Giovanni Pascuzzi

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La cura di L

camice bianco

 

La cura di L.

All’inizio suo figlio non aveva capito (e con lui nessun’altro) che potesse essere un problema. La storia finì con l’amara constatazione che quello fosse il problema. L’unico, vero, insormontabile problema.

L. mi è tornata in mente qualche sera fa, durante una piacevole serata tra amici, nel momento in cui alcuni di loro hanno cominciato a narrare le vicende un po’ drammatiche un po’ comiche che si ritrovano a vivere con i loro genitori anziani colpiti in maniera più o meno grave da patologie riconducibili all’Alzheimer.

Anche L., con l’andare degli anni, aveva dovuto fare i conti con i decadimenti connessi all’età. Ma aveva dovuto confrontarsi pure con delle patologie autoimmuni incurabili che aveva scoperto di avere e che avrebbero potuto essere tenute sotto controllo per assecondare lo scopo primario della vita: spingere la notte più in là.

Consapevole della situazione, era diligente nell’informarsi e nel consultare medici delle più svariate specializzazioni che altrettanto diligentemente facevano diagnosi (non sempre concordi) e prescrivevano farmaci (non sempre compatibili, tra loro e con il contesto: naturalmente a detta di altri luminari). Il copione cominciava a delinearsi: visita, prescrizione, acquisto dei farmaci, e poi… nulla. I farmaci restavano li.

Con il tempo internisti ed esternisti, cardiologi e tuttologi, neurologi e podologi (per fare rima) e chi più ne ha più ne metta presero a visitare la casa di L., ignari del copione che tutti recitavano in commedia.

Memorabile rimase l’incontro con un neurologo chiamato per via di alcuni problemi alle estremità che non sparivano. Egli cominciò chiedendo: “L. , che giorno è oggi? Come si chiamano i suoi figli? In che giorno capita il Natale”. E via con domande di questo tipo. L. rispose a tutte le domande. Il luminare fece una prima diagnosi rivolgendosi al figlio dicendo: “Sua madre è perfettamente orientata nel tempo e nello spazio”. L. intervenne dicendo: “Professore, se è venuto qui a fare domande sceme se ne può andare”. Poi rivolto al figlio L. disse: “Questo qui non lo pagare”. Il figlio rise: sapeva benissimo che sua madre era totalmente presente a se stessa. La visita proseguì nell’imbarazzo. Il luminare alla fine vergò di suo pugno un foglio con un lungo scritto che si chiudeva con la prescrizione di alcuni farmaci. Nell’accompagnarlo alla porta il figlio corrispose i 300 euro dovuti e disse: “Dottore (dentro di sé probabilmente lo aveva inconsciamente declassato), il fatto è che L. non prende i farmaci”. Il luminare rispose: “E sbaglia, se non capisce che deve prendere i farmaci andrà incontro al peggio. Buongiorno”.

Il problema prendeva forma. Perché il figlio non avrebbe dato nulla a L. senza il suo consenso. E perché L. controllava che nulla le fosse dato contro la sua volontà (ad esempio, pretendendo che i piatti fossero scambiati tra i commensali al momento del pranzo così da essere certa che nulla fosse stato “sciolto” nelle pietanze).

La processione di dottori proseguiva. Il colloquio in corrispondenza del versamento degli onorari (dai 200 euro in su) pure. Con qualche variante nelle risposte alla considerazione: “Dottore, L. non prende i farmaci”. Qualcuno chiosava: “la convinca”; qualcun altro: “non è un problema mio”; altri ancora motivavano: “il mio compito è diagnosticare la malattia e prescrivere la cura, il resto non rientra tra i miei compiti, anche perché le persone sono libere di curarsi o no”.

Solo una giovane dottoressa cui il figlio di L. aveva spiegato la situazione aveva compreso il da farsi. Così dopo ogni visita dell’esperto andava a trovare L. Leggevano insieme diagnosi e bugiardini dei farmaci. Rispondeva a tutte le domande di L. che alla fine “cedeva” e qualcosa prendeva. Il paziente colloquio con un medico che aveva voglia e tempo di ascoltare quella paziente serviva a far assumere a L.  almeno una parte della terapia.

La notte, alla fine, è arrivata anche per L.

Quando parlo con suo figlio capisco che insieme ai ricordi di L. (e un piccolo dolore prodotto dal senso di impotenza per non averla potuta davvero aiutare) in lui resta la consapevolezza che nessuna diagnosi e nessuna cura valgono se non si è capito davvero qual è il problema.

 

 

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