Giovanni Pascuzzi

Tracce digitali di GIOVANNI PASCUZZI

Ho imparato. Di Enrico Letta

Ho imparato. Enrico Letta (Mulino 2019)

Recensione apparsa su Sussidiario.net del 13 febbraio 2019.

 

copertina letta“Quando soffia impetuoso il vento del cambiamento c’è chi alza muri e chi, guardando avanti, costruisce mulini a vento”. Questa frase, riportata sulla quarta di copertina, ben sintetizza il libro di Enrico Letta “Ho imparato. In viaggio con i giovani sognando un’Italia mondiale” (Il Mulino 2019).

Quasi a richiamare due noti lavori di Max Weber (“La politica come professione” e “Il lavoro intellettuale come professione”) in Letta (classe 1966) giungono a sintesi due esperienze molto importanti. Quella politica: è stato un importante esponente del Partito democratico e Presidente del Consiglio per quasi un anno tra l’aprile del 2013 (succedendo a Monti) e il febbraio 2014 (lasciando la carica a Matteo Renzi). E quella intellettuale: si è dimesso da parlamentare nel 2015 per dedicarsi alla docenza universitaria; attualmente dirige la Scuola di Affari Internazionali dell’Università Sciences Po di Parigi.

Il lettore troverà di sicuro interesse il libro perché offre uno spaccato dei problemi che caratterizzano il nostro tempo: dall’emergenza ambientale all’ascesa di Trump; dall’incremento demografico ai fenomeni migratori; dal fallimento delle èlite al ruolo delle imprese italiane nel mondo. Per ognuno di essi l’analisi del passato recente viene considerata la premessa per comprendere il presente al fine di proporre delle ricette utili a sciogliere i nodi alla luce di una visione d’insieme.

Ma, nel complesso, dal volume emerge passione filtrata da un metodo. La prima è quella politica. Il secondo è quello proprio del professore.

Letta prende posizione alla luce di precise impostazioni politiche: lo fa, ad esempio quando difende convintamente l’ideale europeo. Nel quarto capitolo (“Ma l’Europa che ci sta a fare”) si sofferma sullo sport nazionale che ormai è diventato l’addossare all’Europa le colpe di tutto ciò che va male. L’autore sottolinea che si tratta di un atteggiamento sbagliato, che accredita affermazioni non vere. E ricorda, all’opposto, che siamo in Europa perché abbiamo valori comuni; e che in Europa, molto più che in altre parti del mondo, sono tutelati principi come il welfare, la parità uomo-donna, la difesa dell’ambiente e così via.

La passione politica emerge anche quando ricorda alcuni mali che ci affliggono. Il terzo capitolo (“Il fallimento delle elite”) è una critica feroce e veritiera delle classi dirigenti che si sono spogliate delle proprie responsabilità nei confronti della società e hanno pensato solo a perpetuare se stesse. Letta cita ad esempio la debolezza della classe dirigente inglese che sta gestendo la Brexit, ma anche le ultime leggi elettorali italiane (dal “Porcellum” all’”Italicum) che non consentono di selezionare parlamentari all’altezza del ruolo ma servono solo a mantenere al potere i gruppi dirigenti.

L’altro aspetto, si diceva, è quello metodologico. Può essere sintetizzato così: occorre comprendere i problemi (il che significa studiarli a fondo anche nelle loro connessioni), immaginare degli obiettivi (che vengono dalla visione politica), suggerire delle azioni concrete da attuare per raggiungerli.

Nelle pagine sulla crisi migratoria, all’analisi dedicata ai leader che speculano sulla paura solo a fini elettorali segue un elenco delle misure da prendere: ad esempio, aprire i canali di accesso legale. Nel capitolo che si occupa di istruzione dopo aver chiarito che nuova missione della scuola deve essere “insegnarci a pensare a ciò che non sappiamo (ancora) di non sapere” ci si sofferma su come innovare la didattica e su misure che andrebbero prese come la riduzione a 4 anni della scuola superiore e l’innalzamento a 16 anni dell’obbligo scolastico. Ricette vengono indicate anche per promuovere la presenza delle imprese italiane nel mondo: significativa la dichiarata simpatia verso forme di compartecipazione dei lavoratori alle scelte dei vertici aziendali.

Secondo Letta il ruolo della politica è quello di trovare e raggiungere un equilibrio tra competenza e rappresentanza (p. 51). Il problema diventa quello di formare politici all’altezza. La sua ricetta è duplice: a) nuovi meccanismi di selezione che restituiscano ai cittadini il potere di scegliere la propria rappresentanza; b) creare luoghi di formazione (e su questo lui è impegnato in prima persona).

Mi pare sia una dimostrazione ulteriore di quanto detto sin qui: per incidere sulla realtà occorre passione unita ad una competenza che matura grazie ad uno studio rigoroso dei fenomeni.

Letta ci dice già dal titolo del libro: “Ho imparato”. Si può non essere del tutto d’accordo con le sue analisi e con le sue ricette. Ma nel libro egli ci insegna, con il garbo che lo contraddistingue, un approccio raro e prezioso: allo studio e alla politica.

 

 

 

 

La questione morale (di Enrico Berlinguer)

La questione morale (di Enrico Berlinguer)

berlinguer questione moraleIl 28 luglio 1981, Enrico Berlinguer rilasciò a La Repubblica una lunga intervista dal titolo “Dove va il PCI?”.

Buona parte dell’intervista venne dedicata alla “Questione morale”. Ed infatti con quel nome viene ricordata. L’intervista è stata ripubblicata in un libricino edito da Imprimatur (ma il testo si può reperire sul sito www.enricoberlinguer.it).

Per punti, il pensiero di Berlinguer può essere così sintetizzato.

