Giovanni Pascuzzi

Tracce digitali di GIOVANNI PASCUZZI

Il conformismo e la laurea a Marchionne

 

Ettore Paris, direttore del mensile Questo Trentino, interviene sullo "spillo" di ferragosto del Corriere della Sera circa la laurea ad honorem a Sergio Marchionne. Mi pare colga il nocciolo del problema.  Riproduco l'editoriale di Ettore.

 

 CONFORMISMO (di Ettore Paris)   

Sulla laurea honoris causa a Sergio Marchionne in Ingegneria Meccatronica abbiamo già scritto. E le cose ci sembrano molto chiare: il Senato Accademico della nostra Università ha deciso l'onorificenza, signorilmente sorvolando sulla sua totale incongruità (Marchionne in Meccatronica ha zero competenze e meriti, diversamente da gestione aziendale, o architetture finanziarie) per due - ahimè conclamati - motivi: la laurea honoris causa è una pagliacciata, già elargita a destra e manca; a Marchionne vale la spesa lisciare il pelo, può effettuare significativi investimenti proprio nel nascente polo di Meccatronica di Rovereto. Insomma, Parigi val bene una messa: una barca di milioni senz'altro valgono un pezzo di carta in cui non crede nessuno. Questa posizione può essere condivisibile o meno (noi per esempio non riteniamo che l'Università debba svalutarsi da sola in questa maniera): ma è comprensibile.

Molto meno comprensibile, anzi francamente indisponente, è un velenoso attacco portato sul Corriere della Sera nazionale (inserto Economia) al professor Giovanni Pascuzzi di Giurisprudenza, reo di essersi opposto alla laurea a Marchionne. L'articolista, tal Raffaella Polato, descrive Pascuzzi più o meno come un disturbato, affetto da una sindrome che lo porta sempre al dissenso: si era dimesso da prorettore, ha scritto un libro dall'emblematico titolo "Università: diario di una svolta autoritaria", l'anno scorso non ha votato il bilancio dell'ateneo, quest'anno ha votato contro e infine - colpa massima - si è opposto alla glorificazione di Marchionne. La Polato, ben nota negli ambienti giornalistici per gli sperticati elogi verso Fcs e il suo amministratore delegato, inorridisce di fronte ai dubbi di Pascuzzi sulle competenze meccatroniche del suo idolo, che sarebbero invece certificate dalla "rivoluzione nell'auto" intrapresa dal nostro, e da una quinta laurea, in Fisica (!), in arrivo.

A noi, a dire il vero, interessa poco che un'adulatrice veda "rivoluzioni" (l'auto digitale? L'auto ecologica?) dove ci sono state solo indovinate fusioni e operazioni finanziarie (oltre a compressioni dei diritti sindacali); interessa ancor meno che un manager si diletti nel collezionare lauree posticce. Preoccupa di più che una siffatta professionista della penna abbia spazio in un grande giornale; anche se sappiamo che non è una novità, ricordiamo la stucchevole venerazione di cui veniva circondato l'Avvocato (rigorosamente con la A maiuscola) proprietario della Fiat; e nel piccolo Trentino ricordiamo come un quotidiano avesse affidato gli articoli su una grande Cantina in difficoltà all'addetta stampa della stessa. 

A preoccuparci invece sono le argomentazioni della solerte paladina di Marchionne: secondo le quali il prof. Pascuzzi non è credibile, anzi francamente ridicolo, in quanto in dissenso con l'attuale conduzione dell'Ateneo. Chi è contro il potere costituito - che sia la grande multinazionale oppure il rettore dell'università - chi osa criticare, e magari anche votare contro, deve avere problemi caratteriali.

Ora, pur senza rifarci agli esempi estremi dei dissidenti anticomunisti internati in manicomio, il discredito preventivo della critica ci sembra una tentazione estremamente pericolosa.Un invito - perentorio - al conformismo delle idee.

Scriviamo queste righe soprattutto perché ci ha avvilito la mancanza di significative solidarietà al prof. Pascuzzi.

