Giovanni Pascuzzi

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Stereotipi e dintorni

indexCon gli studenti del corso “le abilità del giurista” abbiamo approfondito a lungo la tematica degli errori cognitivi nelle loro tante varianti (stereotipi, pregiudizi, euristiche, premesse implicite, e chi più ne ha più ne metta).

Molti giorni dopo ho proposto loro un gioco di ruolo (la finalità dichiarata era quella di analizzare gli skill di un mediatore, ma c’era anche un secondo fine non espresso).

Il copione l’ho ripreso dalla trama di un famoso film degli anni ’70: Kramer vs. Kramer.

Una mamma in preda a grave crisi esistenziale va via di casa lasciando al marito la loro figlia di due anni. Dopo 5 anni si rifà viva, ormai guarita e con un nuovo compagno statunitense, e chiede di riavere la figlia.

Uno studente ha recitato il ruolo del marito. Una studentessa quello della moglie. Una studentessa si è finta avvocata del marito. E uno studente ha indossato i panni dell’avvocato della moglie. Una studentessa ha condotto la mediazione: non entro in dettagli, ma bisognava concordare l’affido, la possibilità di portare la bambina all’estero, i periodi di vacanza, etc.

Bene: alla fine la moglie e il suo avvocato avevano ceduto su tutto. Il marito e la sua avvocata hanno visto soddisfatte tutte le loro richieste.

Poi è cominciato il debriefing. Tutti gli studenti hanno commentato quello che avevano visto. Nessuno aveva notato niente di strano.

Ad un certo punto ho chiesto alla “moglie-mamma” e al suo avvocato perché avessero mantenuto un atteggiamento così arrendevole. L’avvocato mi ha risposto: “dentro di me sentivo che questa mamma aveva sbagliato a lasciare una bimba piccola e quindi mi sono limitato nelle richieste”. La “moglie-mamma” mi ha detto: “entrando nel personaggio mi sono sentita in colpa ad aver lasciato una bimba piccola e quindi ho pensato fosse giusto accogliere le richieste del mio ex marito”.

Alla “moglie-mamma” ho detto: “Si vede che, per fortuna, non ha vissuto situazioni di questo tipo. Io nel suo ruolo avrei detto: l’ho partorita io ed è mia. Sono andata via perché stavo malissimo a causa tua, caro ex marito: tra il suicidio e curarmi ho scelto questa seconda strada. Ora sono guarita e rivoglio mia figlia”. All’avvocato ho detto: “lei è stato giudicante. Molto giudicante. Come avvocato lei può decidere di non accettare un mandato, ma se lo accetta non può difendere il suo assistito a metà”.

Il clima è cambiato. Una ragazza ha prontamente detto: “già, cosa avremmo detto se ad andare via abbandonando la figlia fosse stato il padre?”. Ed un’altra di rimando: “e come dobbiamo commentare il fatto che nessuno in quest’aula ha preso in considerazione la posizione della moglie-mamma, ma tutti, ragazze e ragazzi, l’abbiamo ritenuta colpevole per il solo fatto di aver abbandonato la figlia senza minimamente chiederci se non avesse avuto una buona ragione per farlo?”.

La discussione è andata avanti. E’ stata molto interessante. Anche io sto ancora riflettendo su quello che è accaduto (nel 2017, con giovani adulti). Su quanto influiscano sul nostro comportamento: stereotipi, pregiudizi, euristiche, premesse implicite, e chi più ne ha più ne metta.

Chiudo ricordando un verso di Gaber: “Un’idea, un concetto, un’idea finché resta un’idea è soltanto un’astrazione. Se potessi mangiare un’idea avrei fatto la mia rivoluzione”

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