Giovanni Pascuzzi

Tracce digitali di GIOVANNI PASCUZZI

Sciopero docenti universitari. Proposta ai Rettori delle Università italiane.

Sciopero docenti universitari. Proposta ai Rettori delle Università italiane.

Propongo che ogni Università destini l’ammontare complessivo delle trattenute che saranno operate sugli stipendi dei docenti che partecipano allo sciopero indetto dal “Movimento per la dignità della docenza universitaria” ad una specifica iniziativa nel campo del diritto allo studio da concordare con i rappresentanti degli studenti.


Propongo che ogni Ateneo, da parte sua, destini alla medesima iniziativa un importo pari all’ammontare complessivo delle trattenute che saranno operate sugli stipendi dei docenti che partecipano allo sciopero.


Se si raggiungesse un accordo a livello Crui, si potrebbe (con l'accordo del consiglio nazionale degli studenti universitari) destinare la somma delle risorse maturate in ogni Università ad un'unica iniziativa di rilevanza nazionale.

Anteprima copertina nuovo libro

In libreria dal 30 settembre

Il problem solving nelle professioni legali

 

 

Un ricordo di Mariangela Melato

 

mariangela melatoIeri sera Raistoria ha trasmesso un programma in ricordo di Mariangela Melato.

E’ stata la migliore attrice che io abbia visto recitare. Nei film (impareggiabile il ruolo della sciura milanese che si invaghisce di Carunchio/Giannini in “Travolti da un insolito destino dell’azzurro mare di agosto”) ma soprattutto a teatro. Ripensando a lei ho realizzato che ho cercato di vederla tutte le volte che ho potuto. Così mi sono venute in mente tre occasioni.

A metà degli anni, a Bari, nella Medea di Euripide. Potente. Da brivido. Assolutamente credibile nel dare voce all’impensabile: una madre che uccide i propri figli.

Nel 2002, a fine gennaio, ero a Firenze per un convegno all’Accademia della Crusca. Scoprii che recitava in un teatro cittadino “Tre variazioni della vita” di Yasmina Reza. Mi congedai dagli altri convegnisti che avrebbero trascorso la serata insieme a cena ed andai a godermi la sua voce unica dal vivo.

L’ultima volta il 24 aprile 2010 a Genova. Ero stato invitato, il giorno prima, a presentare un mio libro nella locale Università. Lessi sul giornale che andava in scena con “Il dolore” di Marguerite Duras. Dissi a miei ospiti che sarei ripartito e invece restai in città. Acquistai il biglietto e andai a vederla. Un monologo di quasi due ore. Sola in scena a recitare un testo difficile (in argomento con la festa della liberazione che si sarebbe celebrata il giorno dopo, 25 aprile): la narrazione del ritorno di un marito dal campo di concentramento che ovviamente non sarebbe stato più l’uomo che era partito.

Rimasi come sempre inchiodato alla sedia. Anche quando a fine spettacolo la gente cominciava ad andare via. Scoprii solo tempo dopo che era già minata dal male a cui si sarebbe arresa nel gennaio del 2013.  Nel frattempo aveva fatto in tempo a recitare, per la TV, il ruolo di Filumena Marturano. Solo una come lei, milanese, avrebbe potuto essere credibile anche nei panni di una napoletana.

Non so spiegare le ragioni di tanta ammirazione da parte mia. Nella trasmissione di ieri molte sue doti sono state sottolineate: la bravura incontestata, l’ecletticità, il rigore. Il senso di responsabilità. Scopertasi ammalata la sua domanda fu: “come faranno le persone che dipendono da me?”.  In chiusura Renzo Arbore (suo compagno per molti anni) ha detto con la voce rotta: “era nobile”, indicando il cuore.  Si. Oltre tutte le qualità, penso fosse nobile. Di quella nobiltà che ti fa camminare una spanna sopra gli altri. Non per altezzosità. Ma per la capacità di dare una visione dall’alto delle pieghe più recondite dell’animo umano. Quello che solo il grande teatro è in grado di fare. E le grandi persone.

E' davvero una bella fotografia?

 

Durante gli scontri verificatisi a Roma in occasione dello sgombero di un edificio occupato abusivamente da rifugiati in prevalenza somali ed eritrei, è stata scattata una foto che ritrae un agente che accarezza una giovane donna in lacrime.