E allora il problema non è solo l'adulatrice, o il giornale grande ma meschino. Il problema è la tendenza all'appiattimento sul potere. Forse non ci si rende conto, innanzitutto che il conformismo è la tomba delle idee. E non se ne considerano le conseguenze proprio in questo periodo, in cui su Internet non viaggiano critiche argomentate, ma vomitevoli insulti.  Perchè allora l'arrocco dei potenti entro le mura del conformismo protette dagli scherani dell'informazione, e più in generale il discredito riversato sulla critica, non fa altro che alimentare quello scollamento sociale e ideale che poi finisce con il manifestarsi brutalmente ogni giorno sulle pagine dei social media.  Derisa l'intelligenza, abolita la razionalità, non lamentiamoci se poi la gente si fa male da sola e fa male a tutti, votando Trump o Brexit o Virginia Raggi.

 Lo spillo si trova a questo indirizzo: https://goo.gl/XTNeHT

Questo Trentino, settembre 2017

La logica perversa degli indicatori nelle Università

Sole 24 ore, 7 settembre 2017

La normazione recente in materia di Università abbonda di riferimenti ad indicatori dei tipi più diversi. Di seguito un breve inventario.

  1. Gli indicatori nei piani della performance universitaria. Le Università devono redigere il «Piano della performance», per individuare gli indirizzi e gli obiettivi strategici ed operativi (articolo 10, d. lgs. 150/2009). Nel piano devono essere specificati gli indicatori per la misurazione e la valutazione della performance dell'amministrazione.
  2. Gli indicatori nella programmazione strategica. Le Università devono seguire la logica dell’azione volta al perseguimento di obiettivi (si veda l’art. 1-ter del d.l. 7/2005). Negli allegati al d.m. 635/2016 sono contenuti gli indicatori in relazione ai più svariati obiettivi.
  3. Gli indicatori di bilancio. Le Università devono pubblicare il «Piano degli indicatori e risultati attesi di bilancio» (articolo 29, comma 2, d. lgs. 33/2013).
  4. Gli indicatori nella procedura di accreditamento delle sedi e dei corsi di studio. La legge 240/2010 (art. 5, comma 3, lett.a) ha introdotto un sistema di «accreditamento delle sedi e dei corsi di studio universitari fondato sull'utilizzazione di specifici indicatori per la verifica del possesso da parte degli atenei di idonei requisiti didattici, strutturali, organizzativi, di qualificazione dei docenti e delle attività di ricerca, nonché di sostenibilità economico-finanziaria».
  5. Gli indicatori nella VQR. La stessa legge (art. 5, comma 3, lett. b) ha introdotto anche un «sistema di valutazione periodica basato su criteri e indicatori dell'efficienza e dei risultati conseguiti nell'ambito della ricerca dalle singole università e dalle loro articolazioni interne». La VQR 2011-2014 è stata effettuata sulla base di indicatori dell’attività di ricerca delle strutture.
  6. Gli indicatori nella procedura per individuare i dipartimenti di eccellenza. La legge 232/2016, (art. 1, commi 319 e 320) ha istituito una procedura per selezionare i migliori Dipartimenti universitari ai quali giungeranno ingenti risorse. La selezione viene fatta in base all’ ISPD («Indicatore standardizzato della performance dipartimentale»). Esso tiene conto della posizione dei Dipartimenti nella distribuzione nazionale della VQR.
  7. Gli indicatori nella abilitazione scientifica nazionale (ASN). Anche le procedure relative alle progressioni di carriera fanno riferimento ad indicatori (articolo 1 del d.p.r. 95/2016, art. 1). Gli indicatori, in questo caso, servono a stabilire l’impatto della produzione scientifica.
  8. Gli indicatori della qualità e della efficacia della didattica.

L’articolo 2, comma 1, lettera p, della legge 240/2010 attribuisce ai Nuclei di valutazione presenti in ogni Ateneo «la funzione di verifica della qualità e dell'efficacia dell'offerta didattica, anche sulla base degli indicatori individuati dalle commissioni paritetiche docenti-studenti». L’esempio più intuitivo sono gli indicatori che popolano i questionari sulla valutazione della didattica che gli studenti sono chiamati a compilare.

Qualche considerazione di carattere generale.

