Giovanni Pascuzzi

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Stimoli: reagire o pensare?

Stimoli: reagire o pensare?

stimolo

 

Siamo progettati per rispondere a stimoli.

Attraverso i 5 sensi riceviamo stimoli che innescano delle reazioni.

Alcune di queste ci mantengono in vita: stimoli che provocano paura ci permettono di predisporre le difese, ad esempio fuggendo davanti al pericolo. Stesso discorso per gli stimoli che provocano dolore fisico (la mano sul fuoco) o psichico (le relazioni tossiche): tendiamo a toglierci dalla situazione pregiudizievole.

Ci sono stimoli che ci danno mero godimento (vedere un bel film o un bel quadro). O stimoli che ci inducono a reagire immediatamente (la necessità compulsiva di commentare su Facebook la qualunque).

Ma siamo progettati anche per pensare e quindi per reagire in maniera più razionale.

Una volta che ci siamo scottati la mano sul fuoco la prima volta, dovremmo aver imparato la lezione. Se continuiamo a scottarci c’è qualcosa che non funziona.

Razionalizzare gli insegnamenti che dovremmo trarre dagli stimoli significa anche preparare le condizioni affinché vengano limitate le paure. I nostri antenati capirono che costruire delle case era un modo per limitare gli stimoli di pericolo e proteggersi di più. Anche al fine di potersi dedicare agli stimoli che ci danno godimento (vedere un bel film sul divano di casa).

Dovrebbe esistere un giusto mix tra stimoli e pensiero riflessivo. Il nostro cervello ha capacità cognitive limitate (come la ram dei vecchi computer): se è impegnato a rispondere a stimoli non ha molto tempo per pensare facendoci assomigliare ad uccelli che sbattono tra le pareti di una gabbia (ovvero: tra uno stimolo e l’altro); viceversa se è impegnato solo a pensare, ignorando qualsiasi stimolo, ci condanniamo ad un loop sterile.

Mi pare di poter dire che lo scenario indicato da ultimo (ovvero: persone che pensano troppo) è recessivo per non dire inesistente. Viviamo un’epoca di stimoli continui di tutti i tipi e di intensità crescente. Sicuramente questo è dovuto alla evoluzione tecnologica (gli smartphone con le app dinamiche di cui sono pieni) e al modello produttivo (la concorrenza fa leva su una pubblicità che deve stimolare agli acquisti in maniera sempre più sofisticata: si pensi alla cosiddetta “pubblicità comportamentale”).

Forse l’overdose di stimoli è addirittura voluta. Come è noto, Ivan Pavlov dimostrò che dosando bene gli stimoli è possibile condizionare le persone (teoria del riflesso condizionato).

Ma se azzeriamo il tempo dedicato a riflettere rinunciamo per definizione a porre le basi per costruire qualcosa di nuovo. Rinunciamo a migliorare.

Continuare a rispondere compulsivamente agli stimoli significa, alla fin fine, restare fermi. Per poi regredire.

 

 

 

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