1) I partiti (era il 1981) hanno degenerato e questa è l’origine dei malanni d’Italia.

2) I partiti di oggi (era il 1981) sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello, e non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l’iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un “boss” e dei “sotto-boss”.

3) I partiti (era il 1981) hanno occupato lo Stato e le istituzioni, a cominciare dal governo.

4) Molti italiani (era il 1981) si accorgono benissimo del mercimonio che si fa dello Stato, delle sopraffazioni, dei favoritismi, delle discriminazioni. Ma gran parte di loro è sotto ricatto. Hanno ricevuto vantaggi (magari dovuti, ma ottenuti solo attraverso i canali dei partiti e delle loro correnti) o sperano di riceverne, o temono di non riceverne più.

Enrico Berlinguer sosteneva però che il PCI era diverso. Per tre ragioni:

  1. a) Il PCI vuole (voleva nel 1981) che i partiti cessino di occupare lo Stato.
  2. b) Il PCI vuole (voleva nel 1981) combattere e distruggere il privilegio ovunque si annidi, che i poveri e gli emarginati, gli svantaggiati, vadano difesi, e gli vada data voce e possibilità concreta di contare nelle decisioni e di cambiare le proprie condizioni, che certi bisogni sociali e umani oggi ignorati vadano soddisfatti con priorità rispetto ad altri, che la professionalità e il merito vadano premiati, che la partecipazione di ogni cittadino e di ogni cittadina alla cosa pubblica debba essere assicurata.
  3. c) Il PCI vuole (voleva nel 1981) discutere in qual modo superare il capitalismo inteso come meccanismo, come sistema, giacché esso, oggi, sta creando masse crescenti di disoccupati, di inoccupati, di emarginati, di sfruttati. Sta qui, al fondo, la causa non solo dell’attuale crisi economica, ma di fenomeni di barbarie, del diffondersi della droga, del rifiuto del lavoro, della sfiducia, della noia, della disperazione.

Berlinguer sosteneva che la questione morale non si esaurisce nell’identificare e condannare i corrotti. Diceva testualmente: “La questione morale, nell’Italia d’oggi, fa tutt’uno con l’occupazione dello stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt’uno con la guerra per bande, fa tutt’uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di costoro, che vanno semplicemente abbandonati e superati. Ecco perché dico che la questione morale è il centro del problema italiano. Ecco perché gli altri partiti possono provare d’essere forze di serio rinnovamento soltanto se aggrediscono in pieno la questione morale andando alle sue cause politiche”.

Quasi quarant’anni dopo, cosa è cambiato da quella intervista?

Certamente non esiste più il PCI, come partito.

Non esiste un partito che possa rivendicare una “diversità”, come descritta da Berlinguer.

Non è più condiviso da molti il desiderio di costruire una società più giusta, e non assuma a valore la lotta per il benessere personale a prescindere dalla sorte degli altri. Si fa fatica a credere che non esista un partito che ponga al centro della propria esistenza le "masse crescenti di disoccupati, di inoccupati, di emarginati, di sfruttati" (che esistono, in gran numero, specie tra i giovani).

Ma è attuale l’analisi che cerca le cause dei “fenomeni di barbarie, del diffondersi della droga, del rifiuto del lavoro, della sfiducia, della noia, della disperazione”.

Attuale è anche l’analisi impietosa dei partiti.

Berlinguer, nel 1981, parlava di entità come il PCI, il PSI, la DC, il PSDI, il PRI, il PLI. Entità che non esistono più (se non nella forma, in qualche caso: i simboli elettorali hanno valore economico; nella sostanza e nella rilevanza politica).

Ma i partiti che sono venuti dopo non sono migliori di quelli che li hanno preceduti. Ed anche i movimenti che rivendicano di non essere partito per non condividerne i difetti stentano ad essere credibili sul piano della diversità.

La questione morale resta centrale. Essa riguarda la forma stessa dei partiti, il metodo di governo e la concezione della politica (non passione civile e grandi ideali, ma tutela dell’interesse spicciolo se non losco).

E per affrontarla occorre partire dal dato che Berlinguer sottolineava: gran parte degli italiani fa parte del “sistema immorale”. Ha ricevuto vantaggi dalla politica o spera di riceverne.

Da questo occorre partire: dal non confondere il diritto con il favore. Oggi come quaranta anni fa.

 

 

Fascismo eterno (di Umberto Eco)

Fascismo eterno (di Umberto Eco)

eco copertina

 

Nel 1995 Umberto Eco pronunciò un discorso alla Columbia University, da poco ripubblicato da “La nave di Teseo”[i].

Eco, dopo aver parlato di come egli visse (da ragazzino) la caduta del fascismo italiano, individua alcune delle caratteristiche del fascismo che tendono sempre a riproporsi. Lui lo chiamava “Ur-fascismo”. Le riassumo di seguito.

  1. 1. Culto della tradizione (conseguenza: non ci può essere avanzamento del sapere).
  2. 2. Rifiuto del modernismo.
  3. 3. Culto dell’azione per l'azione (la cultura è sospetta).
  4. 4. Inaccettabilità della critica (il disaccordo è tradimento).
  5. 5. Paura della differenza.
  6. 6. Appello alle classi medie frustrate.
  7. 7. Ossessione del complotto (possibilmente internazionale).
  8. 8. I nemici sono al tempo stesso troppo forti e troppo deboli.
  9. 9. Il pacifismo è collusione col nemico; il pacifismo è cattivo perché la vita è una guerra permanente.
  10. 10. Disprezzo per i deboli.
  11. 11. Ciascuno è educato per diventare un eroe.
  12. 12. Machismo.
  13. 13. Populismo qualitativo.
  14. 14. Uso di un lessico povero e di una sintassi elementare, al fine di limitare gli strumenti per il ragionamento complesso e critico (uso della Neo-lingua).