  1. Nel volgere di pochi anni le Università sono state travolte dalla logica degli indicatori;
  2. il concetto di indicatore ha a che fare con la misurazione di qualcosa. Ma non bisogna dimenticare che non tutto può essere ricondotto a fenomeni che possono essere misurati. In più esistono fenomeni che non solo non sono misurabili ma non sono nemmeno osservabili, cionondimeno, appunto, esistono e svolgono ruoli fondamentali;
  3. gli indicatori sembrano avvolti da alone di «oggettività». Ma non c’è bisogno di scomodare l’epistemologia del ‘900 per ricordare che non esiste fenomeno osservato senza un osservatore e non esiste una misurazione sulla quale non influisca il soggetto che misura ovvero il punto di osservazione;
  4. la scelta degli indicatori non è mai neutra. I risultati cambiano sensibilmente sulla base dell’indicatore scelto. La classifica delle Università italiane stilata dal Sole 24 ore (http://www.ilsole24ore.com/speciali/classifiche_universita_2016/home.shtml) ha una peculiarità: può essere “personalizzata”. Collegandosi al sito ciascuno può “dosare” i diversi indicatori (ottenendo, di volta in volta, una classifica diversa);
  5. la scelta degli indicatori retroagisce sui comportamenti. Se si ricevono risorse maggiori quando gli studenti completano il corso di studio nei tempi previsti, può scattare qualche comportamento opportunistico. Se si considerano più importanti le pubblicazioni su riviste rispetto alle monografie si può arrivare a governare gli stili di riflessione di una intera branca del sapere;
  6. gli indicatori appartengono alla logica della misurazione quantitativa. Ma l’Università non produce unità di prodotto, ma qualcosa di molto più impalpabile ma anche di molto più importante. Questa logica sta snaturando l’Università;
  7. la rincorsa al rispetto degli indicatori sta minando la stessa possibilità di produrre pensiero critico e innovativo: l’indicatore è lo standard mentre l’innovazione è ciò che, per definizione, è fuori dallo standard;
  8. l’Università deve perseguire l’innovazione. Invece si assiste ad un morbido adattamento a queste nuove logiche. Il conformismo indotto è una delle cose che si può facilmente misurare andando in giro per gli Atenei italiani.

Riconoscere la leadership precedente

 

 

Nei giorni scorsi un’accesa polemica ha contrapposto Lorenzo Dellai a Ugo Rossi. L’ex governatore ha stigmatizzato la scelta politica degli ultimi anni di puntare meno sull’alta formazione in nome della «tanto invocata discontinuità». L’attuale presidente ha rivendicato il merito di aver operato risparmi virtuosi, ponendo così fine all’epoca delle «spese non cristalline».

L’episodio mi ha fatto venire in mente le riflessioni in materia di leadership. Gian Piero Quaglino, in un saggio intitolato «Immagini della leadership», ricorda che una delle qualità del bravo leader risiede nel riconoscere l’azione dei vertici precedenti. Specie in campo politico un’abitudine in voga nel nostro Paese porta ad additare i predecessori come responsabili di tutti i mali.

In Italia non c’è quasi nessuno che parli bene di Mario Monti (a cominciare dai presidenti del Consiglio che sono venuti dopo di lui) salvo dimenticare che il suo governo era sostenuto da gran parte del parlamento e che i provvedimenti varati non sono stati modificati se non in minima parte.

I leader sembrano ossessionati dal bisogno di dimostrare di essere diversi da chi li ha preceduti (anche perché così si accredita l’idea di essere immacolati). Una simile situazione fa sì che l’azione non sia dettata, in positivo, da ciò che si è e da ciò che si vuole, ma, in negativo, dal bisogno di dimostrare di non essere identici al passato. Un paradosso evidente: il leader precedente è comunque il punto di riferimento, finendo per essere vissuto come una presenza ingombrante e castrante.

La situazione diventa ancora più paradossale se, come nel fatto specifico, i due leader, vecchio e nuovo, sono espressione della stessa maggioranza politica. Nel caso di Rossi si aggiunge l’essere stato uno degli assessori di Dellai, per cui è ancora più arduo marcare le differenze. Anche sul piano delle responsabilità: se spese non cristalline sono state fatte, difficile sfuggire alla critica quantomeno dell’omesso controllo.

Sempre gli studiosi spiegano che i bravi leader, se coscienti delle proprie potenzialità, non solo non temono chi c’era prima, ma ne riconoscono il ruolo chiedendo ad esempio consiglio. Tale atteggiamento attribuisce grande autorevolezza e forza agli occhi della propria squadra di governo e dei cittadini, perché è l’unico modo di non vivere nel cono d’ombra del passato. Il leader migliore è quello che sa chi è e riesce a esserlo.

