Giovanni Pascuzzi

Tracce digitali di GIOVANNI PASCUZZI

Ho raccolto l'invito degli studenti: ecco l'Università che vorrei.

Corriere del Trentino, 18 novembre 2017

sedia uduAlcuni universitari trentini ieri hanno celebrato la giornata internazionale degli studenti (nata per rivendicare il diritto allo studio e il diritto degli studenti a esprimersi) collocando delle sedie in prossimità di alcuni edifici del nostro ateneo sulle quali era affisso un cartello con un invito e una domanda: «Fermati. Siediti. Guardati intorno. È questa l’università che vorresti?». Visto che mi sono trovato una di queste sedie quasi di fronte al portone di casa, mi sono accomodato su di essa e mi sono posto la domanda.

No: non è questa l’università che vorrei. Per tante ragioni. Perché ho creduto e credo in un’università aperta a sempre più persone; invece dobbiamo registrare a livello nazionale un sensibile calo degli iscritti e a livello provinciale una flessione dei diplomati che proseguono negli studi.

Perché quotidianamente mi sento schiacciato tra l’incudine rappresentata da chi affossa l’università (ad esempio trasformando i concorsi in un baratto tra posti e incarichi professionali) e il martello rappresentato dagli «illuminati» che pretendono di avere in tasca la ricetta per migliorare la situazione.

Perché non credo che l’università sia un’azienda, mentre le ultime riforme le impongono di uniformarsi a standard e indicatori (cosiddette «performance») con le quali si pretendono di ricondurre a numeri attività (la ricerca e la formazione) che non possono essere misurate.

Perché la rincorsa al rispetto degli indicatori, al fine di ottenere i finanziamenti, sta minando la stessa possibilità di produrre pensiero critico e innovativo: basti dire che l’indicatore è lo standard, mentre l’innovazione è ciò che, per definizione, è fuori dallo standard.

Perché è stato costruito un modello con poche figure stabili e con molte figure precarie che in questo modo vengono private del potere di opporsi a quei pochi che il potere lo hanno.

Perché la logica aziendale sta trasformando (non per loro colpa) gli studenti da cittadini in consumatori. E perché vorrei sentire gli studenti fare gruppo per gridare slogan significativi e non solo per urlare il patetico e stantio «dottore, dottore nel …» in occasione delle lauree.

Alla fine mi sono alzato da quella sedia. E ho ripreso il lavoro quotidiano attraverso il quale provo a cambiare le cose che non mi piacciano. Sono certo che lo stesso spirito anima i ragazzi che hanno dato vita a questa originale iniziativa

 

 

Rovereto, 21 novembre 2017. Presentazione del libro "Il problem solving nelle professioni legali"

copertina problem solving

 

 Il 21 novembre 2017, su iniziativa dell'Associazione Nazionale Forense, della Associazione roveretana per la giustizia, e dell'Ordine degli avvocati di Rovereto, sarà presentato il libro "Il problem solving nelle professioni legali" Il Mulino, 2017.

Palazzo Rosmini - Sala degli Specchi - Corso Rosmini, 30 - Rovereto

Introducono:

il Senatore Renzo Michelini

il Presidente dell'Ordine degli Avvocati, Avv. Mauro Bondi

Coordina:

l'Avvocato Paolo Mirandola, del Foro di Rovereto

Sarà presente l'autore

 

 

Locandina

Del linguaggio politico-giuridico: ma che vuol dire "cabina di regia"?

Espressioni ambigue: cabina di regia

Corriere del Trentino, 14 novembre 2017

cabina regiaSpesso il legislatore si invaghisce di espressioni nate in ambiti specifici ma poi entrate nel lessico corrente al punto da usarle nei testi normativi. Oltre che da parole come «governance», un esempio è rappresentato dall’asserzione «cabina di regia». Usata per la prima volta a livello nazionale in una legge del 1995 (ma si veda anche la più recente cabina di regia istituita dall’articolo 212 del Codice degli appalti), essa è ricorrente anche nella normazione provinciale.

