Giovanni Pascuzzi

Tracce digitali di GIOVANNI PASCUZZI

La “Pratica collaborativa”: un altro modo di essere avvocati.

La “Pratica collaborativa”: un altro modo di essere avvocati.

pratica collaborativa copertina

 

Il 19 ottobre è stato presentato nella Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Trento il volume dal titolo “La pratica collaborativa. Dialogo tra teoria e prassi” curato da Marco Sala e da Cristina Menichino, (Utet 2017).

Silvana Dalla Bontà (processualcivilista della Facoltà e responsabile scientifico dell’evento) mi  ha chiesto di tenere, subito dopo i saluti di rito, l’intervento di apertura. Ho scelto (come si evince dalla locandina dell’evento) un titolo volutamente provocatorio: “Dalla dogmatica alla pratica collaborativa”.

La parola dogmatica vuol dire tante cose:

  1. Un (l’unico?) modo rigoroso di costruire il ragionamento giuridico.
  2. Un approccio al diritto che esclude in maniera categorica l’influenza su di esso di altri saperi.
  3. Una concezione secondo cui la funzione del giurista è applicare regole a problemi.
  4. Un modello che ammette una sola soluzione corretta/giusta di un caso con la conseguenza che c’è chi ha ragione e chi ha torto; chi vince e chi perde.
  5. Un paradigma che poggia sul contenzioso.

E’ anche vero, però, che la dogmatica è in crisi perché da tempo sappiamo che:

  1. Esistono più modi di costruire il ragionamento giuridico (esegesi, analisi economica del diritto, solo per fare degli esempi).
  2. Un diritto chiuso ad altri saperi è sterile: sociologia, scienze cognitive, economia (e altro ancora) offrono al diritto utili strumenti di comprensione e governo della realtà sociale. Non capiremmo nulla del diritto antitrust se non avessimo la nozione economica di “posizione dominante”.
  3. Il giurista è un “problem solver”: certamente perché applica regole a problemi; ma anche perché scrive regole per risolvere problemi e perché “costruisce significati” (la stessa interpretazione è un problema).
  4. Esistono modi diversi di risolvere i conflitti: qualcuno cerca di trovare soluzioni di problem solving cosiddette win-win o comunque soluzioni che non producano necessariamente vincitori e vinti
  5. La logica contenziosa può essere sostituita dalla logica collaborativa.

Da tempo le principali agenzie formative hanno introdotto la distinzione tra sapere e abilità (si rinvia per approfondimenti al libro Giuristi si diventa).

Un giurista deve padroneggiare certamente il sapere giuridico, ma anche il “saper fare” e il “saper essere” (per una definizione normativa di questi concetti, si veda la Raccomandazione del Parlamento europeo e del Consiglio del 23 aprile 2008 sulla Costituzione del Quadro europeo delle qualifiche per l’apprendimento permanente).

In particolare il giurista deve padroneggiare molte skills. Ad esempio deve saper:

Il fatto che il giurista debba padroneggiare oltre al sapere, anche il saper fare e il saper essere ha delle ricadute sul piano della formazione. Mentre il sapere dichiarativo si apprende essenzialmente attraverso il linguaggio, saper fare e saper essere si apprendono attraverso l’osservazione, l’imitazione e l’esperienza. Per formare un giurista completo, e, quindi, per far apprendere il sapere, il saper fare e il saper essere, occorre affiancare alle tradizionali lezioni frontali anche nuove strategie didattiche che facciano leva sul cosiddetto “apprendimento esperienziale” (per approfondimenti si rinvia al volume “Avvocati formano avvocati”).

Date queste premesse, ho chiuso la mia introduzione spiegando che la Pratica collaborativa è il frutto di un modo diverso (e non dogmatico…):

  • di guardare alle funzioni del diritto;
  • di intendere il ruolo del giurista/avvocato (non solo l’avvocato del contenzioso ma anche l’avvocato collaborativo);
  • di progettare e realizzare la formazione del giurista.

La Pratica Collaborativa è un metodo non contenzioso di risoluzione dei conflitti, in particolare in ambito familiare.

Francesca Cuomo Ulloa (del Foro di Genova) ha quindi preso la parola per delineare il quadro variegato degli strumenti alternativi di soluzione delle controversie. Un quadro che, a dispetto forse delle intenzioni, si caratterizza per l’esistenza di un elevato grado di formalismo di tali strumenti.

È stata poi la volta di Gloria Servetti, Presidente della Corte d’Appello di Trento. Ha cominciato il suo intervento chiedendosi se davvero il processo è un modo di soluzione delle controversie. Certamente definisce una controversia ma non la risolve. Definire è cosa diversa dal risolvere. Il conflitto non muore con la decisione del giudice. La sentenza giurisdizionale a volte alimenta, addirittura, il conflitto: perché risveglia il rancore o perché dà fiato alle rivendicazioni.

Specie nell’ambito familiare è difficile governare le relazioni interpersonali. La Pratica collaborativa è un tavolo a cui siedono più soggetti che perseguono l’obiettivo di non far diventare processuale la vicenda; l’obiettivo di trasformare il conflitto. Il tavolo della Pratica collaborativa non deve essere un tavolo delle trattative, bensì un tavolo delle soluzioni.

La prima sessione si è conclusa con l’intervento di Elisabetta Valentini (Avvocato in Trento) che ha spiegato i principi e il metodo della Pratica collaborativa. Muovendo però da una premessa: il ‘900 è stato l’età del diritto in cui si è vissuta una specie di “euforia giuridica”. Un’età che si è poggiata su 3 pilastri (corrispondenti ad altrettanti modi di intendere la professione dell’avvocato):

  1. la focalizzazione sul diritto: i bisogni del cliente sono rilevanti solo se riconducibili alle fattispecie previste dalla legge (ma i bisogni sono molto più che questo);
  2. la fiducia assoluta nei tribunali: non c’è giustizia senza processo;
  3. il ruolo centrale dell’avvocato “litigator” che: assume il “comando” della controversia; riformula il bisogno del cliente per adattarlo alla norma; porta il “peso” anche piscologico della “causa”.

