Giovanni Pascuzzi

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Parlare di autonomia: con pathos o con disincanto?

Parlare di autonomia: con pathos o con disincanto?

 

alfreider daliaSabato scorso ho assistito a Trento alla giornata conclusiva del convegno dal titolo «Un’autonomia speciale, dinamica, solidale, interattiva». Gli interventi sono stati tutti di estremo interesse, anche in ragione dell’indiscussa competenza dei relatori: insieme a Roberto Toniatti (Università di Trento) ed Esther Happacher (Università di Innsbruck), hanno parlato Ugo Rossi, presidente della Provincia, Daniel Alfreider, deputato della Svp, e Giampiero D’Alia, presidente della Commissione parlamentare per le questioni regionali.

Come ho poi espresso pubblicamente, la mia attenzione, oltre che dai contenuti, è stata attirata da un profilo emotivo. Mentre interveniva, l’onorevole Alfreider ha citato lo statuto di autonomia usando espressioni come: «Quando si parla di statuto da noi c’è un’alta partecipazione perché rappresenta la nostra stessa identità». Nel suo discorso, invece, l’onorevole D’Alia, riflettendo sulla richiesta di maggiore autonomia da parte delle Regioni a statuto ordinario, ha fatto riferimento alla possibilità che una determinata competenza venga attribuita all’ente territoriale se dimostra di saperla gestire meglio spendendo meno.

Nel primo caso io ho avvertito una forte partecipazione emotiva nel pronunciare le parole «statuto di autonomia» e «identità». Nel secondo, mi è sembrato che il termine autonomia assumesse una connotazione di tipo aziendale: una competenza viene attribuita sulla base di parametri come l’efficienza e la riduzione dei costi. Un’autonomia, insomma, che prescinde da parametri diversi da quelli di natura economicistica e che può essere tolta nel momento in cui tali parametri non vengano più rispettati. Un’autonomia che, in fin dei conti, non può decidere se investire più nell’istruzione che nella sanità (o viceversa) ma che ottiene una singola competenza solo se dimostra di essere più efficiente dello Stato. Nel rispondermi, D’Alia (che viene eletto nella autonoma Sicilia) ha detto di essersi espresso in quel modo non perché sposa la logica meramente utilitaristica, ma perché ormai il suo sentimento verso l’autonomia è il «disincanto».

Io penso, riprendendo un passaggio sottolineato nella sua replica dallo stesso Ugo Rossi, che non debba mai essere persa quella tensione ideale che prima ho chiamato pathos: se prevalesse la logica meramente efficientistica, l’autonomia diventerebbe un’altra cosa e, probabilmente, non avrebbe più senso chiamarla così.

Corriere del Trentino, 28 novembre 2017

Corriere dell'Alto Adige, 28 novembre 2017

 

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