Sarebbe un errore applicare quel ragionamento in maniera automatica alla attuale situazione italiana. Il suo discorso aveva portata generale. Proprio in questa ultima prospettiva occorre guardare a quei 14 punti.

Eco concludeva il suo intervento alla Columbia con queste parole:

“L'Ur-Fascismo è ancora intorno a noi, talvolta in abiti civili. Sarebbe così confortevole, per noi, se qualcuno si affacciasse sulla scena del mondo e dicesse: "Voglio riaprire Auschwitz, voglio che le camicie nere sfilino ancora in parata sulle piazze italiane!" Ahimè, la vita non è così facile. L'Ur-Fascismo può ancora tornare sotto le spoglie più innocenti. Il nostro dovere è di smascherarlo e di puntare l'indice su ognuna delle sue nuove forme - ogni giorno, in ogni parte del mondo”.

La mia personale preoccupazione è che l’Ur-fascismo non sia “intorno” a noi. Ma “dentro”.

Alcuni dei 14 fenomeni riportati da Eco mi sembrano legati al modo di funzionare del nostro cervello. Di una parte del nostro cervello, per meglio dire (il Sistema 1, per citare Kahneman[ii]). Sono scorciatoie. Ma anche meccanismi adattivi. Un esempio: considerare il dissenso un tradimento è un modo di rinsaldare il gruppo, e per gli uomini primitivi stare in gruppo significava salvare la vita. Il rifiuto dell'innovazione dipende dalla cosiddetta "path dependency" e dalla tendenza a mantenere lo status quo. E così via.

Ho rivolto la domanda ad un mio collega, il Prof. Roberto Cubelli (Ordinario di Psicologia generale). Con il suo consenso riporto (in corsivo, di seguito) la sua mail di risposta che contiene considerazioni meditate e illuminanti che mi sembra importante condividere.

Umberto Eco ha elencato tutte le caratteristiche che descrivono ogni forma di fascismo. Anche se altre caratteristiche possono essere aggiunte per identificare specifiche esperienze storiche, queste 14 sono necessarie e sempre presenti. Prese singolarmente non appartengono solo al fascismo. Alcune sono tipiche di ogni forma di totalitarismo (inaccettabilità della critica, ossessione per il complotto, costruzione di una neolingua), altre si riscontrano nelle società preindustriali (culto della tradizione, rifiuto del dissenso come tradimento), altre sono presenti anche nelle moderne democrazie (paura della differenza). Quando coesistono tutte insieme, le 14 caratteristiche consentono di classificare un sistema politico come fascista, anche se questo ha assunto forme inedite e non riproduce i modelli e i comportamenti del passato. Da questo punto di vista, è corretto pensare al fascismo quando ci si riferisce alla cultura, al progetto e al linguaggio di Salvini e della Lega (e in parte del M5S). Chi, come Cacciari, nega la possibilità di un ritorno del fascismo, ha ragione se pensa a manganelli e olio di ricino, è miope (nella migliore delle ipotesi) se ritiene impensabile l'affermarsi di un nuovo regime che includa tutte quelle 14 proprietà.

 

Tu scrivi che il fascismo (l'Ur-fascismo) è dentro di noi. Se con questa espressione intendi dire che il fascismo è esperienza umana che nasce al nostro interno e coinvolge ognuno di noi, hai ragione (ma allora anche l'antifascismo è dentro di noi). Se invece pensi che il fascismo possa ridursi a (o essere spiegato mediante) fattori psico-biologici o tratti cognitivo-comportamentali, allora non sono d'accordo. C'è certamente una dimensione soggettiva ed emotiva da non sottovalutare, ma il fascismo è prima di tutto un fenomeno di carattere sociale, culturale e politico. Non è vero che "una parte di noi è naturalmente portata agli atteggiamenti "fascisti" e che solo la parte di noi evoluta (la cultura) è in grado di combatterli". Gli atteggiamenti fascisti non sono sempre naturali e primitivi, la cultura di per sé non è in grado di combattere il fascismo. Pensa al nazismo, che è nato nella società più evoluta del pianeta, e al fascismo italiano, che ha avuto il supporto incondizionato e partecipe di quasi tutta l'Università. La cultura sostiene il progresso, non previene, né combatte il fascismo.

 

E' di tutti noi la preferenza per chi ci è vicino e appartiene al nostro "gruppo" (famigliare, sociale, culturale, nazionale o etnico). Quando siamo informati di un evento tragico o di una catastrofe, la nostra reazione emotiva varia a seconda che tra le vittime sia presente o meno una persona che vive nel nostro paese o frequenta i nostri ambienti. Questa tendenza non è un segno implicito di discriminazione o di atteggiamento fascista. Io sono emotivamente legato alla strage della stazione di Bologna (82 morti). Quel giorno sono andato alla stazione dopo l'esplosione, ogni anno partecipo alla manifestazione commemorativa. Quella strage ha rappresentato un momento fondamentale nella mia vita e nella mia formazione, il ricordo ancora oggi genera in me dolore e rabbia. So che in questi anni, in Iraq e in altri paesi del Medio Oriente, quasi ogni giorno si sono registrati attentati con centinaia di vittime. La mia condanna è netta e ferma, ma il coinvolgimento affettivo è diverso. La distanza (non solo geografica) e la mancata esperienza (anche solo percettiva) attenuano i sentimenti e determinano una reazione quasi esclusivamente razionale. La preferenza per chi conosciamo o per chi ci somiglia non determina il fascismo, non è il fascismo dentro di noi. Bias, euristiche e stereotipi sono alla base dei nostri comportamenti, ma non sono e non spiegano il fascismo. Non credo sia giusto accusare di fascismo tutti noi (o alcuni di noi) per la presenza di sentimenti, pregiudizi e preferenze che non controlliamo e di cui spesso non siamo consapevoli. Il fascismo è un fenomeno collettivo, è progetto politico: l'esatto contrario dell'esperienza soggettiva e del vissuto individuale. 