In Trentino, infatti, tra le altre, abbiamo: la cabina di regia delle aree protette e dei ghiacciai (articolo 51, legge provinciale 11/2007); la cabina di regia provinciale per l’attuazione di politiche integrate per la prevenzione del disagio delle famiglie e dei cittadini (articolo 29, legge 1/2011); la cabina di regia del sistema integrato provinciale della vigilanza territoriale e ambientale (articolo 7, legge 4/2009); la cabina di regia della filiera foresta–legno (decreto presidenziale dell’agosto 2014); sta inoltre per essere istituita anche una cabina di regia finalizzata al coordinamento delle azioni destinate a combattere il cyberbullismo (delibera 1764/2017 della giunta provinciale).

Stando al vocabolario, la locuzione indica semplicemente il locale acusticamente isolato da cui il regista dirige i programmi radiotelevisivi: un luogo, quindi, più che un’attività. Nel contesto indicato, il significato dovrebbe sintetizzare un’azione di governo capace di integrare visione, programmazione, coordinamento e azione concreta. I puristi in campo giuridico guardano con sospetto il ricorso a espressioni siffatte perché vaghe e indistinte, almeno fino a quando non viene precisato con esattezza chi fa cosa e come.

Ci sono due aspetti che inducono a un’attenta e approfondita riflessione. Per un verso, di regola, il regista è solo, mentre in simili «cabine» confluiscono una pluralità di soggetti portatori tanto di competenze quanto di interessi relativi allo specifico ambito preso in considerazione. Dall’altra parte, il regista è colui che predispone le scene e le azioni cui gli attori dovranno attenersi: il perno creativo di un lavoro di squadra.

Non è chiaro se l’espressione cabina di regia rimandi ai locali, alle apparecchiature oppure a un qualche elemento sostanziale. Alla fine è un’espressione ambigua che fa tornare alla mente Giorgio Gaber, il quale nella canzone «Far finta di essere sani» diceva: «Per ora rimando il suicidio e faccio un gruppo di studio».

 

 

Il fascino degli indicatori nelle Università

indicatoreIl fascino degli indicatori nelle Università.

Lo scorso settembre sul Sole24ore era apparso un mio articolo sugli indicatori nelle università.

Ho approfondito la riflessione in una nota apparsa sul Foro italiano

Giovanni Pascuzzi, Il fascino discreto degli indicatori: quale impatto sull'Università?

Il Foro Italiano, 2017, I, 2549

 

 

 

Un caso di malaria, l'ospedale di Trento e le conclusioni affrettate della Ministra della Sanità

Un caso di malaria, l'ospedale di Trento e le conclusioni affrettate della Ministra della Sanità

Corriere del Trentino, 7 novembre 2017

 

malariaLa vicenda della piccola Sofia (deceduta per aver contratto la malaria) è ritornata alla ribalta della cronaca nazionale. Secondo il Corriere della Sera «dalle prime indiscrezioni sui risultati delle analisi compiute dai consulenti tecnici per conto della Procura di Trento emergerebbe che il ceppo del parassita malarico che l’ha contagiata corrisponde a quello identificato in due bimbe del Burkina Faso, ricoverate a Trento quella stessa settimana. Prende corpo, quindi, l’ipotesi che a causare l’infezione sia stato il tragico errore di un sanitario».

La ministra della Sanità ha dichiarato all’Ansa: «Possiamo escludere assolutamente che la malaria sia stata presa in un contesto esterno all’ospedale di Trento. Questo mi sembra un conforto perché vuol dire che non abbiamo ceppi di zanzare che sono vettori malarici. Da un certo punto di vista siamo tutti più sicuri». La Procura di Trento afferma però di non aver ancora ricevuto nulla dai periti nominati, mentre i vertici dell’azienda sanitaria sostengono che tutti i protocolli sono stati rispettati (quindi viene esclusa la possibilità dell’uso scorretto di un ago, come invece adombrato dalle anticipazioni di stampa).

