Giovanni Pascuzzi

Tracce digitali di GIOVANNI PASCUZZI

Recensioni

Enzo Bianchi. La vita e i giorni. Sulla vecchiaia

enzo bianchi

 

Enzo Bianchi ha fondato la Comunità Monastica di Bose (https://www.monasterodibose.it/) di cui è stato Priore fino al 2017.

Ho avuto la fortuna di ascoltarlo di persona, a Trento, in un paio di occasioni. Ogni volta ne sono uscito arricchito: per la profondità di pensiero unita alla semplicità e alla pacatezza dell’eloquio. Così ho acquistato e letto molti dei suoi libri. In questi giorni anche l’ultimo, dal titolo “La vita e i giorni. Sulla vecchiaia” (Il Mulino).

Tema non semplice, la vecchiaia, spesso rimosso. Ma Enzo Bianchi, ancora una volta, ci porta per mano e ci aiuta a misurarci con questa terra sconosciuta nella quale ci inoltriamo lentamente, svelando la ricetta per poter “aggiungere vita ai giorni e non giorni alla vita”.

Bianchi racconta le paure (le malattie invalidanti, l’abbandono, la sofferenza, la malattia mentale) e i segni dell’invecchiare (i capelli grigi, le rughe, l’affievolirsi dell’udito e della vista, la perdita delle forze, la perdita degli amici e degli affetti). Ma racconta anche come si possono vivere a questa età la natura, la cucina e la sessualità nonché l’importanza della lettura e della scrittura, così come dell’ascolto e della visione.

Per Enzo Bianchi la vecchiaia è il tempo per piantare alberi per chi verrà. Una metafora, perché “trasmettere è la sola maniera di essere fedeli a ciò che si è ricevuto” (p. 12).

Nell’ultimo capitolo riproduce il diario della propria vecchiaia. Così possiamo capire in concreto cosa abbia significato per lui “Prepararsi” alla vecchiaia (p. 57 ss.) e imparare a “Lasciare la presa” (p. 69 e ss.); ovvero arrendersi all’idea che alcune cose possono restare incompiute.

Bianchi ha lasciato da qualche tempo la guida della Comunità che ha fondato: “Giunta per me la vecchiaia e una maggiore stanchezza, ho sentito il desiderio di lasciare la presa, soprattutto di lasciare che le generazioni successive alla mia continuassero con un nuovo soffio un’opera che sarà sempre incompiuta. Lasciare la presa è porre una distanza tra sé e alcune responsabilità, ma non è abbandonare la vita, anzi è accettare la vita!” (p. 133).

Enzo Bianchi è, ovviamente, credente. E (dopo aver spiegato le ragioni che lo hanno portato a redigere il proprio testamento biologico o dichiarazione anticipata di trattamento: p. 130) dedica le pagine finali ad esprimere la propria speranza: la speranza nell’eternità, ovvero della vita che vince sulla morte. E per farlo sceglie dei versi del poeta francese Arthur Rimbaud (cui, neanche a farlo a posta, ho dedicato un post qualche giorno fa). Il libro, infatti, si chiude con i versi della poesia intitolata “L’éternité”:

Elle est retrouvée / Quoi ? — L'Éternité. / C'est la mer allée / Avec le soleil

 

Ancora una volta Enzo Bianchi ha scritto un bel libro.

 

 

 

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