 

In un recente libro, Francesco Piccolo ha parlato dell'animale che si porta dentro; negli anni settanta le femministe denunciavano il maschilismo dei loro compagni: il conflitto asimmetrico dovuto alla differenza sessuale non può essere considerato la premessa inevitabile del machismo teorizzato e praticato dal fascismo. Tutti gli uomini sono potenzialmente fascisti perché incapaci a comprendere le donne e il loro punto di vista? Non credo. Si è fascisti quando atteggiamenti e sentimenti (così come i comportamenti violenti) sono apertamente giustificati, teorizzati e propagandati come progetto di società e di governo. Quando dal sentimento da conoscere e controllare si passa al programma da realizzare e esibire con compiacimento.

L'idea che i pregiudizi e i bias individuali siano alla base del fascismo e che quasi tutte le persone siano implicitamente razziste è stata sostenuta da molti psicologi a partire dagli anni novanta. Di recente una studiosa ha scritto "Nei vari studi si osserva ripetutamente come gli europei-americani (ingroup) siano influenzati da atteggiamenti e stereotipi negativi nei confronti degli afroamericani (outgroup), in agguato anche nella percezione che gli uomini hanno delle donne o che i giovani hanno degli anziani, per fare solo alcuni esempi. I pregiudizi che ne derivano emergono già dopo alcune decine di millisecondi e non raggiungono il livello della consapevolezza, cioè le persone non sanno (o non ammettono consapevolmente) di provarli. Quando agli europei-americani viene chiesto di valutare direttamente gli ‘afroamericani’, essi affermano esplicitamente di non avere pregiudizi nei confronti di questi ultimi; quando invece vengono adottate misure implicite dell’associazione tra concetti quali ‘bianco’ e ‘nero’ e attributi quali ‘buono’ e ‘cattivo’, gli europei-americani risultano in realtà prevenuti nei confronti degli afroamericani". Gli studi cui si fa riferimento utilizzano l'Implicit Association Test, una procedura che mette in evidenza l'esistenza di meccanismi associativi che a livello implicito e automatico possono influenzare i giudizi. Tuttavia se le persone mostrano una forte associazione tra le parole nero e cattivo, questo non significa che siano - anche se implicitamente - razziste. L'associazione è a livello semantico lessicale e non implica alcun orientamento politico o giudizio di valore. La connotazione negativa della parola nero non è sempre correlata al colore della pelle: per esempio, può riferirsi alla paura del buio o agli abiti dei banditi. Nel linguaggio ordinario diciamo "sono uscito da un periodo nero", "sono nero dalla rabbia", "mi ha fatto nero". Sono espressioni che hanno significato diverso e che non rivelano razzismo. 

 

In sintesi, non credo che si possano mescolare il piano psicologico individuale (ciò che è dentro di noi) con il piano sociale e culturale (ciò che è intorno a noi). Il fascismo è prima di tutto una scelta condivisa, un comportamento pubblico esplicito. Che sia un fatto culturale e non psicologico è dimostrato dall'antisemitismo (religioso, scientifico o politico, che sia). Gli antisemiti odiano un ebreo "astratto", che non esiste e non conoscono: Le azioni di chi ha pianificato e praticato lo sterminio non erano giustificate da bias e tendenze "naturali" o atteggiamenti psicologici. Non c'era un elemento che rendesse l'ebreo riconoscibile o identificabile come diverso: gli ebrei sono stati discriminati, rastrellati, uccisi, indipendentemente da caratteristiche relative a corpo (non differivano per colore della pelle e altri tratti somatici), religione (molti erano atei), pericolosità (tra le vittime anche neonati e invalidi), denaro e potere (la maggioranza era povera e ai margini della società), linguaggio (molti erano connazionali e residenti da generazioni), costumi e morale (i codici comportamentali in genere erano gli stessi).

 

La psicologia non consente di spiegare il fascismo; può aiutare a comprendere il suo propagarsi, ma non la sua nascita, può aiutare a studiare la dimensione del consenso ma non lo sviluppo dei suoi contenuti. Parlare di fascismo dentro di noi (di tutti noi) non aiuta nessuno: colpevolizza chi fascista non è, gratifica chi rivendica di esserlo.

 

[i] A questo link è possibile trovare la versione originale inglese del saggio di Umberto Eco. https://www.nybooks.com/articles/1995/06/22/ur-fascism/.

A questo indirizzo ho trovato una traduzione in italiano:  http://www.unmarzianoaroma.it/documenti/Ur_fascismo.pdf

[ii] Kahneman D., Pensieri lenti e veloci, Milano, 2013, p. 25.

 

 

Molti inconsci per un cervello (di Paolo Legrenzi e Carlo Umiltà)

 

Molti inconsci per un cervello

legrenzi umiltaNel libro “Molti inconsci per un cervello. Perché crediamo di sapere quello che non sappiamo” (Mulino 2018) Paolo Legrenzi e Carlo Umiltà si propongono di indagare i rapporti tra la vita mentale conscia e quella inconscia.

Tutti abbiamo sentito parlare dell’inconscio in senso freudiano. Ma quest’ultimo non è l’unico inconscio rilevante. Ben più importante è l’inconscio cognitivo cui si è aggiunto, negli ultimissimi tempi, l’inconscio artificiale.

Il quadro definitorio e concettuale delineato dagli autori può essere così sintetizzato.

