Giovanni Pascuzzi

Tracce digitali di GIOVANNI PASCUZZI

Elenco dei libri recensiti (ordine alfabetico per autore)

Elenco dei libri recensiti (ordine alfabetico per autore)

 

copertina cardinale

Andreoli (Vittorino)

Il Cardinale

 mario barcellona dove va la democrazia

 Barcellona (Mario)

Dove va la democrazia

berlinguer questione morale

Berlinguer (Enrico)

La questione morale

enzo bianchi

Bianchi (Enzo)

La vita e i giorni. Sulla vecchiaia

rumiati bona

Bona (Carlo) e Rumiati (Rino)

Psicologia per il diritto

la versione di fenoglio Carofiglio

Carofiglio (Gianrico)

La versione di Fenoglio

copertina carofiglio tre mattino

Carofiglio (Gianrico)

Le tre del mattino

cristiano de andre

De André (Cristiano)

La versione di C.

DeMartin

De Martin (Juan Carlos)

Università futura. Tra democrazia e bit

eco copertina

Eco (Umberto)

Il fascismo eterno

Gigerenzer cop decisioni intuitive

Gigerenzer (Gerd)

Decisioni intuitive

 lanier copertina

Lanier (Jaron)

Dieci ragioni per cancellare subito i tuoi account social 

legrenzi umilta

Legrenzi (Paolo) e Umiltà (Carlo)

Molti inconsci per un cervello. Perché crediamo di sapere quello che non sappiamo

copertina letta

Letta (Enrico)

Ho imparato

pulvis et umbra

Manzini (Antonio)

Pulvis et umbra

austriacanti copertina

Marcantoni (Mauro) e Postal (Giorgio)

Austriacanti. Storie di persone, di guerra, di identità,

contro lindifferenza 2232

Morelli (Ugo)

Contro l'indifferenza

mondo di sergio

Paissan (Mauro)

Il mondo di Sergio

copertina renzi

 Renzi (Matteo)

Avanti. Perché l'Italia non si ferma

copertina ross

Ross (Alec)

Il nostro futuro

 pratica collaborativa copertina

 Sala (Marco) e Menichino (Cristina)

La “Pratica collaborativa”: un altro modo di essere avvocati.

capitalismo e diritto civile

Salvi (Cesare)

Capitalismo e diritto civile

Max Tegmark Vita 3

Tegmark (Max)

Vita 3.0

Essere umani nell'era dell'intelligenza artificiale

 nudge

 Thaler (Richard) e Sunstein (Cass)

La spinta gentile

Maria di Nazaret

 Valerio (Adriana)

Maria di Nazareth

   

La versione di Fenoglio

La versione di Fenoglio, di Gianrico Carofiglio (Einaudi 2019)

recensione pubblicata su l'Adige del 1° maggio 2019

 

la versione di fenoglio Carofiglio

 

Le storie non esistono se non vengono raccontate (p. 22 e 167). Ma alcune storie devono essere costruite per poter essere raccontate: è il caso delle indagini investigative. Sotto questo profilo l’investigatore è un “costruttore di storie”: colui che, immaginando come potrebbero essere andati i fatti, prova a costruire una storia che tenga insieme tutti gli elementi a disposizione (p. 40).

L’ultimo libro di Gianrico Carofiglio “La versione di Fenoglio” (Einaudi) usa la storia dell’incontro tra un maturo investigatore (Pietro Fenoglio) e un ventenne intelligente e sensibile (Giulio), per raccontare delle storie (l’assassinio di un medico, la condanna frettolosa di un innocente, l’agguato teso ad un giovane imprudente) costruite grazie al lavoro investigativo.

Come al solito Carofiglio è bravo nel tratteggiare i suoi personaggi. In una palestra si frequentano (perché entrambi impegnati in attività riabilitative) un carabiniere ormai prossimo alla pensione e un giovane cui mancano due esami per laurearsi in Giurisprudenza (p. 12). Il primo ha appreso tanto dalla vita al punto da aver maturato una discreta dose di saggezza, anche se prova una vergogna adolescenziale nello scoprirsi innamorato della fisioterapista Bruna: la paura del rifiuto non ha età (p. 36). Il secondo non riesce a definirsi (p. 69) e manifesta un disagio esistenziale che si concretizza, ad esempio, nell’essere disattento come strategia di difesa (p. 71). Inutile dire che dal dialogo con Fenoglio questo giovane troverà giovamento, a riprova del paradigma pedagogico e di crescita reciproca che a volte appare nei libri dell’autore (in quello precedente, “Le tre del mattino” il dialogo è tra un padre e un figlio che finalmente si ri-trovano alla vigilia di un esame medico importante per il più giovane tra i due).