Questo modo di “vedere” il diritto sta mutando. E la Pratica collaborativa dà corpo a questo mutamento.

Nella Pratica collaborativa:

  • il professionista lavora lontano dal Tribunale (tecnicamente l’accordo che emerge al termine della procedura può sfociare -in ambito familiare- o nella separazione consensuale o nell’accordo di negoziazione assistita);
  • il focus è rappresentato dagli interessi e dai bisogni delle parti;
  • l’accordo deve soddisfare tali interessi e tali bisogni;
  • il lavoro si svolge in team: oltre agli avvocati collaborativi di ciascuna parte, al tavolo possono sedere: il facilitatore della comunicazione, l’esperto dell’età evolutiva e l’esperto finanziario;
  • ciascuno di questi soggetti mette a disposizione le proprie abilità collaborando al fine di giungere all’accordo tra le parti;
  • il perno giuridico della Pratica collaborativa è “l’Accordo di partecipazione” (un modello di tale accordo è riportato in appendice al libro curato da Menichino e Sala): le parti lo sottoscrivono impegnandosi a risolvere il loro conflitto attraverso questa procedura e accogliendo i principi di buona fede, trasparenza e riservatezza cui la stessa è ispirata;
  • l’Accordo di partecipazione è sottoscritto, in parte qua, anche dagli avvocati che assumono soprattutto l’impegno di non assistere la parte nel processo contenzioso nel caso non si dovesse pervenire all’accordo (cosiddetto “Mandato limitato”).

Dopo una breve pausa è cominciata una tavola rotonda, guidata da Elisabetta Valentini, cui hanno preso parte: Cristina Menichino (Avvocato a Milano), Marco Sala (Avvocato a Milano), Francesca Araldi (Avvocato a Milano), Iris Franceschini (Pedagogista a Bolzano), Valeria Matacotta (Psicologa a Rovereto), Michele Tavernini (Commercialista a Riva del Garda).

Grazie anche alle numerose domande formulate dal pubblico (in prevalenza studenti e professionisti) sono emersi ulteriori elementi utili a comprendere il fenomeno della Pratica collaborativa.

  • La differenza con la mediazione familiare. Nella mediazione non c’è il giurista e quindi può accadere che un accordo raggiunto in quella sede poi non regga al vaglio giuridico. Nella Pratica collaborativa gli avvocati sono presenti sin dal primo momento. Non tutti, poi, sono in grado di affrontare una mediazione senza avere a fianco qualcuno (come l’avvocato nella Pratica collaborativa). Il mediatore essendo di regola solo, può finire per esercitare una involontaria influenza sulle parti, evenienza scongiurata ad un “tavolo” dove è presente un team.
  • Gli ambiti. La Pratica collaborativa opera molto bene in tutti gli ambiti nei quali c’è un rapporto che vuole essere mantenuto nel tempo ovvero nelle ipotesi nelle quali c’è un bene comune che vuole essere preservato: si pensi, oltre al conflitto familiare, ai conflitti tra soci e a quelli tra coeredi.
  • Il contesto. Iris Franceschini ha spiegato che la “battaglia per i diritti” nel secolo scorso vedeva un contesto nel quale occorreva far prevalere dei diritti in un “contesto retrogrado”. Oggi questo contesto è profondamente cambiato e anche il conflitto tra uomo e donna può essere visto come un conflitto interculturale. Si passa dalla “battaglia” alla osservazione dei punti di vista. Occorre far uscire il rapporto uomo-donna dalla logica della polarizzazione, della colpevolizzazione, della inimicizia. La Pratica collaborativa aiuta a superare il cosiddetto “sequestro emozionale” grazie al coinvolgimento degli esperti.
  • Il conflitto. Cristina Menichino ha molto insistito sulla necessità di imparare a gestire i conflitti (anche seguendo appositi corsi di formazione): i conflitti tra le parti e i propri conflitti interiori.
  • Collaborativi si diventa. Non ci si improvvisa avvocati collaborativi. Occorre frequentare dei corsi iniziali (basati su esposizioni di teoria e strategie esperienziali) e poi i corsi di formazione continua (per informazioni si veda il sito della Associazione Italiana Professionisti Collaborativi).

La Pratica collaborativa segna un cambio di paradigma. A pagina 80 del libro curato da Sala e Menichino si legge:

La particolarità dell' approccio collaborativo – “le parti al centro”, il lavoro di squadra, l'interdisciplinarità, la ricerca degli interessi - esige che i professionisti che lo praticano abbiano effettuato il cosiddetto “cambio di paradigma” che può essere definito come un cambiamento radicale di prospettiva rispetto al modo in cui i professionisti del conflitto percepiscono il loro ruolo; l’abbandono della logica avversariale e direttiva basata sui diritti e sulle posizioni e una “riconversione” all'approccio collaborativo, fondato sull' ascolto, sull'empatia e sulla ricerca condivisa degli interessi, consentono ai professionisti di aiutare i loro clienti a creare quel clima di fiducia e trasparenza propizio al raggiungimento di un accordo soddisfacente per le parti”.

Mi pare di poter dire che al termine della interessante presentazione dell’altrettanto interessante volume dal titolo “La pratica collaborativa. Dialogo tra teoria e prassi” curato da Marco Sala e da Cristina Menichino, (Utet 2017) risulti confermata l’affermazione con la quale avevo chiuso il mio intervento introduttivo; ovvero che esistono modi diversi:

  • di guardare alle funzioni del diritto;
  • di intendere il ruolo del giurista/avvocato (non solo l’avvocato del contenzioso ma anche l’avvocato collaborativo);
  • di progettare e realizzare la formazione del giurista.

 

Dieci ragioni per cancellare subito i tuoi account social (di Jaron Lanier).

