Giovanni Pascuzzi

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Le istituzioni e l'uso delle parole (a proposito del "Dolomiti pride")

Le istituzioni e l'uso delle parole (a proposito del "Dolomiti pride")

 

paroleLa Provincia di Trento, si sa, ha negato il patrocinio alla parata organizzata nell’ambito del «Dolomiti pride». Vorrei soffermarmi sul perché di una simile decisione: nel provvedimento si sostiene che la parata «assume un aspetto più di folclore ed esibizionismo che sicuramente non apporta alcun contributo alla crescita e valorizzazione della società trentina e della sua immagine».

È una motivazione infelice. Si sottolinea, in chiave fortemente avversa, il carattere folcloristico ed esibizionistico dell’iniziativa. Si deve considerare, però, che il folclore individua un insieme di contenuti culturali che nulla hanno di negativo. Anzi. Qui si ha talmente a cuore tale aspetto al punto da affidare al Museo degli usi e costumi della gente trentina, tra gli altri, lo scopo di «raccogliere e valorizzare i materiali che si riferiscono al folclore» (articolo 24 della legge provinciale 15 del 2007 sulle attività culturali).

In questo caso, invece, il folclore assume un contenuto valoriale simmetrico, deteriore, stigmatizzabile. La parola viene usata con una valenza opposta a quella usuale e diventa strumento per irridere una comunità di persone: un modo di dire che ciò che esse fanno non è serio. Le parole possono diventare lame taglienti o ingiurie.

Ma c’è di più. Compulsando un motore di ricerca su internet, ci si accorge che i termini «folclore ed esibizionismo» (ovvero «folclore esibizionistico» o «esibizionismo folcloristico») si ripetono come una litania in tutti gli scritti di quanti attaccano il gay pride e le posizioni delle comunità che a esso danno vita. Nel diniego non c’è insomma un’asettica valutazione dell’esistenza dei presupposti richiesti dalla legge per la concessione del patrocinio: c’è un’adesione, anche lessicale, a (pre)giudizi politici di parte.

La motivazione della contrarietà finisce per condannare le modalità della manifestazione, ovvero lo strumento che una comunità sceglie per affermare la propria esistenza e per vedersi riconosciuti alcuni diritti. Un po’ come dire: puoi portare avanti le tue idee ma devi farlo in un modo che vada bene a me. Certe prese di posizione, dunque, sono in grado di fare male. Quando è il pubblico potere a usufruirne al fine di esprimere disprezzo c’è qualcosa che non funziona. La scelta di respingere il patrocinio probabilmente dimostra che di manifestazioni come il «Dolomiti pride» c’è bisogno.

Corriere del Trentino, 8 maggio 2018

 

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