Uno dei fili conduttori del volume (i libri di Carofiglio si dipanano sempre su più livelli) è la riflessione sul “metodo investigativo”, ma sarebbe meglio dire sul “metodo della conoscenza”. L’autore evidenzia gli atteggiamenti e le strategie che, di volta in volta, possono agevolare ovvero ostacolare la ricerca della verità. Di seguito un piccolo inventario.

  • L’etichettatura (p. 11). Assegniamo un nome alle cose perché questo ci aiuta a semplificare la realtà. Ma così facendo tendiamo a percepire ciò che corrisponde all’etichetta e a non vedere ciò che la contraddice.
  • La capacità di osservare per cogliere l’essenza di una situazione (p. 54). Sapendo che l’abilità più grande non sta nel cercare quello che c’è, ma nel trovare quello che non c’è.
  • Il ricorso agli schemi, ovvero a quei modelli mentali che ci servono per orientarci nel mondo (p. 64). In un ristorante ci aspettiamo di trovare delle cose (cibo e non medicinali, ad esempio). Ma possono produrre anche una “cecità selettiva”: non vediamo ciò che non rientra nello schema[i].
  • Il diverso punto di vista. Per evitare di ignorare dettagli importanti è necessario cambiare punto di vista (p. 67). Un Pubblico Ministero, ad esempio, dovrebbe mettersi nei panni dell’avvocato difensore per verificare la bontà della propria congettura. E viceversa.
  • Procedere per aggiustamenti progressivi (85). La ricerca della verità (processuale e scientifica) non è mai lineare. Si procede per prove ed errori.
  • Saper porre le domande giuste quando è necessario ascoltare delle storie (38). Questo significa sapersi adattare all’interlocutore (p. 38).
  • Saper valutare le testimonianze (p. 126). La nostra mente distorce i ricordi e alcune domande possono addirittura influenzare il ricordo.
  • Imparare a riconoscere quando una persona sta mentendo (p. 162).

Mi sembra che tra i meriti dell'autore ci sia quello di riuscire a dare corpo ad un nuovo genere letterario che si potrebbe definire: "il romanzo-manuale" oppure "il saggio-romanzo". 

Esiste una trama narrativa principale: è quella del rapporto tra un vecchio e un giovane, le cui figure, però, coincidono con quelle dell'esperto e del neofita (il laureando) impegnati in una relazione pedagogica di trasmissione di conoscenze. Da notare che l'esperto si preoccupa della vita del suo allievo, non lesinando consigli utili a favorire il suo benessere.

Ci sono poi le trame narrative dei singoli casi (le storie "costruite" e narrate da Fenoglio). Ma queste ultime sono esempi se non "pretesti" per poter spiegare alcune tecniche da seguire nelle investigazioni (poliziesche ma anche scientifiche): trame narrative al servizio della parte manualistica del libro che lo fanno assomigliare ad un saggio, appunto.

Mi sembra una intuizione felice. Ed infatti anche "La versione di Fenoglio" non sfugge alla caratteristica dei libri di Carofiglio: si fa leggere in un fiato.

 

[i] Ho approfondito questo argomento, con riferimento alla ricerca in diritto comparato, in G. Pascuzzi, Conoscere comparando: tra tassonomie ed errori cognitivi, in Dir. pubbl. comparato ed europeo, 2017, 1179.

 

 

 

Vita 3.0 Essere umani nell'era dell'intelligenza artificiale. Di Max Tegmark.

Vita 3.0 Essere umani nell'era dell'intelligenza artificiale. Di Max Tegmark. (Raffaello Cortina, 2018).

Recensione apparsa su Sussidiario.net il 13 marzo 2019

 

Max Tegmark Vita 3

Max Tegmark è professore di fisica al MIT e presiede il “Future of Life Institute” una istituzione che si propone di “catalizzare e sostenere la ricerca e le iniziative per salvaguardare la vita e sviluppare visioni ottimistiche del futuro, compresi modi positivi per l'umanità di orientare il proprio percorso considerando nuove tecnologie e sfide” (futureoflife.org).

