Giovanni Pascuzzi

Tracce digitali di GIOVANNI PASCUZZI

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E' davvero una bella fotografia?

 

Durante gli scontri verificatisi a Roma in occasione dello sgombero di un edificio occupato abusivamente da rifugiati in prevalenza somali ed eritrei, è stata scattata una foto che ritrae un agente che accarezza una giovane donna in lacrime.

Tanti hanno commentato commossi l’immagine. Il figlio del poliziotto si è dichiarato (giustamente) orgoglioso del papà. Altri hanno (giustamente) sottolineato l’umanità del tutore della legge. Perfino il “controcorrente per definizione” Vittorio Sgarbi ha letto nel fotogramma la “realizzazione del principio cristiano: ‘Homo homini deus’”. Per il critico c’è un richiamo all’imposizione delle mani del padre sul figliol prodigo nel dipinto di Rembrandt all'Ermitage e uno slancio istintivo, di somiglianza, di identificazione.

L’immagine è bella ed il poliziotto effettivamente trasmette “somiglianza e identificazione”.

Ma se proviamo ad astrarci dal “profilo umano” che cosa “si vede” nell’immagine?

Da una parte una divisa che esercita il potere (anche fisico) di far rispettare una decisione presa da qualcuno dall’altra una ragazza inerme che nel pianto esprime tutta la sua impotenza.

Tralascio il fatto che chi ha il potere ha dato ordini sbagliati (ci si è accorti che per rimediare ad una occupazione abusiva si è creata una guerriglia urbana innescando un problema di illegalità peggiore del precedente: ma il potere non si autopunisce se si scopre incapace, si assolve). Tralascio anche qualsiasi considerazione circa la situazione che esisteva nell’immobile (penso a chi sfruttava le persone facendo pagare per un posto letto… “abusivo”).

Mi fermo all’immagine “divisa che accarezza una persona che piange”.

A me l’immagine sembra l’emblema del potere più cinico.

Quella ragazza piange perché quella divisa è lì (non piangerebbe se non ci fosse, o piangerebbe per altre disperazioni). Lo stesso potere che la sta cacciando la accarezza: per l’umanità di chi indossa la divisa, certo. Ma la dinamica che si può leggere è altra. Il gesto sembra dire: “Tu da qui devi andare via. Con le buone o con le cattive. Non mi importa se non sai dove andare, se stai lasciando un passato tremendo, se cerchi di dare un futuro migliore ai tuoi figli. Te ne devi andare”.

Ecco a me quell’immagine evoca il potere che diventa suadente e, quindi, più cinico. Che ti fa capire che potrebbe colpirti come e quando vuole. Ma che non lo fa perché è buono: lascia che sia tu a scegliere di fare ciò che si deve fare. E’ un modo di fare che accresce l’impotenza e la disperazione: ti fa capire che è assolutamente inutile cercare di opporsi. Puoi solo capitolare. Addirittura con il sorriso e la carezza.

Riconosciamo noi stessi nel pianto della ragazza? Penso di si. Ma per quale ragione? Perché istintivamente ci immedesimiamo con i più deboli? O perché abbiamo riconosciuto esattamente la nostra debolezza?

Sarebbe sin troppo facile dire che il poliziotto (quel singolo poliziotto) avrebbe potuto disobbedire all’ordine se davvero provava tenerezza per quella ragazza. Le dinamiche del potere sono complesse. E spesso si è contemporaneamente carnefici e vittime; o si diventa carnefici per non essere vittime.

La foto di mostra una volta di più la distanza che può esistere tra legalità e giustizia. La prima è figlia di scelte, di maggioranze, di rapporti di forza, di incidenti della storia. La seconda o c’è o non c’è.

 

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