Tanti hanno commentato commossi l’immagine. Il figlio del poliziotto si è dichiarato (giustamente) orgoglioso del papà. Altri hanno (giustamente) sottolineato l’umanità del tutore della legge. Perfino il “controcorrente per definizione” Vittorio Sgarbi ha letto nel fotogramma la “realizzazione del principio cristiano: ‘Homo homini deus’”. Per il critico c’è un richiamo all’imposizione delle mani del padre sul figliol prodigo nel dipinto di Rembrandt all'Ermitage e uno slancio istintivo, di somiglianza, di identificazione.

L’immagine è bella ed il poliziotto effettivamente trasmette “somiglianza e identificazione”.

Ma se proviamo ad astrarci dal “profilo umano” che cosa “si vede” nell’immagine?

Da una parte una divisa che esercita il potere (anche fisico) di far rispettare una decisione presa da qualcuno dall’altra una ragazza inerme che nel pianto esprime tutta la sua impotenza.

Tralascio il fatto che chi ha il potere ha dato ordini sbagliati (ci si è accorti che per rimediare ad una occupazione abusiva si è creata una guerriglia urbana innescando un problema di illegalità peggiore del precedente: ma il potere non si autopunisce se si scopre incapace, si assolve). Tralascio anche qualsiasi considerazione circa la situazione che esisteva nell’immobile (penso a chi sfruttava le persone facendo pagare per un posto letto… “abusivo”).

Mi fermo all’immagine “divisa che accarezza una persona che piange”.

A me l’immagine sembra l’emblema del potere più cinico.

Quella ragazza piange perché quella divisa è lì (non piangerebbe se non ci fosse, o piangerebbe per altre disperazioni). Lo stesso potere che la sta cacciando la accarezza: per l’umanità di chi indossa la divisa, certo. Ma la dinamica che si può leggere è altra. Il gesto sembra dire: “Tu da qui devi andare via. Con le buone o con le cattive. Non mi importa se non sai dove andare, se stai lasciando un passato tremendo, se cerchi di dare un futuro migliore ai tuoi figli. Te ne devi andare”.

Ecco a me quell’immagine evoca il potere che diventa suadente e, quindi, più cinico. Che ti fa capire che potrebbe colpirti come e quando vuole. Ma che non lo fa perché è buono: lascia che sia tu a scegliere di fare ciò che si deve fare. E’ un modo di fare che accresce l’impotenza e la disperazione: ti fa capire che è assolutamente inutile cercare di opporsi. Puoi solo capitolare. Addirittura con il sorriso e la carezza.

Riconosciamo noi stessi nel pianto della ragazza? Penso di si. Ma per quale ragione? Perché istintivamente ci immedesimiamo con i più deboli? O perché abbiamo riconosciuto esattamente la nostra debolezza?

Sarebbe sin troppo facile dire che il poliziotto (quel singolo poliziotto) avrebbe potuto disobbedire all’ordine se davvero provava tenerezza per quella ragazza. Le dinamiche del potere sono complesse. E spesso si è contemporaneamente carnefici e vittime; o si diventa carnefici per non essere vittime.

La foto di mostra una volta di più la distanza che può esistere tra legalità e giustizia. La prima è figlia di scelte, di maggioranze, di rapporti di forza, di incidenti della storia. La seconda o c’è o non c’è.

 

Università come gestori ed i loro clienti: a quando la "portabilità" degli studenti?

La metamorfosi degli studenti

Corriere del Trentino 23 agosto 2017

 

Negli ultimi lustri l’istruzione universitaria ha subìto profonde trasformazioni che hanno finito per modificare la mentalità degli studenti. Un tempo si conseguiva la laurea dopo aver superato un certo numero di esami. Oggi per raggiungere lo stesso obiettivo occorre accumulare «crediti» che non corrispondono solo agli esami sostenuti ma anche ad attività integrative e trasversali (tirocini, stage, abilità informatiche).

