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Saper essere magistrato (inaugurazione anno giudiziario 2016)

Saper essere magistrato (inaugurazione anno giudiziario 2016)

 

Corriere del Trentino, 30 gennaio 2016

Corriere dell'Alto Adige, 30 gennaio 2016

 

L'ultimo fascicolo di Questione giustizia (trimestrale promosso da Magistratura democratica) ospita un interessante articolo di un giovane magistrato che ha da poco assunto le funzioni.

Raccontando le sensazioni maturate durante il periodo trascorso con tanti suoi giovani colleghi a Scandicci, presso la Scuola superiore della magistratura, egli si dichiara convinto che i giovani magistrati siano molto più interessati ad imparare i tecnicismi del mestiere che non ad interrogarsi sul ruolo del magistrato e dell'ordinamento giudiziario complice l'immagine dipinta dai giornali di una magistratura dilaniata da correnti che hanno smarrito il loro ruolo originario.

Un mio amico magistrato sostiene che negli ultimi 3 lustri la magistratura è molto cambiata. Si entra nei ruoli ad una età molto più avanzata che in passato (anche dopo i 40 anni) spesso avendo alle spalle altre esperienze lavorative. Per tanti la vecchia motivazione ideale è stata soppiantata dalla soddisfazione di aver trovato un buon impiego. A corroborare il disinteresse per il significato della funzione c’è la decisione di valutare il lavoro dei magistrati più in termini di quantità di provvedimenti prodotti che di qualità del lavoro svolto per cui le cause sono solo pratiche da sbrigare.

Anche l’avvocatura sta cambiando pelle. In un editoriale di qualche settimana fa ho ricordato i contenuti di uno studio condotto dal Censis che fotografa uno stato di malessere degli avvocati italiani stritolati tra l’inefficienza del sistema giudiziario e il calo di reputazione presso la cittadinanza il tutto condito da una diminuzione consistente dei fatturati che sta portando tante persone ad abbandonare la professione.

L’inaugurazione dell’anno giudiziario è di regola occupato da relazioni che forniscono il polso dello stato di salute della giustizia nel distretto. Vengono snocciolate cifre sul numero di procedimenti pendenti o conclusi, sulla cronica mancanza di personale e simili. Tutti dati importanti, ovviamente. Ma è fondamentale che gli operatori della giustizia (magistrati, avvocati, personale amministrativo) tornino ad interrogarsi sul significato della funzione che la società chiede loro di svolgere. Per scongiurare il rischio di un abbandono collettivo alla sindrome di burn out.

Al centro di questa riflessione non può che esserci la formazione che, accanto all’imprescindibile attenzione per la preparazione tecnica, non può trascurare di trasmettere il «saper essere» operatori della giustizia.

 

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