Alla luce delle proprie competenze, ha da poco pubblicato un libro dal titolo: “Vita 3.0. Essere umani nell’era dell’intelligenza artificiale” (Raffaello Cortina Editore, 2018) al fine di scandagliare gli scenari che possono schiudersi in ragione dell’incremento incessante della potenza computazionale (i.e.: di ragionamento) delle macchine.

Tegmark definisce “vita” ogni processo capace di mantenere la sua complessità e di replicarsi. Essa può svilupparsi in tre stadi. Innanzitutto c’è uno stadio biologico (1.0): hardware e software sono soggetti all’evoluzione. Poi c’è uno stadio culturale (2.0) in cui la vita può progettare il proprio software (essenzialmente attraverso l’apprendimento). Il terzo stadio è quello tecnologico (3.0, da cui deriva il titolo del libro): a questo livello la vita può progettare anche il proprio hardware “diventando padrona del proprio destino” (p. 72).

Secondo alcuni l’intelligenza artificiale (IA) può metterci in condizione di avere la vita 3.0 già in questo secolo: di qui la necessità di non sottovalutare i problemi che questa eventualità può innescare.

Sempre su un piano definitorio, Tegmark stabilisce una equivalenza tra l’intelligenza e la capacità di realizzare fini complessi. Attualmente l’intelligenza artificiale disponibile è molto ristretta. Ci sono, ad esempio, computer imbattibili nel gioco degli scacchi: ma sanno fare solo quello. L’uomo, invece, ha uno spettro molto ampio di abilità rispetto a tutti i fini.

In ogni caso l’evoluzione tecnologica è tumultuosa e, quindi, si stanno già realizzando innovazioni che ci danno un’idea di quello che può accadere. Tegmark spiega come l’intelligenza artificiale ci stia facendo fare progressi nel campo dell’esplorazione spaziale, della produzione industriale, dei trasporti, dell’energia (“reti intelligenti”), della sanità (con i robot che praticano operazioni chirurgiche anche a distanza), delle comunicazioni (“internet delle cose”). E non manca di mettere in guardia su situazioni già oggi problematiche (la riduzione dei posti di lavoro con la necessità di trovare il “senso” in attività diverse da quelle lavorative) o addirittura inquietanti: armi, come i droni, in grado di scegliere da sole l’obiettivo umano da distruggere.

Ma l’autore si propone di rispondere ad una domanda che si tende ad eludere: l’intelligenza artificiale può davvero assumere il controllo del mondo o consentire agli umani di farlo (p. 179)? Tegmark è chiaro sul punto: se riusciremo a realizzare una IA di livello umano è probabile che si inneschi una “esplosione di intelligenza”. Di qui una analisi affascinante dei possibili scenari: una superintelligenza che conviva con gli umani (perché “buona” o perché “costretta”); ovvero che li sostituisca del tutto.

Si arriva così al nocciolo dei problemi: quello dei fini. Prima che la situazione ci sfugga di mano è indispensabile fare in modo che l’intelligenza artificiale: a) comprenda i nostri fini; b) adotti i nostri fini; c) conservi i nostri fini. Questa operazione viene definita: allineamento dei fini. Il rischio vero non è quello di ritrovarsi una IA “cattiva”, bensì una IA estremamente brava nel realizzare propri fini non coincidenti con i nostri. È facile intuire che il problema di fondo assume una dimensione etica: quali sono i nostri “fini ultimi”? In che modo dobbiamo cercare di plasmare il nostro universo? A questo tipo di interrogativi filosofici occorre dare risposte condivise per poter sperare di farle comprendere e attuare all’intelligenza artificiale.

Ciò che colpisce del libro è la capacità di scendere nello specifico delle singole applicazioni e, al tempo stesso, di ricondurre ogni elemento dell’analisi ad una visione di insieme dei fenomeni e del problema di fondo. Tegmark è un fisico e non a caso il suo discorso sui “fini” muove dalle leggi sulla termodinamica. Ma dimostra di muoversi a proprio agio tra approcci informatici, ingegneristici, economici, sociologici, giuridici (anche se non mi sento di sottoscrivere fino in fondo quanto dice a proposito dei giudici-robot: p. 142 ss.) oltre che filosofici. Da questo punto di vista il libro è un esempio di metodo. La cultura scientifico/tecnologica deve procedere di pari passo con la cultura etico/morale. E per quel che riguarda la formazione dei tecnologi, il problema non si risolve insegnando qualche ora di filosofia nei corsi di informatica o di biologia. Ma rendendo l’informatica e la biologia semplici specializzazioni dei corsi di laurea in scienze umanistiche.

