Giovanni Pascuzzi

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La democrazia muore nell'oscurità

La democrazia muore nell'oscurità

Trentino, 17 novembre 2018

 

washington post

 

Pensando alle accuse offensive e gratuite lanciate da alcuni leader del Movimento 5 Stelle all’intera categoria dei giornalisti, mi viene in mente che dagli inizi del 2017 il «Washington post» ha aggiunto alla propria testata il seguente sottotitolo: «Democracy Dies in Darkness» (ovvero: «La Democrazia muore nell’oscurità»).

Le cronache raccontano che la decisione di porre in esponente quella frase sia stata anche una risposta al Presidente Trump che aveva accusato i giornali di essere «i nemici del popolo americano» e di occuparsi di lui in «maniera disonesta» (come si vede, non abbiamo l’esclusiva di alcune derive inquietanti).

La frase scelta dal «Washington post» crea una implicita relazione fra tre cose: la democrazia (un bene da preservare); l’oscurità (che della democrazia è la negazione, al punto da causarne la morte); l’informazione (che serve a combattere l’oscurità).

Per molti versi la frase sembra ribadire il vecchio concetto secondo cui i giornali sono i «cani da guardia» della democrazia e delle istituzioni in genere. Ma l’enfasi qui è posta sulla necessità di combattere il buio ovvero sul bisogno di fare luce.

Ma cos’è esattamente l’oscurità? Che cosa minaccia davvero la democrazia?

Di primo acchito vien da pensare che oscuro sia ciò che non si sa. Per cui il primo obiettivo è far sapere, informare appunto. Ma «l’oscurità» può essere generata anche da altre ragioni.

Luigi Einaudi («Le prediche inutili», Torino, 1964) spiegava che «il conoscere» è la premessa necessaria per poter discutere e poi deliberare a ragion veduta: la democrazia, in fondo, è un sistema per prendere decisioni. Oggi le informazioni non mancano: ma sono la base di una discussione pacata dove ogni interlocutore è disposto a mettere in discussione il proprio punto di vista? E poi: le decisioni vengono davvero assunte in maniera ponderata? Noi sappiamo che sempre più persone decidono di non andare neanche a votare (e, quindi, decidono di non decidere per definizione) mentre gli studi dimostrano che avere a disposizione un maggior numero di informazioni non porta a decisioni migliori (vedi, ad esempio, Gigerenzer, «Decisioni intuitive. Quando si sceglie senza pensarci troppo», edito in Italia da Raffaello Cortina). L’oscurità può nascere, quindi, dalla disabitudine al metodo democratico alimentato tanto da chi è contento di poter accentrare le decisioni, quanto da chi è convinto di sapere tutto.

Ma assistiamo anche ad un altro fenomeno: il sonno della ragione. Nel proliferare di informazioni vediamo accreditate come vere notizie (ma anche credenze e addirittura teorie) palesemente inattendibili. In questi casi la lotta all’oscurità si concretizza nel ritorno ai principi del «secolo dei lumi».

É in questo contesto, molto complesso, che va inquadrato oggi il tema dell’informazione (e, quindi, della democrazia).

Oscurità è fare di ogni erba un fascio: per cui i giornalisti o sono tutti dei pennivendoli, come sostengono alcuni sprovveduti dimenticando i professionisti che hanno perso la vita per farci conoscere verità scomode; o sono tutti integerrimi, come sostengono per reazione altri, dimenticando che c’è stato chi pensava di fare giornalismo filmando di nascosto il colore dei calzini di un giudice che aveva redatto una sentenza che condannava un uomo politico.

Oscurità è credere che la discussione sia iscriversi ad una tifoseria e quindi dare torto o ragione a prescindere dai dati di realtà; ovvero pensare che il consenso serva solo ad avere delle carrozze di ritorno dal proprio leader di riferimento.

Per vincere l’oscurità occorre reimparare la grammatica della democrazia, che è molto di più del portare i fatti alla luce. Ma dalla libertà per i giornali di pubblicare le notizie occorre comunque partire.

 

 

 

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