1) Cos’è la coscienza. Legrenzi e Umiltà tracciano innanzitutto una “storia naturale della coscienza” per soffermarsi sui diversi criteri adottati per definire il momento in cui essa è apparsa nella parabola dell’umanità. Secondo un primo criterio, si ha coscienza quando si è capaci di costruire strumenti che servono a costruire altri strumenti (perché questo richiede una certa forma di consapevolezza di uno scopo non immediato e visibile solo con gli occhi della mente) (p. 28) . Un diverso criterio, invece, (ritenuto preferibile) lega la coscienza alla capacità di autorappresentazione resa possibile dalla costruzione di un modello mentale che descrive noi stessi (p. 32).

2) Coscienza dell’inconscio. Esistono contenuti della mente (ovvero: rappresentazioni e processi) dei quali non abbiamo esperienza. Usando un gioco di parole possiamo dire che siamo consci dell’esistenza di contenuti mentali di cui non siamo consci. L’inconscio freudiano (a) è rappresentato da contenuti sepolti nella nostra mente che alcuni esperti possono aiutare a portare alla coscienza. Cosa diversa è l’inconscio cognitivo (b): gli esseri umani si sono evoluti in modo da produrre pensieri veloci, decisioni intuitive, azioni immediate, emozioni automatiche (si vedano gli studi di Kaheman[i] sulla distinzione tra pensieri lenti e pensieri veloci; e gli scritti di economia comportamentale che fanno leva proprio su queste caratteristiche della mente per costruire i nudges, ovvero “le spinte gentili”[ii]). L’inconscio artificiale (c) si è sviluppato negli ultimi anni grazie agli algoritmi e alla rete: esso ci ingabbia nel nostro passato di consumatori e continua a riproporci i nostri gusti e atteggiamenti consolidati dalle scelte e dai modi di vita del passato (p. 189).

3) Come funziona l’inconscio cognitivo. Legrenzi e Umiltà descrivono alcuni degli esperimenti che sono stati condotti per dimostrare scientificamente l’esistenza dell’inconscio cognitivo (es.: repetition priming e semantic priming). Ma gli studi  dimostrano anche un’altra cosa (Libet e altri[iii]): il cervello decide prima che ci sia coscienza della decisione presa. In particolare, grazie alla risonanza magnetica funzionale ci si è accorti che le aree del cervello deputate ai processi decisionali si attivano ben prima del momento in cui il soggetto riferisce di essere conscio di avere preso una certa decisione. Tali evidenze mettono in dubbio l’esistenza del “libero arbitrio”. E sul piano giuridico rendono necessario rimeditare il concetto di “imputabilità”.

4) A cosa serve la coscienza? Se è vero che molte funzioni mentali si svolgono fuori dal controllo conscio, ci si può chiedere quale sia il ruolo della coscienza. Secondo gli autori la coscienza controlla e inibisce. Più specificamente la coscienza abilita i processi di controllo.

5) Ci si può fidare dell’inconscio cognitivo? L’inconscio cognitivo si è formato nel corso della nostra evoluzione quando gli scenari esistenziali richiedevano rapidità di decisione ai fini della stessa sopravvivenza. Secondo Kahneman gli esseri umani posseggono due sistemi mentali: il Sistema 1 che opera in fretta e automaticamente, con poco o nessuno sforzo e nessun senso di controllo volontario; e il Sistema 2 che indirizza l’attenzione verso le attività mentali impegnative che richiedono focalizzazione, come i calcoli complessi. Le operazioni del sistema 2 sono molto spesso associate all’esperienza soggettiva dell’azione, della scelta e della concentrazione[iv]. Il Sistema 1 agisce attraverso le euristiche, sistemi di decisione semplificati[v]. Il fatto è che le euristiche ci portano talvolta fuori strada (ma per una visione più ottimistica delle euristiche o “regole del pollice” v. Gigerenzer[vi]). Dopo aver ricordato questo filone di ricerche, Legrenzi e Umiltà ricordano alcuni limiti dell’inconscio cognitivo. Ad esempio la cosiddetta “illusione della conoscenza” ovvero “l’effetto Dunning-Kruger”. Questi due studiosi della Cornell University hanno dimostrato sperimentalmente che chi è scarso in prove linguistiche, logiche o di altro tipo tende a sovrastimare le proprie capacità, mentre questo non capita ai migliori (p. 124)[vii]. "Le conoscenze richieste per fare bene una cosa sono le stesse necessarie per rendersi conto di non saperla fare". Gli autori del libro ricordano il lavoro di due studiosi che hanno analizzato in dettaglio le microfondazioni del “populismo” e cioè i corto circuiti tra l’inevitabile incompetenza del votante e l’evitabile impreparazione del votato. Specialmente quando una questione preoccupa e ci rende ansiosi, preferiamo affrontare i problemi sfrondandoli, stando attenti a pochi dettagli, vedendo gli alberi ma non la foresta (p. 132)[viii].

6) Inconscio cognitivo, scelte etiche e libero arbitrio. Il rapporto tra attività conscia e attività inconscia non funziona molto bene nel campo delle scelte etiche. Da una parte ci diamo dei criteri morali che dovrebbero guidare le nostre azioni. Dall’altro non siamo conseguenti negli scenari particolari quando siamo influenzati da determinati contesti. Il fatto è che spesso non ce ne rendiamo conto. Ed ignorando l’azione dell’inconscio cognitivo siamo portati a pensare che le nostre azioni siano libere da condizionamenti, mentre così non è.

