Giovanni Pascuzzi

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Pulvis et umbra

Pulvis et umbra

Dei libri gialli non si può raccontare la trama per ovvie ragioni. Ma ce ne sono alcuni che hanno molti livelli di lettura e che suscitano riflessioni che vanno ben al di là dello scoprire se l’assassino è davvero il maggiordomo. E’ il caso di “Pulvis et umbra”, l’ultimo libro di Antonio Manzini, l’autore che narra le gesta del (mitico) vicequestore Rocco Schiavone (“sbattuto” da Roma ad Aosta).

 Tre i temi che mi piace segnalare.

 1) I dilemmi etici.

Le vicende del libro portano a confrontarsi con alcuni interrogativi “morali”.

       a)    Può il benefattore che ti ha letteralmente “salvato” da una situazione bruttissima chiederti in cambio (anche molto tempo dopo l’intervento salvifico), di fare qualcosa che di fatto suona come un tradimento della fiducia di una persona a cui vuoi bene e di cui sei anche innamorato, abusando del sentimento di gratitudine? E può essere perdonato questo tipo di “tradimento” se comprendi che chi ti ha tradito non poteva moralmente dire di no?

b)    Si può accettare che un reato grave non venga perseguito perché chi lo ha commesso sta aiutando la “giustizia” a perseguire reati più gravi?

2) I ruoli sociali.

Chi ha letto i libri di Rocco Schiavone, sa che il vicequestore è amico di alcune persone borderline; persone, cioè, che a volte passano il confine dell’illecito penale ovvero della malavita vera e propria. E’ possibile che esista una relazione sincera fino in fondo tra persone che appartengono a mondi diversi e per definizione contrapposti? Uno degli amici, infatti, dice a Schiavone: “Stiamo su due sponde diverse. E pure se ci vogliamo bene, tu sei tu e io so’ io. Mi capisci?”.

3) Il vissuto del protagonista.

In questo episodio, Rocco Schiavone si imbatte in una psichiatra, che dopo una chiacchierata di 10 minuti lo “fotografa”. Ecco il dialogo:

-  Così, dopo una chiacchierata di 10 minuti, solo osservandola, mi permetterei di dirle che lei è un uomo sostanzialmente depresso, magari con qualche difficoltà di concentrazione. Non è che soffre di allucinazioni?

-  No. (Schiavone vede la moglie morta e parla con lei: n.d.r.)

-       - Bene, soffre di allucinazioni. Come andiamo con l’umore?

-       Quale umore? 

   Appunto. Lei se ne sta sempre asserragliato in difesa? 

-       No, io devo andare a lavorare e penso anche lei.

-       Non si arrabbi era solo per parlare.

-       Non mi piace quando la gente mi guarda come se fossi un batterio in un vetrino.

-       E’ il mio lavoro. Se avesse bisogno di aiuto, io sono qui.

-       Grazie. (Per la prima volta in vita sua Rocco Schiavone si sentì nudo in mezzo alla strada. Quello gnomo occhialuto l’aveva spogliato in meno di un minuto. Meno di un minuto e già le voleva bene).

Chi ha la fortuna di trovare psichiatre così, è un uomo fortunato.

IN SINTESI. Pulvis et umbra è un bel libro che si legge d’un fiato. La frase più bella è questa: “I conti si fanno alla fine. A destra la colonna col segno più, a sinistra quella col segno meno e in mezzo quella enorme e vuota delle intenzioni e dei rimorsi”.

 

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