Giovanni Pascuzzi

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Chi è il giornalista secondo Walter Tobagi

Chi è il giornalista secondo Walter Tobagi

 

tobagi

 

La giornata di oggi è stata caratterizzata da polemiche che hanno visto i giornalisti sul banco degli imputati, apostrofati (tutti insieme, senza eccezioni) con epiteti offensivi e irripetibili.

Non ha molto senso entrare in questo tipo di polemiche.

E’ più utile rileggere alcune pagine scritte da Walter Tobagi (il giornalista ucciso nel 1980 dal terrorismo rosso).

Egli si interrogava su temi ancora attuali:

chi è il giornalista?

è un manipolatore?

è un intellettuale?

produce cultura?

cosa deve fare per interessare i lettori?

Concludeva dicendo: “Speriamo che i giornali continuino liberalmente, a pubblicare notizie. E’ sempre il primo modo di fare cultura”.

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Si fa cultura o si fa «bivacco culturale»?

Walter Tobagi

7 ottobre 1979

Chi è il giornalista? «Il fratello minore dello storico» risponde Jean Lacouture. E lo paragona a un cacciatore di teste dell'Amazzonia, «che non solo cattura teste ma anche le riduce». Un'operazione indispensabile: perché il giornalista deve condensare in poco spazio molti fatti discorsi, interpretazioni. E la sintesi finisce per essere condizionata dalla sua personalità, formazione culturale, visione ideologica. Qualcuno insiste a parlare di obiettività? Lacouture ribatte che perfino «il più grande storico francese, Jules Michelet, è un formidabile manipolatore di fatti, verità, realtà».

Le riflessioni sul giornalismo, sull'obiettività, sul rapporto tra cultura e mass media sono una regola periodica: come la pioggia di aprile o i funghi di settembre. E in genere suscitano, nella gente del mestiere, una reazione prevenuta e scettica: circolano ormai troppi teorici dell'informazione e delle comunicazioni, che vivono come paguri elaborando dotte esegesi sulla fatica quotidiana di chi i giornali li fa per davvero. In questa categoria non rientra certo il saggio di Lacouture, “Conoscevo la verità e preferii tacere”, pubblicato da «Prospettive nel mondo».

Lacouture è un giornalista militante. Biografo di Ho Chi-min. Testimone delle rivoluzioni anticoloniali. Con schiettezza da primattore recita il «mea culpa», riguardo al lavoro in Vietnam e Algeria. Scrive: «Mi è successo che, pur essendo a conoscenza di questo o quell’avvenimento, di questa o quella crisi all'interno del movimento rivoluzionario algerino o vietnamita, non ho trasmesso quelle informazioni giudicandole a quell'epoca «intrasmettibili» perché riguardavano alcuni crimini commessi dal movimento rivoluzionario algerino o vietnamita, ed avrebbero potuto essere utilizzati dalla propaganda del mio paese o degli Stati Uniti».

Morale: «Ho confuso il mestiere del giornalista con quello del militante».

Di questa confessione conviene prendere atto senza troppi moralismi: Lacouture ha il coraggio di ammettere un peccato che molti altri hanno commesso (e commettono) senza dirlo e, magari, senza provare nemmeno sensi di colpa.

La tentazione, che il giornalista vive continuamente, è di mettersi al centro dei fatti, di cercar di condizionarli. Rischio grave: lo storico scrive quando le cose sono finite, e tutti sanno chi ha vinto e chi ha perso; il giornalista scrive mentre i fatti sono in movimento, e può sempre sbagliare previsione, le notizie che fanno sensazione immediata non sempre coincidono con gli avvenimenti memorabili.
Il saggio di Lacouture, in questa chiave, offre lo spunto a una serie d'interventi (Romeo, Saitta, Gilmozzi, Fisichella, Bocca, Gianfranceschi, Cacciafesta, Settembrini, Talamo, Armando, Federico Orlando, Del Boca) che valutano le tesi del giornalista francese, e tendono a porre l'accento sul senso di responsabilità che il giornalista deve avere nel rispetto dei fatti come dell'opinione pubblica. Il giornale, averte Giuliano Zincone, «non è un oggetto di consumo». E le responsabilità di chi scrive sono moltiplicate dal pericolo delle strumentalizzazioni esterne: "ll giornalista deve difendersi di continuo dagli inganni”, annota Luigi Barzini.

E nel rapporto col pubblico? II tasto è dolente in questo beneamato paese che continua a produrre cinque milioni di quotidiani al giorno: lo stesso numero di quarant’anni fa.

Per quali ragioni? Scrive Gaspare Barbiellini Amidei: “La gente che è annoiata di cronache e commenti, forse non si annoierebbe più se le si offrissero strumenti per capire chi sono gli italiani, tutti e non soltanto che cosa può accadere alla parte degli italiani che conta, se cominciassero a contare anche gli altri”.

È una ricetta possibile? Cercar di capire implica un rapporto costantemente problematico tra chi scrive e i fatti-personaggi di cui si occupa. Forse non si può pretendere un simile distacco dal cronista che si trova in mezzo all'avvenimento, costretto a scrivere in fretta e nell'emozione. Ne deriva il ricorso, spesso, all'osservatore, all'intellettuale esterno. È ancora una valutazione di Barbiellini Amidei, sulla rivista “Spirali”: “Uno scrittore, a volte, è portatore di una novità”di osservazione e di libertà, su cui noi possiamo rimeditare”.

E il lettore “reagisce molto di più all'intervento dell'intellettuale che a quello del giornalista”.

Il rapporto giornali-cultura è al centro della discussione proposta da «Spirali». Discussione a molte voci, che è una sorta di campionario di testimonianze e d'ipotesi di lavoro. Anche qui giova distinguere: ci sono gli interventi, come quelli di Lorenzo Mondo o Giulio Nascimbeni, che nascono dal vissuto quotidiano delle pagine culturali. Nascimbeni può notare, con garbata ironia, che «l'industria delle celebrazioni» è “l'industria di maggior consumo del momento”. Ci sono gl'interventi dei settimanalisti come Carlo Gregoretti e Nello Ajello. Ugo Ronfani accenna all'odierna terza pagina come «un bivacco culturale». E ci sono ancora opinioni di editori come Inge Feltrinelli,  Gabriele Mazzotta; dirigenti editoriali come Sergio Pautasso. E Piero Ottone risponde alla fatidica domanda se il giornalista sia un intellettuale: “Un intellettuale è una persona che vive di attività, di prodotti dell’intelligenza. E, in questo senso, un giornalista è indubbiamente un intellettuale. Se invece l’intellettuale è una persona che si dedica solo a studi particolarmente approfonditi allora un giornalista non è un intellettuale ma un artigiano”.

Alla fine resta, comunque, tutto da risolvere (e non potrebbe essere altrimenti) il quesito posto da “Spirali” sul futuro della cultura europea: “se i gruppi culturali istituiti, le scolastiche e le avanguardie si sono dissolti nell’Europa occidentale”, non è chiaro “quale sarà nei prossimi mesi e nei prossimi anni l'apporto dei giornali a un rilancio della cultura, a un rilancio che è in atto”. Forse si potrebbe tentare al grande interrogativo una modesta risposta: speriamo che i giornali continuino liberalmente, a pubblicare notizie. E’ sempre il primo modo di fare cultura.

(ripubblicato in Walter Tobagi. Ieri e oggi, Fondazione del Corriere della Sera, 2010, pp. 108 ss.)

 

 

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