7) Le 7 trappole dell’inconscio cognitivo. Legrenzi e Umiltà concludono il loro volume elencando le principali trappole che l’inconscio cognitivo prepara alla coscienza (che tenta, a volte inutilmente, di difendersi). Esse sono:

  1. a) La trappola delle descrizioni unilaterali e della focalizzazione. Siamo inconsciamente influenzati dai diversi modi di descrivere le stesse cose (le persone si sentono rassicurate se gli si dice, in caso di intervento chirurgico, “il 90% sopravvive” e non “il 10% muore”, anche se il contenuto informativo non cambia).
  2. b) La trappola della paura degli eventi e i pericoli oggettivi. Le paure sono alimentate dalla frequenza con cui i media parlano di certi problemi. Ma non è detto che un pericolo percepito sia oggettivamente tale sulla base della frequenza concreta con la quale si materializza nella realtà.
  3. c) La trappola del pensiero locale. Abbiamo difficoltà a tracciare un quadro generale complessivo. Questo ci impedisce di giudicare e decidere meglio.
  4. d) La trappola delle emozioni. Le emozioni (rimpianti, invidia, gelosie, etc.) sono molto importanti. Ma se la coscienza non le tiene sotto controllo ci conducono a decisioni non ottimali.
  5. e) La trappola del presente e dei tempi brevi. Ci siamo evoluti per orizzonti temporali brevi e ripetitivi (i modi di vita dei cacciatori-coltivatori). Siamo portati ad ignorare l’importanza degli investimenti (specie su se stessi, come nel caso dell’accesso all’istruzione superiore).
  6. f) La trappola del sapere. Siamo portati a credere che sappiamo tutto quello che è necessario sapere e che il futuro replicherà il passato. Non è così. Questo ci porta a correre un rischio subdolo: non differenziare.
  7. g) La trappola della coscienza. La coscienza è nata perché è diventato necessario coordinare i prodotti dell’inconscio cognitivo. Ma la coscienza ha portato con se la “maledizione della conoscenza del nostro destino” (p. 183). Siamo probabilmente l’unico essere vivente ad avere consapevolezza della morte. Legrenzi e Umiltà forniscono la propria ricetta per superare questo limite.

Molti inconsci per un cervello è un bel libro. Scritto da due Maestri (Paolo Legrenzi è Professore emerito di Psicologia a Cà Foscari, Carlo Umiltà è Professore emerito di Neurospicologia a Padova), esso consegna al grande pubblico, senza smarrire la complessità del tema trattato, il distillato degli studi più recenti sul modo di funzionare del nostro cervello.

Se la coscienza è la capacità di autorappresentazione, una coscienza evoluta non può prescindere dal fare i conti con la parte più importante di noi stessi: il nostro pensiero. Un pensiero che, in buona parte, agisce senza giungere a livello conscio. Tutto questo ha importanti ricadute anche in ambito giuridico.

Mi limito a ricordare due campi di indagine.

Il primo è quello della imputabilità (cui si è già fatto riferimento). Se è vero che gli esperimenti hanno dimostrato come ogni input proveniente dall’ambiente provochi una risposta cosciente con un ritardo di circa mezzo secondo, questo significa che tra lo stimolo sensoriale e l’attivarsi della coscienza intercorre sempre un certo lasso temporale[ix]. Ne deriva che occorre interrogarsi sullo stesso concetto di colpa[x].

Il secondo attiene alla efficacia delle leggi. Se è vero che l’inconscio cognitivo (e i ragionamenti semplificati) governano in maniera rilevante i comportamenti umani, come essere sicuri che una determinata norma produrrà davvero gli effetti voluti? Per un approfondimento di questo tema rinvio alla seconda edizione del mio libro sulla “Creatività del giurista”, specie pp. 216 e ss[xi].

 

 

 

 

[i] Kahneman D. Pensieri lenti e veloci, Milano, Mondadori, 2013.

[ii] Thaler R. e Sunstein C., La spinta gentile. La nuova strategia per migliorare le nostre decisioni su denaro, salute, felicità, Milano, 2017.

[iii] Libet B., Gleason C.A., Wright E.W. e Pearl D.K., Time of conscious intention to act in relation to onset of cerebral activity (readiness-potential). The unconscious initiation of a freely voluntary act, in Brain, 1983, 106 (Pt 3), 623-42; Libet B., Unconscious cerebral initiative and the role of conscious will in voluntary action, in Behavioral and Brain Sciences, 1985, 8:529-566.

[iv] Kahneman D., Pensieri lenti e veloci, Milano, 2013, p. 25.

[v] Ne ho parlato in Pascuzzi G. La spinta gentile verso le vaccinazioni, in Mercato Concorrenza Regole, 2018, 89 e ss.

[vi] Gigerenzer G. Decisioni intuitive. Quando si sceglie senza pensarci troppo, Milano, 2009.

[vii] Kruger J. e Dunning D., Unskilled and unaware of it. how difficulties in recognizing one's own incompetence lead to inflated self-assessments, in Journal of Personality and Social Psychology, vol.77, n. 6, 1999, pp.1121-1134.

[viii] Sloman S. e Fernbach P., L' illusione della conoscenza. Perché non pensiamo mai da soli, Milano, Raffaello Cortina, 2018.

[ix] In questi termini testualmente Bona C. e Rumiati R., Psicologia cognitiva per il diritto. Ricordare, pensare, decidere nell'esperienza forense, Bologna Il Mulino, 2014, p. 237.

[x] Vedi Crescini Paccani O., La colpa e la coscienza delle condotte tra diritto e scienze cognitive, Tesi di Laurea, Corso di Laurea in Giurisprudenza, Università di Trento, a.a. 2013-2014.

[xi] Vedi anche Pascuzzi G. Leggi e razionalità limitata, Trentino, 27 novembre 2018.

La “Pratica collaborativa”: un altro modo di essere avvocati.