 

 

 

 

Ho imparato. Di Enrico Letta

Ho imparato. Enrico Letta (Mulino 2019)

Recensione apparsa su Sussidiario.net del 13 febbraio 2019.

 

copertina letta“Quando soffia impetuoso il vento del cambiamento c’è chi alza muri e chi, guardando avanti, costruisce mulini a vento”. Questa frase, riportata sulla quarta di copertina, ben sintetizza il libro di Enrico Letta “Ho imparato. In viaggio con i giovani sognando un’Italia mondiale” (Il Mulino 2019).

Quasi a richiamare due noti lavori di Max Weber (“La politica come professione” e “Il lavoro intellettuale come professione”) in Letta (classe 1966) giungono a sintesi due esperienze molto importanti. Quella politica: è stato un importante esponente del Partito democratico e Presidente del Consiglio per quasi un anno tra l’aprile del 2013 (succedendo a Monti) e il febbraio 2014 (lasciando la carica a Matteo Renzi). E quella intellettuale: si è dimesso da parlamentare nel 2015 per dedicarsi alla docenza universitaria; attualmente dirige la Scuola di Affari Internazionali dell’Università Sciences Po di Parigi.

Il lettore troverà di sicuro interesse il libro perché offre uno spaccato dei problemi che caratterizzano il nostro tempo: dall’emergenza ambientale all’ascesa di Trump; dall’incremento demografico ai fenomeni migratori; dal fallimento delle èlite al ruolo delle imprese italiane nel mondo. Per ognuno di essi l’analisi del passato recente viene considerata la premessa per comprendere il presente al fine di proporre delle ricette utili a sciogliere i nodi alla luce di una visione d’insieme.

Ma, nel complesso, dal volume emerge passione filtrata da un metodo. La prima è quella politica. Il secondo è quello proprio del professore.

Letta prende posizione alla luce di precise impostazioni politiche: lo fa, ad esempio quando difende convintamente l’ideale europeo. Nel quarto capitolo (“Ma l’Europa che ci sta a fare”) si sofferma sullo sport nazionale che ormai è diventato l’addossare all’Europa le colpe di tutto ciò che va male. L’autore sottolinea che si tratta di un atteggiamento sbagliato, che accredita affermazioni non vere. E ricorda, all’opposto, che siamo in Europa perché abbiamo valori comuni; e che in Europa, molto più che in altre parti del mondo, sono tutelati principi come il welfare, la parità uomo-donna, la difesa dell’ambiente e così via.

La passione politica emerge anche quando ricorda alcuni mali che ci affliggono. Il terzo capitolo (“Il fallimento delle elite”) è una critica feroce e veritiera delle classi dirigenti che si sono spogliate delle proprie responsabilità nei confronti della società e hanno pensato solo a perpetuare se stesse. Letta cita ad esempio la debolezza della classe dirigente inglese che sta gestendo la Brexit, ma anche le ultime leggi elettorali italiane (dal “Porcellum” all’”Italicum) che non consentono di selezionare parlamentari all’altezza del ruolo ma servono solo a mantenere al potere i gruppi dirigenti.

L’altro aspetto, si diceva, è quello metodologico. Può essere sintetizzato così: occorre comprendere i problemi (il che significa studiarli a fondo anche nelle loro connessioni), immaginare degli obiettivi (che vengono dalla visione politica), suggerire delle azioni concrete da attuare per raggiungerli.

Nelle pagine sulla crisi migratoria, all’analisi dedicata ai leader che speculano sulla paura solo a fini elettorali segue un elenco delle misure da prendere: ad esempio, aprire i canali di accesso legale. Nel capitolo che si occupa di istruzione dopo aver chiarito che nuova missione della scuola deve essere “insegnarci a pensare a ciò che non sappiamo (ancora) di non sapere” ci si sofferma su come innovare la didattica e su misure che andrebbero prese come la riduzione a 4 anni della scuola superiore e l’innalzamento a 16 anni dell’obbligo scolastico. Ricette vengono indicate anche per promuovere la presenza delle imprese italiane nel mondo: significativa la dichiarata simpatia verso forme di compartecipazione dei lavoratori alle scelte dei vertici aziendali.

Secondo Letta il ruolo della politica è quello di trovare e raggiungere un equilibrio tra competenza e rappresentanza (p. 51). Il problema diventa quello di formare politici all’altezza. La sua ricetta è duplice: a) nuovi meccanismi di selezione che restituiscano ai cittadini il potere di scegliere la propria rappresentanza; b) creare luoghi di formazione (e su questo lui è impegnato in prima persona).

