Giovanni Pascuzzi

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Per favore non chiamateli baroni

Il 3 ottobre 2017 su Roars è apparso un mio articolo dal titolo: "Non chiamteli baroni". Ne riporto il testo.

baroniOgni volta che scoppia uno scandalo giudiziario nelle Università gli organi di informazione ricorrono all’espressione “baroni” per indicarne i protagonisti.

Ovviamente è indispensabile dare le informazioni e cercare di fare piena luce (come indispensabile è ricordare il principio costituzionale di non colpevolezza fino a sentenza definitiva di condanna).

Solo una cortesia vorrei chiedere ai mass media: non chiamateli baroni. 

E sì. Perché nelle Università i baroni non esistono più da un pezzo. Provo a spiegare perché.

Quale barone avrebbe permesso che un governo riservasse ai professori l’onta di dover essere l’unica categoria del pubblico impiego a non vedersi ripristinati gli scatti stipendiali sospesi (al punto da dover ricorrere ad una cosa plebea come lo sciopero)?

Quale barone avrebbe accettato di essere sottoposto allo stesso codice di comportamento di tutti gli altri dipendenti pubblici, compresi quelli dei livelli più bassi?

Quale barone avrebbe accettato di farsi imporre i temi e gli obiettivi di ricerca da una “cabina di regia”?

Quale barone avrebbe accettato di essere valutato da una agenzia ministeriale che impone soglie, accreditamenti che spesso incappano nelle censure dei giudici amministrativi?

Quale barone avrebbe accettato senza colpo ferire la riforma Gelmini che ha accresciuto i poteri dei direttori generali e dei rettori, riducendo il potere degli organi collegiali e, quindi, delle istanze dove i diversi baroni possono farsi i favori incrociati?

Quale barone avrebbe accettato di vedere la propria baronia assoggettata alla logica aziendale con conseguente necessità di uniformarsi ad indicatori e standard decisi da altri?

Il potere ha anche i suoi simboli. Uno di questi è la stola di ermellino, indossata, nelle occasioni più importanti, da Re, Papi, vertici della magistratura e vertici delle Università. Il dizionario Treccani spiega che l’ermellino oggi rappresenta la “dignità”, ovvero lo stato o la condizione di chi, per qualità intrinseche o per meriti acquisiti, si rende meritevole del massimo rispetto. Si può dire che l’ermellino simboleggi il “potere della sapienza”.

Per molte ragioni, il potere della conoscenza (quello nobile) è andato smarrito. O forse non abita più nelle Università.

Da quanto detto emerge in maniera chiara che non basta truccare un concorso per essere un barone del tempo che fu. Ci vuole ben altro. Per questo, per favore, non chiamateli baroni.

Notazione finale. Forse conviene chiarire che in queste considerazioni c’è molta ironia e che personalmente non rimpiango affatto l’Università dei baroni. Occorre però dire che il rimedio è peggiore del male. Nell’Università oggi lavorano tantissimi professori onesti che si trovano tra l’incudine di chi la vuole affossare (anche riproducendo comportamenti deteriori) e il martello rappresentato dagli “illuminati” che pretendono di avere la ricetta per riformarla.

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