La “Pratica collaborativa”: un altro modo di essere avvocati.

pratica collaborativa copertina

 

Il 19 ottobre è stato presentato nella Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Trento il volume dal titolo “La pratica collaborativa. Dialogo tra teoria e prassi” curato da Marco Sala e da Cristina Menichino, (Utet 2017).

Silvana Dalla Bontà (processualcivilista della Facoltà e responsabile scientifico dell’evento) mi  ha chiesto di tenere, subito dopo i saluti di rito, l’intervento di apertura. Ho scelto (come si evince dalla locandina dell’evento) un titolo volutamente provocatorio: “Dalla dogmatica alla pratica collaborativa”.

La parola dogmatica vuol dire tante cose:

  1. Un (l’unico?) modo rigoroso di costruire il ragionamento giuridico.
  2. Un approccio al diritto che esclude in maniera categorica l’influenza su di esso di altri saperi.
  3. Una concezione secondo cui la funzione del giurista è applicare regole a problemi.
  4. Un modello che ammette una sola soluzione corretta/giusta di un caso con la conseguenza che c’è chi ha ragione e chi ha torto; chi vince e chi perde.
  5. Un paradigma che poggia sul contenzioso.

E’ anche vero, però, che la dogmatica è in crisi perché da tempo sappiamo che:

  1. Esistono più modi di costruire il ragionamento giuridico (esegesi, analisi economica del diritto, solo per fare degli esempi).
  2. Un diritto chiuso ad altri saperi è sterile: sociologia, scienze cognitive, economia (e altro ancora) offrono al diritto utili strumenti di comprensione e governo della realtà sociale. Non capiremmo nulla del diritto antitrust se non avessimo la nozione economica di “posizione dominante”.
  3. Il giurista è un “problem solver”: certamente perché applica regole a problemi; ma anche perché scrive regole per risolvere problemi e perché “costruisce significati” (la stessa interpretazione è un problema).
  4. Esistono modi diversi di risolvere i conflitti: qualcuno cerca di trovare soluzioni di problem solving cosiddette win-win o comunque soluzioni che non producano necessariamente vincitori e vinti
  5. La logica contenziosa può essere sostituita dalla logica collaborativa.

Da tempo le principali agenzie formative hanno introdotto la distinzione tra sapere e abilità (si rinvia per approfondimenti al libro Giuristi si diventa).

Un giurista deve padroneggiare certamente il sapere giuridico, ma anche il “saper fare” e il “saper essere” (per una definizione normativa di questi concetti, si veda la Raccomandazione del Parlamento europeo e del Consiglio del 23 aprile 2008 sulla Costituzione del Quadro europeo delle qualifiche per l’apprendimento permanente).

In particolare il giurista deve padroneggiare molte skills. Ad esempio deve saper:

Il fatto che il giurista debba padroneggiare oltre al sapere, anche il saper fare e il saper essere ha delle ricadute sul piano della formazione. Mentre il sapere dichiarativo si apprende essenzialmente attraverso il linguaggio, saper fare e saper essere si apprendono attraverso l’osservazione, l’imitazione e l’esperienza. Per formare un giurista completo, e, quindi, per far apprendere il sapere, il saper fare e il saper essere, occorre affiancare alle tradizionali lezioni frontali anche nuove strategie didattiche che facciano leva sul cosiddetto “apprendimento esperienziale” (per approfondimenti si rinvia al volume “Avvocati formano avvocati”).

Date queste premesse, ho chiuso la mia introduzione spiegando che la Pratica collaborativa è il frutto di un modo diverso (e non dogmatico…):

  • di guardare alle funzioni del diritto;
  • di intendere il ruolo del giurista/avvocato (non solo l’avvocato del contenzioso ma anche l’avvocato collaborativo);
  • di progettare e realizzare la formazione del giurista.

La Pratica Collaborativa è un metodo non contenzioso di risoluzione dei conflitti, in particolare in ambito familiare.

Francesca Cuomo Ulloa (del Foro di Genova) ha quindi preso la parola per delineare il quadro variegato degli strumenti alternativi di soluzione delle controversie. Un quadro che, a dispetto forse delle intenzioni, si caratterizza per l’esistenza di un elevato grado di formalismo di tali strumenti.

È stata poi la volta di Gloria Servetti, Presidente della Corte d’Appello di Trento. Ha cominciato il suo intervento chiedendosi se davvero il processo è un modo di soluzione delle controversie. Certamente definisce una controversia ma non la risolve. Definire è cosa diversa dal risolvere. Il conflitto non muore con la decisione del giudice. La sentenza giurisdizionale a volte alimenta, addirittura, il conflitto: perché risveglia il rancore o perché dà fiato alle rivendicazioni.

Specie nell’ambito familiare è difficile governare le relazioni interpersonali. La Pratica collaborativa è un tavolo a cui siedono più soggetti che perseguono l’obiettivo di non far diventare processuale la vicenda; l’obiettivo di trasformare il conflitto. Il tavolo della Pratica collaborativa non deve essere un tavolo delle trattative, bensì un tavolo delle soluzioni.

La prima sessione si è conclusa con l’intervento di Elisabetta Valentini (Avvocato in Trento) che ha spiegato i principi e il metodo della Pratica collaborativa. Muovendo però da una premessa: il ‘900 è stato l’età del diritto in cui si è vissuta una specie di “euforia giuridica”. Un’età che si è poggiata su 3 pilastri (corrispondenti ad altrettanti modi di intendere la professione dell’avvocato):

  1. la focalizzazione sul diritto: i bisogni del cliente sono rilevanti solo se riconducibili alle fattispecie previste dalla legge (ma i bisogni sono molto più che questo);
  2. la fiducia assoluta nei tribunali: non c’è giustizia senza processo;
  3. il ruolo centrale dell’avvocato “litigator” che: assume il “comando” della controversia; riformula il bisogno del cliente per adattarlo alla norma; porta il “peso” anche piscologico della “causa”.