Mi pare sia una dimostrazione ulteriore di quanto detto sin qui: per incidere sulla realtà occorre passione unita ad una competenza che matura grazie ad uno studio rigoroso dei fenomeni.

Letta ci dice già dal titolo del libro: “Ho imparato”. Si può non essere del tutto d’accordo con le sue analisi e con le sue ricette. Ma nel libro egli ci insegna, con il garbo che lo contraddistingue, un approccio raro e prezioso: allo studio e alla politica.

 

 

 

 

La questione morale (di Enrico Berlinguer)

La questione morale (di Enrico Berlinguer)

berlinguer questione moraleIl 28 luglio 1981, Enrico Berlinguer rilasciò a La Repubblica una lunga intervista dal titolo “Dove va il PCI?”.

Buona parte dell’intervista venne dedicata alla “Questione morale”. Ed infatti con quel nome viene ricordata. L’intervista è stata ripubblicata in un libricino edito da Imprimatur (ma il testo si può reperire sul sito www.enricoberlinguer.it).

Per punti, il pensiero di Berlinguer può essere così sintetizzato.

1) I partiti (era il 1981) hanno degenerato e questa è l’origine dei malanni d’Italia.

2) I partiti di oggi (era il 1981) sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello, e non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l’iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un “boss” e dei “sotto-boss”.

3) I partiti (era il 1981) hanno occupato lo Stato e le istituzioni, a cominciare dal governo.

4) Molti italiani (era il 1981) si accorgono benissimo del mercimonio che si fa dello Stato, delle sopraffazioni, dei favoritismi, delle discriminazioni. Ma gran parte di loro è sotto ricatto. Hanno ricevuto vantaggi (magari dovuti, ma ottenuti solo attraverso i canali dei partiti e delle loro correnti) o sperano di riceverne, o temono di non riceverne più.

Enrico Berlinguer sosteneva però che il PCI era diverso. Per tre ragioni:

  1. a) Il PCI vuole (voleva nel 1981) che i partiti cessino di occupare lo Stato.
  2. b) Il PCI vuole (voleva nel 1981) combattere e distruggere il privilegio ovunque si annidi, che i poveri e gli emarginati, gli svantaggiati, vadano difesi, e gli vada data voce e possibilità concreta di contare nelle decisioni e di cambiare le proprie condizioni, che certi bisogni sociali e umani oggi ignorati vadano soddisfatti con priorità rispetto ad altri, che la professionalità e il merito vadano premiati, che la partecipazione di ogni cittadino e di ogni cittadina alla cosa pubblica debba essere assicurata.
  3. c) Il PCI vuole (voleva nel 1981) discutere in qual modo superare il capitalismo inteso come meccanismo, come sistema, giacché esso, oggi, sta creando masse crescenti di disoccupati, di inoccupati, di emarginati, di sfruttati. Sta qui, al fondo, la causa non solo dell’attuale crisi economica, ma di fenomeni di barbarie, del diffondersi della droga, del rifiuto del lavoro, della sfiducia, della noia, della disperazione.

Berlinguer sosteneva che la questione morale non si esaurisce nell’identificare e condannare i corrotti. Diceva testualmente: “La questione morale, nell’Italia d’oggi, fa tutt’uno con l’occupazione dello stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt’uno con la guerra per bande, fa tutt’uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di costoro, che vanno semplicemente abbandonati e superati. Ecco perché dico che la questione morale è il centro del problema italiano. Ecco perché gli altri partiti possono provare d’essere forze di serio rinnovamento soltanto se aggrediscono in pieno la questione morale andando alle sue cause politiche”.

Quasi quarant’anni dopo, cosa è cambiato da quella intervista?

Certamente non esiste più il PCI, come partito.

Non esiste un partito che possa rivendicare una “diversità”, come descritta da Berlinguer.

Non è più condiviso da molti il desiderio di costruire una società più giusta, e non assuma a valore la lotta per il benessere personale a prescindere dalla sorte degli altri. Si fa fatica a credere che non esista un partito che ponga al centro della propria esistenza le "masse crescenti di disoccupati, di inoccupati, di emarginati, di sfruttati" (che esistono, in gran numero, specie tra i giovani).