Dieci ragioni per cancellare subito i tuoi account social (di Jaron Lanier).

lanier copertina quarta

 

Jaron Lanier è un informatico che (oltre a svolgere l’attività di saggista) lavora nella Silicon Valley.

Conviene avvertire subito che egli non è contro Internet o gli smartphone (al contrario). Sul banco degli imputati Lanier mette i social. In particolare: Google, Twitter, Facebook e gli “addentellati” di quest’ultimo, ovvero Instagram e Whatsup (ma una considerazione diversa egli ha di LinkedIn[i]).

E come una litania ripete al lettore: “cancella i tuoi account social”. La ragione principale può essere così riassunta: i social fanno i soldi modificando i nostri comportamenti, perché vendono a chi ha interesse la possibilità di orientare le nostre scelte (esempio: votare o non votare).

Ma come avviene questo? I social si fondano su algoritmi adattivi (il cui codice proprietario è la cosa meglio custodita della storia) che mettono insieme miliardi di dati (statistica, quindi) e li usano per raggiungere determinati obiettivi: “Gli algoritmi non ti capiscono fino in fondo, ma i numeri sono potenti, soprattutto i grandi numeri. Se parecchie persone a cui piace lo stesso cibo che piace a te sono anche più propense a disprezzare le immagini di un candidato ritratto all’interno di una cornice rosa invece che blu, allora probabilmente lo sarai anche tu, e non serve saperne il motivo…. I cosiddetti inserzionisti sanno cogliere il momento giusto, quello in cui sei più predisposto, per influenzarti con gli annunci che hanno già funzionato con le persone con cui condividi certi tratti e circostanze” (p. 16).

Un tempo c’era la pubblicità. Ora c’è la modificazione comportamentale su vastissima scala.

Ma come è possibile essere catturati e manipolati?

Lanier sostiene che i social creano dipendenza e operano come l’addestratore del cane di Pavlov.

Il vedere un post o una foto pubblicata, i conseguenti “like” che riceviamo sono delle piccole dosi di dopamina. Attraverso il gioco dei feedback positivi e negativi (ma anche di quelli causali) si opera il condizionamento (secondo la teoria comportamentista[ii]) e quindi si genera la dipendenza. Inoltre i social fanno leva anche su un’altra dimensione di stimoli: la pressione sociale; perché le persone sono sensibili a questioni come lo status sociale, il giudizio, la competizione (p. 29). La paura di non piacere è una paura profonda: e su questa paura si fa leva per creare dipendenza e manipolazione dei comportamenti. Il problema è che i “manipolatori” (ovvero coloro che fanno affidamento sui social per orientare i comportamenti verso un certo obiettivo) non pagano per trasformarci in creature gentili e favorire la pace nel mondo. Una sfortunata combinazione di biologia (es. le emozioni negative) e matematica favorisce il degrado (p. 34).

In sintesi: la prima ragione per abbandonare i social è perché ci tolgono la libertà di scegliere (rendendoci cavie di laboratorio dipendenti).

Ma andiamo ancora più nel dettaglio.

Il modello di business dei social incentiva la ricerca di clienti (dovrebbe essere chiaro che non siamo noi i clienti di Facebook) pronti a sborsare pur di modificare l’identità della gente (p. 42). Solo che vengono amplificate le emozioni negative più di quelle positive e quindi il modello è più efficace nel danneggiare la società che nel migliorarla (p. 43).

I social creano ciò che Lanier chiama la FREGATURA, un acronimo che significa: “Fornire ai Re dell’Economia Globale Annunci che Trasformano gli Utenti Ridotti in Algoritmi” (p. 44).

La FREGATURA è una macchina composta di sei parti mobili:

A – Acquisizione dell’attenzione. La ricompensa maggiore sui social (nell’ottica del condizionamento pavloviano visto sopra) è l’attenzione. Siccome di regola più sei str… più l’attenzione ti viene data, ecco che si arriva alla supremazia degli str… sui social.

B – Buttare un occhio a quello che fanno gli altri. C’è sempre un algoritmo che registra quello che facciamo (la velocità di lettura, le pause per guardare qualcos’altro, etc.). In questo modo si creano “correlazioni” che tendono a creare tipologie di persone.

C – Contenuti ficcati a forza nella testa della gente. Ogni persona vede sul proprio social contenuti diversi. Questo perché si devono fornire gli stimoli giusti per modificare il comportamento della singola persona.

D – Dirigere i comportamenti delle persone nel modo più subdolo possibile. Gli elementi esposti creano un sistema di misurazioni e feedback progettato per modificare i comportamenti (si riveda l’esempio sopra fatto circa la relazione tra un cibo e l’immagine di un certo candidato).

E – Entrate economiche raggiunte permettendo ai peggiori str… di fregare tutti surrettiziamente. La macchina della FREGATURA viene data a noleggio per generare guadagni. Nessun politico oggi può fare campagna elettorale prescindendo dai social. Ma se l’obiettivo è ottenere i click, ecco che si creano incentivi sbagliati che peggiorano le cose. Il discorso vale anche per le testate giornalistiche. Per attirare l’attenzione si postano notizie che incoraggiano il clickbait (perciò sui siti dei giornali ci sono spesso filmati di liti furibonde tra personaggi più o meno famosi). Ma questo comporta lo scadimento delle notizie e la scomparsa di chi fa inchieste specialmente in ambito locale.

F- False persone e False masse. I social sono castelli di spettri pieni di false persone: falsi amici, falsi recensori, false immagini etc.

In sintesi: la seconda ragione per abbandonare i social è perché è il modo più mirato per resistere alla follia dei tempi. Questo modello di business produce incentivi perversi e corrompe le persone. “Il problema non è la tecnologia, ma l’uso che si fa della tecnologia per manipolare le persone, per accentrare il potere in modo malato e deviato, tanto da creare una minaccia per la sopravvivenza della civiltà” (p. 58).

Lanier spiega le altre ragioni del suo invito cancellare i propri account social.