Questo modo di “vedere” il diritto sta mutando. E la Pratica collaborativa dà corpo a questo mutamento.

Nella Pratica collaborativa:

  • il professionista lavora lontano dal Tribunale (tecnicamente l’accordo che emerge al termine della procedura può sfociare -in ambito familiare- o nella separazione consensuale o nell’accordo di negoziazione assistita);
  • il focus è rappresentato dagli interessi e dai bisogni delle parti;
  • l’accordo deve soddisfare tali interessi e tali bisogni;
  • il lavoro si svolge in team: oltre agli avvocati collaborativi di ciascuna parte, al tavolo possono sedere: il facilitatore della comunicazione, l’esperto dell’età evolutiva e l’esperto finanziario;
  • ciascuno di questi soggetti mette a disposizione le proprie abilità collaborando al fine di giungere all’accordo tra le parti;
  • il perno giuridico della Pratica collaborativa è “l’Accordo di partecipazione” (un modello di tale accordo è riportato in appendice al libro curato da Menichino e Sala): le parti lo sottoscrivono impegnandosi a risolvere il loro conflitto attraverso questa procedura e accogliendo i principi di buona fede, trasparenza e riservatezza cui la stessa è ispirata;
  • l’Accordo di partecipazione è sottoscritto, in parte qua, anche dagli avvocati che assumono soprattutto l’impegno di non assistere la parte nel processo contenzioso nel caso non si dovesse pervenire all’accordo (cosiddetto “Mandato limitato”).

Dopo una breve pausa è cominciata una tavola rotonda, guidata da Elisabetta Valentini, cui hanno preso parte: Cristina Menichino (Avvocato a Milano), Marco Sala (Avvocato a Milano), Francesca Araldi (Avvocato a Milano), Iris Franceschini (Pedagogista a Bolzano), Valeria Matacotta (Psicologa a Rovereto), Michele Tavernini (Commercialista a Riva del Garda).

Grazie anche alle numerose domande formulate dal pubblico (in prevalenza studenti e professionisti) sono emersi ulteriori elementi utili a comprendere il fenomeno della Pratica collaborativa.

  • La differenza con la mediazione familiare. Nella mediazione non c’è il giurista e quindi può accadere che un accordo raggiunto in quella sede poi non regga al vaglio giuridico. Nella Pratica collaborativa gli avvocati sono presenti sin dal primo momento. Non tutti, poi, sono in grado di affrontare una mediazione senza avere a fianco qualcuno (come l’avvocato nella Pratica collaborativa). Il mediatore essendo di regola solo, può finire per esercitare una involontaria influenza sulle parti, evenienza scongiurata ad un “tavolo” dove è presente un team.
  • Gli ambiti. La Pratica collaborativa opera molto bene in tutti gli ambiti nei quali c’è un rapporto che vuole essere mantenuto nel tempo ovvero nelle ipotesi nelle quali c’è un bene comune che vuole essere preservato: si pensi, oltre al conflitto familiare, ai conflitti tra soci e a quelli tra coeredi.
  • Il contesto. Iris Franceschini ha spiegato che la “battaglia per i diritti” nel secolo scorso vedeva un contesto nel quale occorreva far prevalere dei diritti in un “contesto retrogrado”. Oggi questo contesto è profondamente cambiato e anche il conflitto tra uomo e donna può essere visto come un conflitto interculturale. Si passa dalla “battaglia” alla osservazione dei punti di vista. Occorre far uscire il rapporto uomo-donna dalla logica della polarizzazione, della colpevolizzazione, della inimicizia. La Pratica collaborativa aiuta a superare il cosiddetto “sequestro emozionale” grazie al coinvolgimento degli esperti.
  • Il conflitto. Cristina Menichino ha molto insistito sulla necessità di imparare a gestire i conflitti (anche seguendo appositi corsi di formazione): i conflitti tra le parti e i propri conflitti interiori.
  • Collaborativi si diventa. Non ci si improvvisa avvocati collaborativi. Occorre frequentare dei corsi iniziali (basati su esposizioni di teoria e strategie esperienziali) e poi i corsi di formazione continua (per informazioni si veda il sito della Associazione Italiana Professionisti Collaborativi).

La Pratica collaborativa segna un cambio di paradigma. A pagina 80 del libro curato da Sala e Menichino si legge:

La particolarità dell' approccio collaborativo – “le parti al centro”, il lavoro di squadra, l'interdisciplinarità, la ricerca degli interessi - esige che i professionisti che lo praticano abbiano effettuato il cosiddetto “cambio di paradigma” che può essere definito come un cambiamento radicale di prospettiva rispetto al modo in cui i professionisti del conflitto percepiscono il loro ruolo; l’abbandono della logica avversariale e direttiva basata sui diritti e sulle posizioni e una “riconversione” all'approccio collaborativo, fondato sull' ascolto, sull'empatia e sulla ricerca condivisa degli interessi, consentono ai professionisti di aiutare i loro clienti a creare quel clima di fiducia e trasparenza propizio al raggiungimento di un accordo soddisfacente per le parti”.

Mi pare di poter dire che al termine della interessante presentazione dell’altrettanto interessante volume dal titolo “La pratica collaborativa. Dialogo tra teoria e prassi” curato da Marco Sala e da Cristina Menichino, (Utet 2017) risulti confermata l’affermazione con la quale avevo chiuso il mio intervento introduttivo; ovvero che esistono modi diversi:

  • di guardare alle funzioni del diritto;
  • di intendere il ruolo del giurista/avvocato (non solo l’avvocato del contenzioso ma anche l’avvocato collaborativo);
  • di progettare e realizzare la formazione del giurista.

 

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