Il «credito» ha una sua utilità: è l’unità di misura dell’impegno e consente di comparare esperienze formative diverse. La logica è però quella del «do ut des»: faccio qualcosa affinché tu mi riconosca qualcosa (altrimenti non c’è interesse a metterla in pratica). Del pari gli studenti sono chiamati a formulare dei questionari di valutazione sulle attività didattiche. Servono a migliorare il lavoro dei docenti e in qualche ateneo si è deciso di ancorare a tale valutazione una quota degli stipendi dei professori. La logica, in questo caso, è simile alla «customer satisfaction»: un po’ come quando gli alberghi ci chiedono di esprimere il gradimento dei servizi offerti.

La situazione ha un corrispondente nelle dinamiche degli atenei: il loro finanziamento dipende anche dal numero di studenti che si laureano nei tempi stabiliti. Le università, quindi, hanno interesse ad avere giovani che raggiungano il traguardo finale per tempo.

I cambiamenti descritti (pur dettati dalla volontà di migliorare la realtà) hanno trasformato gli studenti in consumatori. Per le università, d’altra parte, essi sono diventati dei clienti. Non passerà molto tempo prima che qualcuno si inventerà la «portabilità dello studente» così come avviene per un mutuo o per un numero di telefono: lo studente/cliente potrà scegliere tra i diversi gestori — in concorrenza tra loro — quello che converrà di più.

Lo scenario non stupisce: è una delle tante ricadute della tendenza a modellare l’intera società sui paradigmi dell’azienda, della concorrenza e del profitto. Occorre tuttavia riflettere sui pericoli di tale deriva. Uno tra tutti: il consumatore è per definizione passivo rispetto alla merce che gli viene proposta. Può solo sceglierla o rifiutarla, non concorre a produrla. La formazione non solo non è una merce ma è efficace unicamente se enfatizza il ruolo attivo e critico del soggetto che apprende. L’obiettivo non deve essere formare i giovani con la mentalità del consumatore. Occorre formare cittadini e, soprattutto, persone.

 

 

Gli opposti nichilismi (dopo l'attentato di Barcellona)

 

Gli opposti nichilismi (dopo l'attentato di Barcellona)

L’abitudine agli attentati porta con se l’abitudine al raduno di tante persone che (in silenzio) gridano: “non cambierete il nostro modo di vivere, non cambierete i nostri valori” (la frase è stata pronunciata, tra gli altri, da Angela Merkel il 31 dicembre 2016). Nelle foto ci sono le persone che si sono unite al Re di Spagna, in raccoglimento, dopo l'attentato di Barcellona del 17 agosto 2017.

Di fronte alle ennesime immagini di morte ho immediatamente pensato (come tutti) la stessa cosa: non cambierete i nostri valori.

Ma se un senso può essere cercato in episodi come questo forse è proprio nel chiederci: ma in cosa crediamo? Quali sono i valori che sentiamo minacciati?

I principi cristiani (anche se le Chiese sono sempre più vuote)? La democrazia (anche se la gente vota sempre di meno e schifa la politica)? Gli ideali europei (anche se tanti vedono nella tecnocrazia europea il nemico)? Gli ideali della rivoluzione francese (anche se la libertà per qualcuno significa “faccio quel che mi pare”; l’uguaglianza dipende dal censo; e la fraternità è quella resa possibile dalla logica del mercato)? Il mercato (perché tutto è negoziabile e tutto si può/deve comprare e vendere)? Il pensiero filosofico occidentale (anche se c’è chi ripete che con la cultura non si mangia)? Le tre “i” (impresa, informatica, inglese)? I fondi sovrani? La finanza che “atterra e suscita” (perché è diventata il nuovo dio)? La meritocrazia (che fa rima con familismo amorale)? La concorrenza (che non accetta regole)? La giustizia sociale (anche se il manager guadagna migliaia di volte di più dell’operaio che può licenziare a piacimento)? La corruzione (perché se tutto si può comprare si comprano anche le persone)?

Invece che chiederci “a che serve quello che faccio” dovremmo chiederci “perché faccio quello che faccio”.

Chi ammazza gente inerme per strada oltre che un assassino è un nichilista (per essere chiari: non ho nessuna indulgenza per loro, né mi appassiona più di tanto l’argomento delle “colpe dell’Occidente”).

Sarebbe tragico scoprire che ciò che qualcuno ha definito “scontro di civiltà” è, alla fine, uno scontro tra due nichilismi (nemmeno tanto diversi).

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