 

ANTEFATTO

30 agosto.  Lorenzo Dellai: “Ricerca i tagli preoccupano, mancano una regia di sistema”.

31 agosto. Presidente Ugo Rossi replica a Dellai: “Nessun taglio, risparmi virtuosi”.

1 settembre. Dellai controreplica: “Rossi mi ha risposto con rancore”. Rossi dice: polemica sguaiata che non ho iniziato io”.
 

Sciopero docenti universitari. Proposta ai Rettori delle Università italiane.

Sciopero docenti universitari. Proposta ai Rettori delle Università italiane.

Propongo che ogni Università destini l’ammontare complessivo delle trattenute che saranno operate sugli stipendi dei docenti che partecipano allo sciopero indetto dal “Movimento per la dignità della docenza universitaria” ad una specifica iniziativa nel campo del diritto allo studio da concordare con i rappresentanti degli studenti.


Propongo che ogni Ateneo, da parte sua, destini alla medesima iniziativa un importo pari all’ammontare complessivo delle trattenute che saranno operate sugli stipendi dei docenti che partecipano allo sciopero.


Se si raggiungesse un accordo a livello Crui, si potrebbe (con l'accordo del consiglio nazionale degli studenti universitari) destinare la somma delle risorse maturate in ogni Università ad un'unica iniziativa di rilevanza nazionale.

Anteprima copertina nuovo libro

In libreria dal 30 settembre

Il problem solving nelle professioni legali

 

 

Un ricordo di Mariangela Melato

 

mariangela melatoIeri sera Raistoria ha trasmesso un programma in ricordo di Mariangela Melato.

E’ stata la migliore attrice che io abbia visto recitare. Nei film (impareggiabile il ruolo della sciura milanese che si invaghisce di Carunchio/Giannini in “Travolti da un insolito destino dell’azzurro mare di agosto”) ma soprattutto a teatro. Ripensando a lei ho realizzato che ho cercato di vederla tutte le volte che ho potuto. Così mi sono venute in mente tre occasioni.

A metà degli anni, a Bari, nella Medea di Euripide. Potente. Da brivido. Assolutamente credibile nel dare voce all’impensabile: una madre che uccide i propri figli.

Nel 2002, a fine gennaio, ero a Firenze per un convegno all’Accademia della Crusca. Scoprii che recitava in un teatro cittadino “Tre variazioni della vita” di Yasmina Reza. Mi congedai dagli altri convegnisti che avrebbero trascorso la serata insieme a cena ed andai a godermi la sua voce unica dal vivo.

L’ultima volta il 24 aprile 2010 a Genova. Ero stato invitato, il giorno prima, a presentare un mio libro nella locale Università. Lessi sul giornale che andava in scena con “Il dolore” di Marguerite Duras. Dissi a miei ospiti che sarei ripartito e invece restai in città. Acquistai il biglietto e andai a vederla. Un monologo di quasi due ore. Sola in scena a recitare un testo difficile (in argomento con la festa della liberazione che si sarebbe celebrata il giorno dopo, 25 aprile): la narrazione del ritorno di un marito dal campo di concentramento che ovviamente non sarebbe stato più l’uomo che era partito.

Rimasi come sempre inchiodato alla sedia. Anche quando a fine spettacolo la gente cominciava ad andare via. Scoprii solo tempo dopo che era già minata dal male a cui si sarebbe arresa nel gennaio del 2013.  Nel frattempo aveva fatto in tempo a recitare, per la TV, il ruolo di Filumena Marturano. Solo una come lei, milanese, avrebbe potuto essere credibile anche nei panni di una napoletana.

Non so spiegare le ragioni di tanta ammirazione da parte mia. Nella trasmissione di ieri molte sue doti sono state sottolineate: la bravura incontestata, l’ecletticità, il rigore. Il senso di responsabilità. Scopertasi ammalata la sua domanda fu: “come faranno le persone che dipendono da me?”.  In chiusura Renzo Arbore (suo compagno per molti anni) ha detto con la voce rotta: “era nobile”, indicando il cuore.  Si. Oltre tutte le qualità, penso fosse nobile. Di quella nobiltà che ti fa camminare una spanna sopra gli altri. Non per altezzosità. Ma per la capacità di dare una visione dall’alto delle pieghe più recondite dell’animo umano. Quello che solo il grande teatro è in grado di fare. E le grandi persone.

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