Ma è attuale l’analisi che cerca le cause dei “fenomeni di barbarie, del diffondersi della droga, del rifiuto del lavoro, della sfiducia, della noia, della disperazione”.

Attuale è anche l’analisi impietosa dei partiti.

Berlinguer, nel 1981, parlava di entità come il PCI, il PSI, la DC, il PSDI, il PRI, il PLI. Entità che non esistono più (se non nella forma, in qualche caso: i simboli elettorali hanno valore economico; nella sostanza e nella rilevanza politica).

Ma i partiti che sono venuti dopo non sono migliori di quelli che li hanno preceduti. Ed anche i movimenti che rivendicano di non essere partito per non condividerne i difetti stentano ad essere credibili sul piano della diversità.

La questione morale resta centrale. Essa riguarda la forma stessa dei partiti, il metodo di governo e la concezione della politica (non passione civile e grandi ideali, ma tutela dell’interesse spicciolo se non losco).

E per affrontarla occorre partire dal dato che Berlinguer sottolineava: gran parte degli italiani fa parte del “sistema immorale”. Ha ricevuto vantaggi dalla politica o spera di riceverne.

Da questo occorre partire: dal non confondere il diritto con il favore. Oggi come quaranta anni fa.

 

 

Fascismo eterno (di Umberto Eco)

Fascismo eterno (di Umberto Eco)

eco copertina

 

Nel 1995 Umberto Eco pronunciò un discorso alla Columbia University, da poco ripubblicato da “La nave di Teseo”[i].

Eco, dopo aver parlato di come egli visse (da ragazzino) la caduta del fascismo italiano, individua alcune delle caratteristiche del fascismo che tendono sempre a riproporsi. Lui lo chiamava “Ur-fascismo”. Le riassumo di seguito.

  1. 1. Culto della tradizione (conseguenza: non ci può essere avanzamento del sapere).
  2. 2. Rifiuto del modernismo.
  3. 3. Culto dell’azione per l'azione (la cultura è sospetta).
  4. 4. Inaccettabilità della critica (il disaccordo è tradimento).
  5. 5. Paura della differenza.
  6. 6. Appello alle classi medie frustrate.
  7. 7. Ossessione del complotto (possibilmente internazionale).
  8. 8. I nemici sono al tempo stesso troppo forti e troppo deboli.
  9. 9. Il pacifismo è collusione col nemico; il pacifismo è cattivo perché la vita è una guerra permanente.
  10. 10. Disprezzo per i deboli.
  11. 11. Ciascuno è educato per diventare un eroe.
  12. 12. Machismo.
  13. 13. Populismo qualitativo.
  14. 14. Uso di un lessico povero e di una sintassi elementare, al fine di limitare gli strumenti per il ragionamento complesso e critico (uso della Neo-lingua).

Sarebbe un errore applicare quel ragionamento in maniera automatica alla attuale situazione italiana. Il suo discorso aveva portata generale. Proprio in questa ultima prospettiva occorre guardare a quei 14 punti.

Eco concludeva il suo intervento alla Columbia con queste parole:

“L'Ur-Fascismo è ancora intorno a noi, talvolta in abiti civili. Sarebbe così confortevole, per noi, se qualcuno si affacciasse sulla scena del mondo e dicesse: "Voglio riaprire Auschwitz, voglio che le camicie nere sfilino ancora in parata sulle piazze italiane!" Ahimè, la vita non è così facile. L'Ur-Fascismo può ancora tornare sotto le spoglie più innocenti. Il nostro dovere è di smascherarlo e di puntare l'indice su ognuna delle sue nuove forme - ogni giorno, in ogni parte del mondo”.

La mia personale preoccupazione è che l’Ur-fascismo non sia “intorno” a noi. Ma “dentro”.

Alcuni dei 14 fenomeni riportati da Eco mi sembrano legati al modo di funzionare del nostro cervello. Di una parte del nostro cervello, per meglio dire (il Sistema 1, per citare Kahneman[ii]). Sono scorciatoie. Ma anche meccanismi adattivi. Un esempio: considerare il dissenso un tradimento è un modo di rinsaldare il gruppo, e per gli uomini primitivi stare in gruppo significava salvare la vita. Il rifiuto dell'innovazione dipende dalla cosiddetta "path dependency" e dalla tendenza a mantenere lo status quo. E così via.

Ho rivolto la domanda ad un mio collega, il Prof. Roberto Cubelli (Ordinario di Psicologia generale). Con il suo consenso riporto (in corsivo, di seguito) la sua mail di risposta che contiene considerazioni meditate e illuminanti che mi sembra importante condividere.