Ragione 3. I social ti stanno facendo diventare st… Le persone dipendenti da qualcosa tendono a diventare nervose ed aggressive e ad insistere compulsivamente sulla propria situazione in cerca di conferme. Ecco spiegata la predisposizione ad offendersi alla velocità della luce. Attirare l’attenzione ad ogni costo porta al tribalismo.

Ragione 4. I social stanno minando la verità. Quando la gente è falsa, tutto diventa falso. Bufale e fake hanno una cassa di risonanza enorme. Si veda il caso della notizia (falsa) che afferma l’esistenza di un nesso tra vaccini e autismo. Ma siccome le notizie più inverosimili raccolgono più click (e, quindi, danno maggiore visibilità) la paranoia diventa un modo per attirare l’attenzione.

Ragione 5. I social media tolgono significato a quello che dici. Sui social non è possibile un reale dibattito perché ciò che si dice viene estrapolato e utilizzato in contesti diversi con l’ausilio degli eserciti di falsi.

Ragione 6. I social distruggono la tua capacità di provare empatia. I social rendono tutti più agitati e al tempo stesso alimentano il torpore sociale.

Ragione 7 I social media ti rendono infelice. Noi non siamo i clienti, ma il prodotto venduto. Veniamo costantemente giudicati e catalogati attraverso meccanismi che fanno leva sul nostro modo di essere e sulle nostre paure. Come ad esempio la paura del rifiuto che crea ansia sociale.

Ragione 8. I social media non vogliono che tu abbia una dignità economica. La logica del servizio apparentemente gratuito (offro servizi gratuiti per raccogliere dati), accredita l’idea che si possa fruire delle cose senza pagarle. Ma questo significa solo cancellare posti di lavoro e creare eserciti di sottopagati.

Ragione 9. I social media stanno rendendo la politica impossibile. I social creano illusioni (viene citato il caso delle cosiddette Primavere arabe): ovvero che per migliorare la società basti volerlo. Ma alla fine sono i prepotenti a vincere.

Ragione 10. I social media (ti) odiano (nel profondo del)l’anima. L’ultimo capitolo è dedicato a spiegare come i social finiscano per assomigliare ad una religione. Ma con molte ricadute negative. Un esempio. Tanto la scienza quanto la spiritualità hanno in comune un fondamento: per cercare la verità bisogna riconoscere la propria ignoranza. Ma siccome sui social la verità coincide con la fede nella viralità (è vero ciò che si ripete all’infinito) ecco che ci si gioca tanto la scienza quanto la spiritualità.

Il libro di Lanier è una lettura agevole e interessante. Proverò ad enucleare alcuni aspetti significativi.

Gli algoritmi. Il volume testimonia una volta di più l’importanza cruciale che gli algoritmi stanno assumendo. Qualcuno parla di dittatura del calcolo proprio facendo riferimento a loro (vedi Zallini[iii]) e molti sono i libri che ne spiegano le diverse tipologie (vedi Cardon[iv]). Ciò che caratterizza gli algoritmi è l’opacità. Sia perché sono sempre più complessi, e noi non siamo in grado di capire perché pongano in essere determinate operazioni; sia perché spesso sono “proprietari” ovvero non accessibili. Ed è proprio il caso degli algoritmi di Facebook e di Google. In questo caso c’è una difficoltà ulteriore perché questi algoritmi vengono cambiati in continuazione (ottimizzati) per renderli sempre più efficaci. In sostanza non si conoscono, non si sa cosa fanno e quando cominci a capirci qualcosa per via inferenziale studiando come si comportano, sono già cambiati[v].

I modelli di business. Il libro di Lanier aiuta a capire come “fanno i soldi” le piattaforme social[vi]. Egli dimostra, ove mai ce ne fosse stato bisogno, che nulla è gratis. L’atto di iscriversi a Facebook è certamente gratuito: ma per poter postare e leggere i post degli altri, noi paghiamo dichiarando i nostri gusti. Lanier sostiene, però, che paghiamo un prezzo ancora più alto: la disponibilità ad essere manipolati. I veri clienti dei social sono gli inserzionisti e/o coloro che acquistano (legalmente oppure no) i dati che ci riguardano.

Ma a guadagnarci davvero sono in pochi. L’idea di dare servizi gratuitamente per poi intascare gli introiti della pubblicità (quello che in linea di principio dovrebbe essere il business dei social) non vale per altre attività come la produzione di musica o l’attività giornalistica. Il risultato di credere in quel modello è una crescente precarizzazione e la perdita di potere.

In ogni caso è bene diffidare da chi offre servizi gratis: in qualche modo chi eroga il servizio deve guadagnarci. E se non lo fa il fruitore lo fa qualcun altro. Per il proprio tornaconto (non per quello del fruitore)

Lo studio dei comportamenti. Ma è poi vero che i social hanno un impatto così importante sui comportamenti delle persone al punto da poterli modificare? Qui si apre uno spazio di riflessione molto interessante. Le considerazioni svolte da Lanier, se non giungono al livello di certezza, sicuramente dimostrano che i comportamenti possono essere influenzati. Da tempo si sente parlare di “pubblicità comportamentale” (“On line Behavioural Advertising”: OBA) ossia la pubblicità basata sull’analisi del comportamento delle persone che accedono ad internet[vii]. Inoltre sembra assodato che i social sono usati per orientare il voto degli elettori: il caso “Cambridge Analytica” è esemplare. Il suo motto era: "Noi troviamo i tuoi elettori e li induciamo ad agire"[viii]. Inoltre in questi giorni si discute molto dell’uso “spregiudicato” dei social da parte di un uomo politico italiano[ix].

Progresso tecnico e progresso morale. Almeno in linea di principio, i social e gli algoritmi che li governano possono avere effetti devastanti. I “tecnici” che creano questi algoritmi sono coscienti di ciò? Hanno le competenze necessarie per governare temi così complessi sul piano etico-morale? Sul punto rinvio ad un articolo che ho scritto qualche giorno fa che così si conclude: “La cultura scientifico/tecnologica deve procedere di pari passo con la cultura etico/morale. E per quel che riguarda la formazione dei tecnologi, il problema non si risolve insegnando qualche ora di filosofia nei corsi di informatica o di biologia. Ma rendendo l’informatica e la biologia semplici specializzazioni dei corsi di laurea in scienze umanistiche”.

