Giovanni Pascuzzi

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Un sorriso in ospedale

Un sorriso in ospedale

 

Corriere del Trentino, 13 febbraio 2016

 

L’appuntamento con lo specialista è fissato per le 11.40. Imbocco il corridoio del suo ambulatorio giusto in tempo per ascoltare l'infermiera mentre dice: «Siamo un po' in ritardo sulla tabella di marcia, il dottore si scusa e chiede di avere un po' di pazienza». Un signore non aspetta che la frase sia finita per cominciare le lamentazioni sulla sanità che non funziona.

Gli dico che forse stanno visitando con scrupolo chi c'era prima di noi, oppure un caso si è rivelato più complicato del previsto. Mi guarda come un marziano, ma non gli lascio il tempo di replicare perché mi dirigo più avanti alla ricerca di un posto a sedere. Lo trovo quasi di fronte a un altro ambulatorio: c'è altra gente in attesa.

Di lì a poco esce una dottoressa che invita un bambino a entrare: mi colpisce che lo faccia con il sorriso sulle labbra e che poi lo prenda per mano. La porta si chiude e giunge una signora anziana su una sedia a rotelle. La sento dire all'infermiera che la spinge: «Che bel lineamenti che hai». La giovane la ringrazia ma sottolinea come vorrebbe sentirsi dire che è una bella persona. La signora risponde: «Non posso dirlo perché non ti conosco, ma una ragazza così bella e così gentile non può che essere una bella persona». Si riapre la porta e la dottoressa si dirige da lei: sorridendo l'accarezza. Poi arriva una donna in barella. Un collare limita i movimenti della testa: si vede che sta soffrendo. La dottoressa deve essere stata avvertita perché esce di corsa e la raggiunge: non sento quello che le sussurra, ma vedo che le stringe la mano.

Non so perché mi ritrovo a pensare alle ragioni per cui delle persone scelgono di fare il medico. Un lavoro duro, che richiede molti annidi studio per poi ritrovarsi ogni giorno a contatto con la sofferenza. Forse banalmente per avere un reddito, forse perché spinti dal desiderio di avere la gratificazione che l'infermiera cercava dalla signora. O, ancora, per aver cura dei propri cari e magari di se stessi. Per provare a sconfiggere la morte. O anche, semplicemente, per spingerla un poco più in là. Magari tutte queste cose insieme. Ma il modo con cui quella dottoressa ha trattato ogni singolo paziente mi ha fornito la misura di quanta umanità occorra per lavorare con i malati.

Sento chiamare il mio nome. Dallo studio dello specialista esce il brontolone di prima. La sua visita è durata quasi un'ora. Gli sguardi si incrociano e ho la chiara sensazione che abbia capito il senso di quello che gli avevo detto.

 

 

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