Forse conviene invitare tutti alla prudenza. La ministra sembra soddisfatta di poter addossare la responsabilità sul nosocomio del capoluogo al punto da dare per scontato che «le autorità competenti interverranno sull’ospedale di Trento nel modo più consono e appropriato possibile». La ministra emette già una sentenza inappellabile, e cade in una fallacia logica: il fatto che sia identico il ceppo malarico che ha colpito Sofia e le bimbe del Burkina Faso non comporta come conseguenza necessaria che non ci siano in Italia zanzare in grado di trasmettere la malaria. Si tratta di errori di ragionamento che nella logica deduttiva prendono il nome di «non sequitur» ovvero di «ignoratio elenchi».

Sarebbe bene attendere i risultati definitivi delle inchieste. Anche perché occorre sapere non solo come Sofia abbia contratto la malaria, ma anche perché per lei (a differenza delle altre bimbe ammalatisi) l’esito sia stato infausto: hanno inciso condizioni particolari del soggetto o altre cause, come ad esempio un ritardo nella diagnosi? Nel frattempo sarebbe bene evitare di istruire processi sommari e di considerarsi sicuri abbassando la guardia nei confronti di tutti i possibili agenti portatori della malattia (zanzare comprese).

 

Il disumano è nei dettagli

Il disumano è nei dettagli

 

disumano

L’invito a presenziare all’evento mi era giunto via mail a firma «lo staff». Dopo aver comunicato l’impossibilità di partecipare a causa di pregressi impegni, dallo stesso indirizzo mail mi giunge il rituale messaggio di rammarico per la mancata presenza ma stavolta la firma è «a nome di…».

Le dita sulla tastiera sono partite d’istinto prima che ogni controllo razionale potesse vagliare l’opportunità di quello che stavo facendo: ho chiesto la cortesia di conoscere il nome della persona che mi stava scrivendo. Quasi immediatamente arriva la risposta: «Buona sera, sono Anna Rossi (nome di fantasia), mi dica»: il tono sembrava quello di chi si aspetta un rimprovero per aver fatto qualcosa di sbagliato. Ma la mia intenzione era tutt’altra: «Grazie gentile Anna. Non mi piace dialogare con qualcosa di impersonale come “staff” o “a nome di”. Siamo persone. E volevo ringraziare una persona per avermi scritto». Anche la replica è arrivata immediata: «Ma ringrazio io Lei per la gentilezza e... l’umanità, così rara nel mondo (pur iper-connesso) di oggi».

Mi ha molto colpito l’uso della parola «umanità». Spesso ascoltiamo, specie da papa Francesco, denunce contro la disumanità del lavoro: quello che si svolge in condizioni che non garantiscono i livelli minimi di sicurezza, o che impone turni e orari massacranti impedendo di assecondare le più elementari esigenze affettive e familiari del lavoratore, o, ancora, che è guidato dai computer che tracciano, secondo per secondo, le attività riducendo gli esseri umani a pesci in un acquario.

Nel caso specifico, però, il concetto di umanità è stato usato in un’accezione diversa: come assoluta spersonalizzazione di ogni relazione lavorativa. Parlando del lavoro in fabbrica si ricorre ancora oggi al termine alienazione per indicare il soggetto che si applica solo alla prestazione a lui richiesta: come Charlie Chaplin che stringe bulloni alla catena di montaggio nel film «Tempi moderni». In questa vicenda il richiamo all’umanità ha fatto emergere, in maniera spontanea e gentile, il disagio che nasce dalla richiesta di identificarsi con un gruppo o con il nome di un altro. Una forma di spersonalizzazione che uccide identità e relazione, ovvero l’essenza stessa dell’esistenza.

Forse qualche lettore penserà che quanto segnalato non sia un grande problema. Certamente è un frammento del «disumano» che caratterizza la nostra epoca.

Corriere del Trentino, 21 ottobre 2017. Corriere dell'Alto Adige, 21 ottobre 2017.

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