Umberto Eco ha elencato tutte le caratteristiche che descrivono ogni forma di fascismo. Anche se altre caratteristiche possono essere aggiunte per identificare specifiche esperienze storiche, queste 14 sono necessarie e sempre presenti. Prese singolarmente non appartengono solo al fascismo. Alcune sono tipiche di ogni forma di totalitarismo (inaccettabilità della critica, ossessione per il complotto, costruzione di una neolingua), altre si riscontrano nelle società preindustriali (culto della tradizione, rifiuto del dissenso come tradimento), altre sono presenti anche nelle moderne democrazie (paura della differenza). Quando coesistono tutte insieme, le 14 caratteristiche consentono di classificare un sistema politico come fascista, anche se questo ha assunto forme inedite e non riproduce i modelli e i comportamenti del passato. Da questo punto di vista, è corretto pensare al fascismo quando ci si riferisce alla cultura, al progetto e al linguaggio di Salvini e della Lega (e in parte del M5S). Chi, come Cacciari, nega la possibilità di un ritorno del fascismo, ha ragione se pensa a manganelli e olio di ricino, è miope (nella migliore delle ipotesi) se ritiene impensabile l'affermarsi di un nuovo regime che includa tutte quelle 14 proprietà.

 

Tu scrivi che il fascismo (l'Ur-fascismo) è dentro di noi. Se con questa espressione intendi dire che il fascismo è esperienza umana che nasce al nostro interno e coinvolge ognuno di noi, hai ragione (ma allora anche l'antifascismo è dentro di noi). Se invece pensi che il fascismo possa ridursi a (o essere spiegato mediante) fattori psico-biologici o tratti cognitivo-comportamentali, allora non sono d'accordo. C'è certamente una dimensione soggettiva ed emotiva da non sottovalutare, ma il fascismo è prima di tutto un fenomeno di carattere sociale, culturale e politico. Non è vero che "una parte di noi è naturalmente portata agli atteggiamenti "fascisti" e che solo la parte di noi evoluta (la cultura) è in grado di combatterli". Gli atteggiamenti fascisti non sono sempre naturali e primitivi, la cultura di per sé non è in grado di combattere il fascismo. Pensa al nazismo, che è nato nella società più evoluta del pianeta, e al fascismo italiano, che ha avuto il supporto incondizionato e partecipe di quasi tutta l'Università. La cultura sostiene il progresso, non previene, né combatte il fascismo.

 

E' di tutti noi la preferenza per chi ci è vicino e appartiene al nostro "gruppo" (famigliare, sociale, culturale, nazionale o etnico). Quando siamo informati di un evento tragico o di una catastrofe, la nostra reazione emotiva varia a seconda che tra le vittime sia presente o meno una persona che vive nel nostro paese o frequenta i nostri ambienti. Questa tendenza non è un segno implicito di discriminazione o di atteggiamento fascista. Io sono emotivamente legato alla strage della stazione di Bologna (82 morti). Quel giorno sono andato alla stazione dopo l'esplosione, ogni anno partecipo alla manifestazione commemorativa. Quella strage ha rappresentato un momento fondamentale nella mia vita e nella mia formazione, il ricordo ancora oggi genera in me dolore e rabbia. So che in questi anni, in Iraq e in altri paesi del Medio Oriente, quasi ogni giorno si sono registrati attentati con centinaia di vittime. La mia condanna è netta e ferma, ma il coinvolgimento affettivo è diverso. La distanza (non solo geografica) e la mancata esperienza (anche solo percettiva) attenuano i sentimenti e determinano una reazione quasi esclusivamente razionale. La preferenza per chi conosciamo o per chi ci somiglia non determina il fascismo, non è il fascismo dentro di noi. Bias, euristiche e stereotipi sono alla base dei nostri comportamenti, ma non sono e non spiegano il fascismo. Non credo sia giusto accusare di fascismo tutti noi (o alcuni di noi) per la presenza di sentimenti, pregiudizi e preferenze che non controlliamo e di cui spesso non siamo consapevoli. Il fascismo è un fenomeno collettivo, è progetto politico: l'esatto contrario dell'esperienza soggettiva e del vissuto individuale. 