L’ordine sociale di Facebook. Lanier accosta in qualche modo i social ad una religione. Ciò che sicuramente è vero è che Facebook, a differenza degli altri social network, ha dei propri “Principi”. Una specie di Costituzione della società di Facebook (una Costituzione “concessa” non certo “deliberata”). I Principi di Facebook si aprono con questa frase: “Abbiamo ideato Facebook per rendere il mondo più aperto e trasparente, nella convinzione che ciò possa creare una maggiore comprensione e migliorare le comunicazioni. Facebook promuove l'apertura e la trasparenza offrendo agli utenti un'ampia libertà di condivisione e di contatto e si propone di raggiungere tali scopi sulla base di alcuni principi. Tali principi saranno limitati solo da limitazioni legali, tecnologiche e da nuove norme sociali. Poniamo pertanto tali Principi alla base dei diritti e delle responsabilità degli utenti del servizio di Facebook”.

Ai Principi di Facebook e alla società che essi prefigurano andrebbe dedicata una riflessione approfondita.

Che fare? Lasciare i social? Lanier invita ad abbandonare i social. Non per sempre: almeno per 6 mesi. Come modo per salvaguardare se stessi. E come modo per lanciare un segnale ai “padroni dei social” affinché cambino registro. Nel frattempo è possibile mantenere i rapporti scambiandosi delle mail (ma non utilizzando provider che leggono la posta come fa Gmail). Ed è possibile aprire dei propri siti.

Questi ultimi suggerimenti li ho fatti miei da tempo. Per le comunicazioni importanti uso un provider a pagamento; ho anche aperto il sito che ospita la pagina che state leggendo.

Riguardo ai social, uso delle cautele. Poche amicizie. Cancello chi “non sa stare a tavola”. Condizioni della privacy molto limitative. Metto dei like a casaccio così da “disorientare” l’algoritmo. Cancello le inserzioni senza spiegare perché. Qualche volta disattivo l’account per qualche giorno (finora solo uno tra i miei amici se ne è accorto) per disintossicarmi. Palliativi, ovviamente.

Il libro di Lanier mi ha fatto riflettere….

 

[i] Su LinkedIn gli utenti hanno qualcosa da fare, oltre che a competere per apparire: promuovere la propria carriera. La piattaforma guadagna non manipolando, ma mettendo in contatto domanda e offerta di lavoro (p. 73)

[ii] Per un primo approfondimento sul comportamentismo v. G. Pascuzzi, Avvocati formano avvocati. Guida all’insegnamento dei saperi forensi, Bologna, Il Mulino, 2015, pp. 43 ss.

[iii] P. Zallini, La dittatura del calcolo, Milano, Adelphi, 2018.

[iv] D. Cardon, Che cosa sognano gli algoritmi. Le nostre vite al tempo dei big data, Milano, Mondadori Università, 2016.

[v] Nella Risoluzione del Parlamento europeo del 16 febbraio 2017 recante raccomandazioni alla Commissione concernenti norme di diritto civile sulla robotica (2015/2103(INL)), si legge testualmente:
pone l'accento sul principio della trasparenza, nello specifico sul fatto che dovrebbe sempre essere possibile indicare la logica alla base di ogni decisione presa con l'ausilio dell'intelligenza artificiale che possa avere un impatto rilevante sulla vita di una o più persone; ritiene che debba sempre essere possibile ricondurre i calcoli di un sistema di intelligenza artificiale a una forma comprensibile per l'uomo; ritiene che i robot avanzati dovrebbero essere dotati di una "scatola nera" che registri i dati su ogni operazione effettuata dalla macchina, compresi i passaggi logici che hanno contribuito alle sue decisioni”.

[vi] In argomento v.: N. Srniceck, Capitalismo digitale, Roma, Luiss University press, 2017.

[vii] N. Gueguen, Psicologia del consumatore, Bologna, Il Mulino, 2016. Vedi anche L. Tafaro, Neuromarketing e tutela del consenso, Napoli, Edizioni scientifiche italiane, 2018.

[viii] https://ca-political.com/. Ora il sito è cambiato. Ma qui riporto come appariva il sito a marzo del 2018.

[ix] Per dettagli vedi questo articolo: http://www.lastampa.it/2018/09/09/italia/la-bestia-lalgoritmo-che-suggerisce-a-salvini-se-e-quanto-essere-cattivo-D3hc009TLdZLRe619D5AhI/pagina.html

 

 

 

 

Dove va la democrazia. Di Mario Barcellona.

Mario Barcellona. Dove va la democrazia (impressioni di lettura)

mario barcellona dove va la democrazia

 

Ormai da qualche anno, sul desktop del mio computer, ho creato una cartella (che ho chiamato “cose-da-capire”) nella quale raccolgo articoli di giornali, saggi, screenshot e simili che parlano di fenomeni dei quali non riesco a comprendere fino in fondo la genesi e gli esiti. Ad esempio, ci sono le riflessioni di chi vagheggia la fine del lavoro e quelle di chi lamenta la spoliticizzazione del mondo; contributi che attestano la crescita delle diseguaglianze ma anche l’inspiegabile apatia di chi le subisce; e poi la crisi degli Stati; la svolta autoritaria; la crescita del rancore sociale; la robotizzazione; la globalizzazione; lo spostamento e comunque l’eclissi dei veri centri di potere; e così via. L’aspirazione è quella di comprendere se questi fenomeni (e molti altri), che caratterizzano il nostro tempo, siano riconducibili ad un quadro organico ed abbiano, quindi, radici comuni e ben individuabili.

