di noi). Se invece pensi che il fascismo possa ridursi a (o essere spiegato mediante) fattori psico-biologici o tratti cognitivo-comportamentali, allora non sono d'accordo. C'è certamente una dimensione soggettiva ed emotiva da non sottovalutare, ma il fascismo è prima di tutto un fenomeno di carattere sociale, culturale e politico. Non è vero che "una parte di noi è naturalmente portata agli atteggiamenti "fascisti" e che solo la parte di noi evoluta (la cultura) è in grado di combatterli". Gli atteggiamenti fascisti non sono sempre naturali e primitivi, la cultura di per sé non è in grado di combattere il fascismo. Pensa al nazismo, che è nato nella società più evoluta del pianeta, e al fascismo italiano, che ha avuto il supporto incondizionato e partecipe di quasi tutta l'Università. La cultura sostiene il progresso, non previene, né combatte il fascismo.

 

E' di tutti noi la preferenza per chi ci è vicino e appartiene al nostro "gruppo" (famigliare, sociale, culturale, nazionale o etnico). Quando siamo informati di un evento tragico o di una catastrofe, la nostra reazione emotiva varia a seconda che tra le vittime sia presente o meno una persona che vive nel nostro paese o frequenta i nostri ambienti. Questa tendenza non è un segno implicito di discriminazione o di atteggiamento fascista. Io sono emotivamente legato alla strage della stazione di Bologna (82 morti). Quel giorno sono andato alla stazione dopo l'esplosione, ogni anno partecipo alla manifestazione commemorativa. Quella strage ha rappresentato un momento fondamentale nella mia vita e nella mia formazione, il ricordo ancora oggi genera in me dolore e rabbia. So che in questi anni, in Iraq e in altri paesi del Medio Oriente, quasi ogni giorno si sono registrati attentati con centinaia di vittime. La mia condanna è netta e ferma, ma il coinvolgimento affettivo è diverso. La distanza (non solo geografica) e la mancata esperienza (anche solo percettiva) attenuano i sentimenti e determinano una reazione quasi esclusivamente razionale. La preferenza per chi conosciamo o per chi ci somiglia non determina il fascismo, non è il fascismo dentro di noi. Bias, euristiche e stereotipi sono alla base dei nostri comportamenti, ma non sono e non spiegano il fascismo. Non credo sia giusto accusare di fascismo tutti noi (o alcuni di noi) per la presenza di sentimenti, pregiudizi e preferenze che non controlliamo e di cui spesso non siamo consapevoli. Il fascismo è un fenomeno collettivo, è progetto politico: l'esatto contrario dell'esperienza soggettiva e del vissuto individuale. 

 

In un recente libro, Francesco Piccolo ha parlato dell'animale che si porta dentro; negli anni settanta le femministe denunciavano il maschilismo dei loro compagni: il conflitto asimmetrico dovuto alla differenza sessuale non può essere considerato la premessa inevitabile del machismo teorizzato e praticato dal fascismo. Tutti gli uomini sono potenzialmente fascisti perché incapaci a comprendere le donne e il loro punto di vista? Non credo. Si è fascisti quando atteggiamenti e sentimenti (così come i comportamenti violenti) sono apertamente giustificati, teorizzati e propagandati come progetto di società e di governo. Quando dal sentimento da conoscere e controllare si passa al programma da realizzare e esibire con compiacimento.

L'idea che i pregiudizi e i bias individuali siano alla base del fascismo e che quasi tutte le persone siano implicitamente razziste è stata sostenuta da molti psicologi a partire dagli anni novanta. Di recente una studiosa ha scritto "Nei vari studi si osserva ripetutamente come gli europei-americani (ingroup) siano influenzati da atteggiamenti e stereotipi negativi nei confronti degli afroamericani (outgroup), in agguato anche nella percezione che gli uomini hanno delle donne o che i giovani hanno degli anziani, per fare solo alcuni esempi. I pregiudizi che ne derivano emergono già dopo alcune decine di millisecondi e non raggiungono il livello della consapevolezza, cioè le persone non sanno (o non ammettono consapevolmente) di provarli. Quando agli europei-americani viene chiesto di valutare direttamente gli ‘afroamericani’, essi affermano esplicitamente di non avere pregiudizi nei confronti di questi ultimi; quando invece vengono adottate misure implicite dell’associazione tra concetti quali ‘bianco’ e ‘nero’ e attributi quali ‘buono’ e ‘cattivo’, gli europei-americani risultano in realtà prevenuti nei confronti degli afroamericani". Gli studi cui si fa riferimento utilizzano l'Implicit Association Test, una procedura che mette in evidenza l'esistenza di meccanismi associativi che a livello implicito e automatico possono influenzare i giudizi. Tuttavia se le persone mostrano una forte associazione tra le parole nero e cattivo, questo non significa che siano - anche se implicitamente - razziste. L'associazione è a livello semantico lessicale e non implica alcun orientamento politico o giudizio di valore. La connotazione negativa della parola nero non è sempre correlata al colore della pelle: per esempio, può riferirsi alla paura del buio o agli abiti dei banditi. Nel linguaggio ordinario diciamo "sono uscito da un periodo nero", "sono nero dalla rabbia", "mi ha fatto nero". Sono espressioni che hanno significato diverso e che non rivelano razzismo. 

 

In sintesi, non credo che si possano mescolare il piano psicologico individuale (ciò che è dentro di noi) con il piano sociale e culturale (ciò che è intorno a noi). Il fascismo è prima di tutto una scelta condivisa, un comportamento pubblico esplicito. Che sia un fatto culturale e non psicologico è dimostrato dall'antisemitismo (religioso, scientifico o politico, che sia). Gli antisemiti odiano un ebreo "astratto", che non esiste e non conoscono: Le azioni di chi ha pianificato e praticato lo sterminio non erano giustificate da bias e tendenze "naturali" o atteggiamenti psicologici. Non c'era un elemento che rendesse l'ebreo riconoscibile o identificabile come diverso: gli ebrei sono stati discriminati, rastrellati, uccisi, indipendentemente da caratteristiche relative a corpo (non differivano per colore della pelle e altri tratti somatici), religione (molti erano atei), pericolosità (tra le vittime anche neonati e invalidi), denaro e potere (la maggioranza era povera e ai margini della società), linguaggio (molti erano connazionali e residenti da generazioni), costumi e morale (i codici comportamentali in genere erano gli stessi).

 

La psicologia non consente di spiegare il fascismo; può aiutare a comprendere il suo propagarsi, ma non la sua nascita, può aiutare a studiare la dimensione del consenso ma non lo sviluppo dei suoi contenuti. Parlare di fascismo dentro di noi (di tutti noi) non aiuta nessuno: colpevolizza chi fascista non è, gratifica chi rivendica di esserlo.

 

[i] A questo link è possibile trovare la versione originale inglese del saggio di Umberto Eco. https://www.nybooks.com/articles/1995/06/22/ur-fascism/.

A questo indirizzo ho trovato una traduzione in italiano:  http://www.unmarzianoaroma.it/documenti/Ur_fascismo.pdf

[ii] Kahneman D., Pensieri lenti e veloci, Milano, 2013, p. 25.

 

 

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