Giovanni Pascuzzi

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Il voto non è negoziabile. La libertà degli elettori

 

Corriere del Trentino 20 aprile 2016

Il contratto con il quale Lorenzo Baratter si era impegnato, in caso di elezione, a versare 500 euro al mese ai cosiddetti «cappelli piumati», non avrebbe alcuna rilevanza penale.

Si deve allora ritenere che contratti di quel tipo possono essere tranquillamente sottoscritti? Senza entrare nel merito di una vicenda ancora sub iudice, è possibile svolgere qualche considerazione generale.

Sono rari i casi nei quali della validità di simili contratti si è parlato nei tribunali civili. Nel 1971 la Cassazione considerò nulla la convenzione con la quale due candidati alle elezioni politiche si erano obbligati, contro il versamento di una somma di denaro, a far convergere i voti propri e di altri elettori su un diverso candidato della stessa lista, a condurre la campagna elettorale nell'interesse di lui e a far rinunciare, a suo vantaggio, gli altri candidati che risultassero eventualmente eletti.

Quella decisione si basava su un solido orientamento da tempo affermato dagli studiosi. Nel 1902 Francesco Ferrara, nel libro intitolato «Teoria del negozio illecito nel diritto civile italiano», scriveva: «È illecito il contratto con il quale si vende il proprio voto politico o alcuno si astiene dal votare, sia ricevendo promesse vantaggiose o prestazioni in denaro; e sono anche illeciti i contratti conchiusi fra candidati e grandi elettori o con agenti elettorali, con cui si promette qualche vantaggio per la riuscita dell'elezione».

Tale orientamento è ancora oggi costantemente ribadito nella letteratura giuridica. La nullità di siffatte pattuizioni (quando non colpite direttamente da norme come l'articolo 96 del decreto del presidente della repubblica 361/1957) viene giustificata con la loro contrarietà al «cosiddetto ordine pubblico politico», quindi ai principi che riguardano l'esistenza e il funzionamento dei pubblici poteri nonché le libertà e i diritti fondamentali delle persone.

C'è chi ritiene tali patti contrari anche al buon costume, ovvero ai principi etici condivisi dalla gran parte del corpo sociale in un dato momento storico così da essere percepiti come immorali e vergognosi.

La rappresentanza politica presuppone la libera e totale autodeterminazione degli elettori. Quando tale autodeterminazione viene «negoziata» salta un pilastro del sistema. Avviene nelle ipotesi di scambio elettorale politico-mafioso. Ma può avvenire anche perché, semplicemente, si smarrisce il senso della rappresentanza politica.

Giovanni Pascuzzi

 

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