Il libro di Mario Barcellona dal titolo “Dove va la democrazia. Scenari dalla crisi”, edito da Castelvecchi, è davvero prezioso perché offre una analisi della contemporaneità mettendo insieme, come tasselli di un puzzle, tutti gli elementi che la caratterizzano ed offrendo una chiave di lettura complessa e chiara di questo tempo.

Il prisma attraverso il quale Mario Barcellona guarda a questi fenomeni è il concetto di democrazia e, soprattutto, la sua crisi.

L’odierna crisi nasce una quarantina di anni fa. Non a caso l’A. parte da un Report vergato (a metà degli anni ’70) dalla cosiddetta “Commissione trilaterale” dal titolo “La crisi della democrazia. Rapporto sulla governabilità delle democrazie”. Secondo Barcellona, il vero obiettivo di quella analisi era lo Stato sociale e i rapporti di forza tra capitale e lavoro che in esso (lo Stato sociale) prendevano forma (p. 16). Alcune delle ricette proposte allora effettivamente lasciano basiti: il primato della competenza sulla democrazia, la spoliticizzazione della democrazia, la necessità che il funzionamento di un efficace sistema democratico necessiti di una dose di apatia e disimpegno (p. 17).

Il fatto è che la strategia sollecitata in quel rapporto fu attuata negli USA da Reagan e nel Regno Unito dalla Thatcher. E poi pian piano ha fatto breccia in tutta Europa, comprese le sue tanto celebrate socialdemocrazie. Il risultato (voluto) è stato quello di mandare in soffitta il compromesso keynesiano e con esso il glorioso trentennio del welfare. Due le operazioni che hanno reciso questo trentennio: la marginalizzazione del lavoro (l’impresa è stata liberata dalla rigida dipendenza dall’occupazione) e la marginalizzazione dello Stato (da un lato per l’accresciuta rilevanza delle istanze sovranazionali, dall’altro per il maggiore potere attribuito ai “mercati”) (p. 21). La democrazia politica si è trasformata in democrazia liberal-liberista.

Qualcuno ha pensato di trovare rimedio alla crisi della democrazia attingendo a paradigmi come la Postdemocrazia, la Controdemocrazia o, ancora, la Democrazia deliberativa. Barcellona si mostra scettico rispetto a queste possibili terapie. Soprattutto perché non crede che la democrazia possa essere salvata dall’esterno. Anche perché guardando fuori dalle istituzione si scopre una realtà tutt’altro che bella da vedere. E non basta solo la ragione economica (“teorizzata un po’ contraddittoriamente dal marxismo e dal pensiero liberal-liberista” p. 33) a spiegare ciò che accade. In pagine dense e avvincenti, Barcellona dimostra che ci troviamo di fronte ad un mutamento antropologico: c’è stata “una modificazione profonda del modo in cui gli uomini hanno preso ad intendere se stessi ed il loro rapporto con gli altri, in forza di un orizzonte molecolare ove si annuncia che ognuno può salvarsi da solo e che ad ognuno è aperta la porta del successo” (p. 37). Assistiamo alla privatizzazione della speranza e ad una universale singolarizzazione. La società singolarizzata non ha più spazio per la politica. Né può essere rappresentata.

Nella società singolarizzata la “stratificazione sociale ha preso la forma di una clessidra, ove la parte superiore è occupata dalle élite, dalle loro corti e dai minores che esse garantiscono ed in quella inferiore trova posto tutto il resto, l’insieme molteplice dei non protetti” (p. 8 e 41).

La società singolarizzata produce il populismo ed offre come alternativa solo l’indifferenza e la rassegnazione (p. 40).

La singolarizzazione (e l’indistinzione che l’accompagna) mira ad oscurare il conflitto e la rappresentazione che esso riceveva nella distinzione di destra e di sinistra (p. 43). E Barcellona spiega che il populismo di oggi “proietta la sua ombra oltre l’ambito cui è solitamente riferito: si annida anche nella “rottamazione solo generazionale” e nelle svariate altre formule in cui quel che sta dentro il cerchio degli insider (ovvero: chi sta nella parte superiore della clessidra) si fa promotore di un mutamento senza cambiamento, ovvero nell’antipopulismo senza destra e senza sinistra, ovunque il socius cede il posto al singulus e questo regredisce nel proprium, nell’autoreferenziale per sé” (p. 43).

L’A. denuncia “l’altro populismo”, quello delle élite e senza peli sulla lingua afferma: “L’insediamento centrale di questa “resistenza democratica” è rappresentata dal corpo superiore della nuova clessidra, che progredisce sulla stato attuale delle cose o ne trae, comunque, protezione. Ma questo corpo superiore non prevarrebbe senza vaste porzioni del suo corpo inferiore, che, pur condividendo spesso il risentimento e le paure branditi dai populismi, tuttavia teme ancor di più che il loro prevalere disperda il poco rimasto, quel che resta della loro passata sicurezza, insomma temono di passar da male in peggio” (p. 45). Il collante della parte superiore della clessidra è la paura: per questo non si può contare su di essa per rivitalizzare la democrazia.

Barcellona dedica i successivi capitoli a spiegare le caratteristiche della “democrazia singolare” (brutte anche da descrivere, come la precarizzazione e la delusione) e a tratteggiare il ritorno della hobbesiana moltitudine senza politica e senza rappresentanza: la democrazia singolare è una democrazia amministrativa (senza politica) che alimenta e produce solo contingenza.

Ma dopo una analisi spietata, il libro si chiude con una ricetta che attinge alla necessità di concepire un nuovo immaginario da contrapporre al pensiero unico che ci sovrasta.

Non era mia intenzione riassumere il pensiero che Mario Barcellona ha consegnato a questo libro: del resto sarebbe impossibile farlo tanti sono gli spunti e i riferimenti che egli offre al lettore. Ho provato a dare un’idea dello spessore di quel pensiero.

Restano da scrivere le mie impressioni “a caldo”, che già invocano una rilettura del libro.