 

In un recente libro, Francesco Piccolo ha parlato dell'animale che si porta dentro; negli anni settanta le femministe denunciavano il maschilismo dei loro compagni: il conflitto asimmetrico dovuto alla differenza sessuale non può essere considerato la premessa inevitabile del machismo teorizzato e praticato dal fascismo. Tutti gli uomini sono potenzialmente fascisti perché incapaci a comprendere le donne e il loro punto di vista? Non credo. Si è fascisti quando atteggiamenti e sentimenti (così come i comportamenti violenti) sono apertamente giustificati, teorizzati e propagandati come progetto di società e di governo. Quando dal sentimento da conoscere e controllare si passa al programma da realizzare e esibire con compiacimento.

L'idea che i pregiudizi e i bias individuali siano alla base del fascismo e che quasi tutte le persone siano implicitamente razziste è stata sostenuta da molti psicologi a partire dagli anni novanta. Di recente una studiosa ha scritto "Nei vari studi si osserva ripetutamente come gli europei-americani (ingroup) siano influenzati da atteggiamenti e stereotipi negativi nei confronti degli afroamericani (outgroup), in agguato anche nella percezione che gli uomini hanno delle donne o che i giovani hanno degli anziani, per fare solo alcuni esempi. I pregiudizi che ne derivano emergono già dopo alcune decine di millisecondi e non raggiungono il livello della consapevolezza, cioè le persone non sanno (o non ammettono consapevolmente) di provarli. Quando agli europei-americani viene chiesto di valutare direttamente gli ‘afroamericani’, essi affermano esplicitamente di non avere pregiudizi nei confronti di questi ultimi; quando invece vengono adottate misure implicite dell’associazione tra concetti quali ‘bianco’ e ‘nero’ e attributi quali ‘buono’ e ‘cattivo’, gli europei-americani risultano in realtà prevenuti nei confronti degli afroamericani". Gli studi cui si fa riferimento utilizzano l'Implicit Association Test, una procedura che mette in evidenza l'esistenza di meccanismi associativi che a livello implicito e automatico possono influenzare i giudizi. Tuttavia se le persone mostrano una forte associazione tra le parole nero e cattivo, questo non significa che siano - anche se implicitamente - razziste. L'associazione è a livello semantico lessicale e non implica alcun orientamento politico o giudizio di valore. La connotazione negativa della parola nero non è sempre correlata al colore della pelle: per esempio, può riferirsi alla paura del buio o agli abiti dei banditi. Nel linguaggio ordinario diciamo "sono uscito da un periodo nero", "sono nero dalla rabbia", "mi ha fatto nero". Sono espressioni che hanno significato diverso e che non rivelano razzismo. 

 

In sintesi, non credo che si possano mescolare il piano psicologico individuale (ciò che è dentro di noi) con il piano sociale e culturale (ciò che è intorno a noi). Il fascismo è prima di tutto una scelta condivisa, un comportamento pubblico esplicito. Che sia un fatto culturale e non psicologico è dimostrato dall'antisemitismo (religioso, scientifico o politico, che sia). Gli antisemiti odiano un ebreo "astratto", che non esiste e non conoscono: Le azioni di chi ha pianificato e praticato lo sterminio non erano giustificate da bias e tendenze "naturali" o atteggiamenti psicologici. Non c'era un elemento che rendesse l'ebreo riconoscibile o identificabile come diverso: gli ebrei sono stati discriminati, rastrellati, uccisi, indipendentemente da caratteristiche relative a corpo (non differivano per colore della pelle e altri tratti somatici), religione (molti erano atei), pericolosità (tra le vittime anche neonati e invalidi), denaro e potere (la maggioranza era povera e ai margini della società), linguaggio (molti erano connazionali e residenti da generazioni), costumi e morale (i codici comportamentali in genere erano gli stessi).

 

La psicologia non consente di spiegare il fascismo; può aiutare a comprendere il suo propagarsi, ma non la sua nascita, può aiutare a studiare la dimensione del consenso ma non lo sviluppo dei suoi contenuti. Parlare di fascismo dentro di noi (di tutti noi) non aiuta nessuno: colpevolizza chi fascista non è, gratifica chi rivendica di esserlo.

 

[i] A questo link è possibile trovare la versione originale inglese del saggio di Umberto Eco. https://www.nybooks.com/articles/1995/06/22/ur-fascism/.

A questo indirizzo ho trovato una traduzione in italiano:  http://www.unmarzianoaroma.it/documenti/Ur_fascismo.pdf

[ii] Kahneman D., Pensieri lenti e veloci, Milano, 2013, p. 25.

 

 

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