Innanzitutto sono grato a Mario. Quella cartella sul desktop del mio computer, si arricchisce di un contributo che aiuta a fare chiarezza su tante cose. I tanti fenomeni che caratterizzano il nostro tempo sono interpretabili alla luce di una precisa chiave di lettura. Ed è possibile immaginare anche un cambio di rotta: la speranza, quindi, non è smarrita del tutto.

Leggendo il libro mi sono chiesto: Mario è ancora un uomo del ‘900? Lo è certamente perché incarna la figura del professore intellettuale, del giurista intellettuale, dell’intellettuale tout court. Dovrebbe essere un esempio per tanti giovani pur valenti colleghi che esauriscono le loro energie nell’esasperato tecnicismo dimenticandosi della ricerca di senso (la parola senso ricorre spesso nelle opere di Mario): io lo chiamo “saper essere”. Ma è anche un uomo del nuovo millennio perché non si attarda a riverniciare categorie del passato, ma propone un percorso per costruire un nuovo immaginario che non può che essere quello di questo tempo. Attingendo alla nostra cultura per quello che serve e per quello che basta.

Nel libro, poi, ho trovato conferma di una idea che mi ero fatto da tempo (certo: lui la spiega molto bene). È avvenuto un mutamento antropologico. Da un certo momento in poi è cambiato il modo di pensare delle persone. Ci si può interrogare sul perché questo sia avvenuto. Ma per me è una scoperta fondamentale perché, sia pure in chiave negativa, pone comunque al centro l’uomo. È l’uomo (non l’economia, non i mercati) che fa o può fare la differenza.

La domanda che mi porto dentro (e che vorrei fare a Mario) allora è questa: possiamo avere fiducia nell’uomo? Può l’uomo costruire davvero un nuovo immaginario? Non necessariamente quello proposto da Mario, ma un immaginario nuovo, diverso.

C’è una parola che nel libro, mi pare, non appaia mai: è la parola “corruzione”.

Non mi riferisco alla corruzione materiale, ma alla corruzione dell’anima. Quella che rende apatici, quella che abitua alle peggiori nefandezze, quella che si adatta a questa realtà e, in definitiva, porta a credere che non esista alternativa all’homo homini lupus (il vero distillato del pensiero unico di questo tempo).

Se è vero che l’uomo può (e, quindi, deve) decidere in prima persona il senso della propria esistenza e può farlo senza che qualcuno lo “addomestichi” pavlovianamente e senza necessariamente adattarsi alla legge mercantile della domanda e dell’offerta, lo sforzo deve essere quello di puntare sull’uomo (senza paura, se del caso, di scoprirsi credenti: una fede nell’uomo).

 

 

 

Enzo Bianchi. La vita e i giorni. Sulla vecchiaia

enzo bianchi

 

Enzo Bianchi ha fondato la Comunità Monastica di Bose (https://www.monasterodibose.it/) di cui è stato Priore fino al 2017.

Ho avuto la fortuna di ascoltarlo di persona, a Trento, in un paio di occasioni. Ogni volta ne sono uscito arricchito: per la profondità di pensiero unita alla semplicità e alla pacatezza dell’eloquio. Così ho acquistato e letto molti dei suoi libri. In questi giorni anche l’ultimo, dal titolo “La vita e i giorni. Sulla vecchiaia” (Il Mulino).

Tema non semplice, la vecchiaia, spesso rimosso. Ma Enzo Bianchi, ancora una volta, ci porta per mano e ci aiuta a misurarci con questa terra sconosciuta nella quale ci inoltriamo lentamente, svelando la ricetta per poter “aggiungere vita ai giorni e non giorni alla vita”.

Bianchi racconta le paure (le malattie invalidanti, l’abbandono, la sofferenza, la malattia mentale) e i segni dell’invecchiare (i capelli grigi, le rughe, l’affievolirsi dell’udito e della vista, la perdita delle forze, la perdita degli amici e degli affetti). Ma racconta anche come si possono vivere a questa età la natura, la cucina e la sessualità nonché l’importanza della lettura e della scrittura, così come dell’ascolto e della visione.

Per Enzo Bianchi la vecchiaia è il tempo per piantare alberi per chi verrà. Una metafora, perché “trasmettere è la sola maniera di essere fedeli a ciò che si è ricevuto” (p. 12).

Nell’ultimo capitolo riproduce il diario della propria vecchiaia. Così possiamo capire in concreto cosa abbia significato per lui “Prepararsi” alla vecchiaia (p. 57 ss.) e imparare a “Lasciare la presa” (p. 69 e ss.); ovvero arrendersi all’idea che alcune cose possono restare incompiute.

Bianchi ha lasciato da qualche tempo la guida della Comunità che ha fondato: “Giunta per me la vecchiaia e una maggiore stanchezza, ho sentito il desiderio di lasciare la presa, soprattutto di lasciare che le generazioni successive alla mia continuassero con un nuovo soffio un’opera che sarà sempre incompiuta. Lasciare la presa è porre una distanza tra sé e alcune responsabilità, ma non è abbandonare la vita, anzi è accettare la vita!” (p. 133).

Enzo Bianchi è, ovviamente, credente. E (dopo aver spiegato le ragioni che lo hanno portato a redigere il proprio testamento biologico o dichiarazione anticipata di trattamento: p. 130) dedica le pagine finali ad esprimere la propria speranza: la speranza nell’eternità, ovvero della vita che vince sulla morte. E per farlo sceglie dei versi del poeta francese Arthur Rimbaud (cui, neanche a farlo a posta, ho dedicato un post qualche giorno fa). Il libro, infatti, si chiude con i versi della poesia intitolata “L’éternité”:

Elle est retrouvée / Quoi ? — L'Éternité. / C'est la mer allée / Avec le soleil

 

Ancora una volta Enzo Bianchi ha scritto un bel libro.

 

 

 

I padri d’arte (e i loro figli)

I padri d’arte (e i loro figli)

cristiano de andre

 

Può essere ingombrante qualcosa che non c’è?

Fabrizio De André è stato un gigante indiscusso della cultura italiana della seconda metà del ‘900.

Della sua vita privata conosciamo molte cose. Come si addice tutte le grandi personalità, infatti, molti libri hanno raccontato le sue vicende e quelle delle persone che hanno ruotato intorno a lui: il padre, le mogli, i figli Cristiano e Luvi.

Questi “satelliti” sono stati visti, di regola, in funzione del loro rapporto con il “pianeta”. Ma qual è il loro punto di vista? Cos’è della loro vita a prescindere da quel rapporto?

Cristiano De Andrè (classe 1962) ha voluto dare la propria versione nel libro intitolato, appunto: “La versione di C.” (Mondadori, 2016).

 

La funzione catartica del raccontarsi

C'è stato un momento, qualche anno fa, in cui si è presentato il bisogno di fare un bilancio della mia vita” (p. 95).

E’ stato difficile scavare nel passato, questo passato. Però credo fortemente che il libro nel quale vi siete immersi mi abbia permesso di affrontare tutti gli ambiti inesplorati della mia vita, in particolar modo quelli che, per come si sono evoluti, tardano a sedimentarsi. Questa autobiografia mi è servita anche per esorcizzarli e poterli liberare” (p. 192).

 

La madre

Avevo circa 10 anni quando iniziarono i primi screzi in famiglia e la mia adolescenza in casa è stata questo: vedere mia madre piangere. Prima per quei fugaci tradimenti, poi perché mio padre la lasciò. Lei non ha mai accettato quell’abbandono, perché era pazzamente innamorata di lui” (p. 38).

Negli anni lei cambiò un po' a causa delle delusioni affettive che la portarono, senza volerlo, a infondere in me uno spiccato senso di colpa, quasi che fossi stato io l'artefice di tutta la sua sofferenza” (p. 19).

 

Il padre

Ho impiegato quegli anni a dimostrare di essere all'altezza del cognome che porto. Non ho mai pensato di avere una potenza creativa, facevo sempre molta fatica a scrivere, perché ogni volta l'ombra di mio padre tornava a condizionarmi, irrompeva nella mia mente e diceva: «Che c**** stai scrivendo? Che ca**ta stai pensando?»” (p. 93)

Tuttavia ho compreso fin da subito di avere scelto la musica non per voler fare la carriera di mio padre, per seguire le sue orme, ma perché lo sentivo dentro” (p. 93).

La musica per me è sempre stata una rivincita su me stesso“ (p. 93).

Sono molti i versi di mio padre per i quali mi sono detto: «C**** perché non gli ho scritti io?»“ (p. 95).

Nella discarica delle occasioni perdute, anche dopo 50 anni, puoi richiedere formalmente di ritornare con la persona che non hai avuto modo di amare, o da chi non te lo ha concesso, per dimostrare che puoi farti ancora fulminare delle ragioni del cuore” (p. 96).

 

Gli amori e i figli

Cristiano De Andrè racconta degli amori più importanti della sua vita. Da Carmen ha avuto i figli Fabrizia, Francesca e Filippo. Da Sabrina la figlia Alice, nata nel 1999 (poco dopo la morte di papà Fabrizio). Narra di rapporti teneri ma anche burrascosi, costellati anche di qualche evento inconfessabile:

Durante quei giorni così alienanti incappai in un misfatto che ancora mi pesa addosso come un macigno. Alice dormiva dalla nonna, io e Sabrina rientrando a casa dopo una cena avemmo un grave litigio che degenerò fisicamente. Ancora non so spiegarmelo, ancora mi maledico per aver alzato le mani” (p. 175-176).

 

La dipendenza

Cristiano racconta di come a 15 anni cominciò ad usare l’eroina. Dei problemi di salute. Dell’affrancazione ma anche delle ricadute. Questo aspetto della sua vita è anche all’origine (almeno in parte) del rapporto complicato con i propri figli.

 

La vita artistica e la propria visione del mondo

Nel libro Cristiano narra la genesi della sua copiosa produzione artistica e dei successi ottenuti (compreso un secondo posto al Festival di Sanremo nel 1993 che portò papà Fabrizio, di regola avaro di manifestazioni di affetto (p. 29), a dirgli: “Questa è la seconda c***o di soddisfazione che mi dai dopo il dentice pescato a sei anni” (p. 30). A più riprese egli espone anche il suo modo di vedere le cose:

Credo di avere avuto un vantaggio in questo triste cambiamento: sono nato in tempo. Sono cresciuto in una generazione, probabilmente l'ultima, che ha ricevuto gli insegnamenti giusti e di conseguenza è stata messa nella condizione di accorgersi dei cambiamenti, di viverli per quello che valevano e di saper discernere senza tradirsi” (p. 128).

Arrivava ovunque l’errato messaggio che la felicità si sarebbe potuta comprare. Poi, si sa, più si va verso la sponda della compravendita di tutto, più si perde aderenza con quello che sta dall'altra parte, ovvero il calore umano, il valore della famiglia, l'attenzione per le piccole cose” (p. 129).

 

Il libro contiene molte cose. Una, mi sembra, assume particolare importanza.

Ci sono persone che non hanno mai avuto o hanno perso prestissimo il padre. Devono quindi misurarsi con un’assenza che dura tutta la vita che li porta a chiedersi: “come sarebbe stato se ci fosse stato lui”?

E si sono persone che devono convivere con padri ingombranti, perché hanno una personalità forte, hanno avuto successo o per tante altre ragioni.

Cristiano De André sembra aver vissuto contemporaneamente entrambe queste situazioni.

Leggere il suo libro aiuta a capire le dinamiche profonde delle relazioni familiari.

Perché la frase che conclude il libro (al termine di una lettera che Cristiano scrive a suo padre e che da sola giustifica l’acquisto del volume) è la frase che ogni persona che sta leggendo queste righe, sono certo, direbbe al proprio padre.

(18 agosto 2018)

 

 

 

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