Giovanni Pascuzzi

Tracce digitali di GIOVANNI PASCUZZI

I padri d’arte (e i loro figli)

I padri d’arte (e i loro figli)

cristiano de andre

 

Può essere ingombrante qualcosa che non c’è?

Fabrizio De André è stato un gigante indiscusso della cultura italiana della seconda metà del ‘900.

Della sua vita privata conosciamo molte cose. Come si addice tutte le grandi personalità, infatti, molti libri hanno raccontato le sue vicende e quelle delle persone che hanno ruotato intorno a lui: il padre, le mogli, i figli Cristiano e Luvi.

Questi “satelliti” sono stati visti, di regola, in funzione del loro rapporto con il “pianeta”. Ma qual è il loro punto di vista? Cos’è della loro vita a prescindere da quel rapporto?

Cristiano De Andrè (classe 1962) ha voluto dare la propria versione nel libro intitolato, appunto: “La versione di C.” (Mondadori, 2016).

 

La funzione catartica del raccontarsi

C'è stato un momento, qualche anno fa, in cui si è presentato il bisogno di fare un bilancio della mia vita” (p. 95).

E’ stato difficile scavare nel passato, questo passato. Però credo fortemente che il libro nel quale vi siete immersi mi abbia permesso di affrontare tutti gli ambiti inesplorati della mia vita, in particolar modo quelli che, per come si sono evoluti, tardano a sedimentarsi. Questa autobiografia mi è servita anche per esorcizzarli e poterli liberare” (p. 192).

 

La madre

Avevo circa 10 anni quando iniziarono i primi screzi in famiglia e la mia adolescenza in casa è stata questo: vedere mia madre piangere. Prima per quei fugaci tradimenti, poi perché mio padre la lasciò. Lei non ha mai accettato quell’abbandono, perché era pazzamente innamorata di lui” (p. 38).

Negli anni lei cambiò un po' a causa delle delusioni affettive che la portarono, senza volerlo, a infondere in me uno spiccato senso di colpa, quasi che fossi stato io l'artefice di tutta la sua sofferenza” (p. 19).

 

Il padre

Ho impiegato quegli anni a dimostrare di essere all'altezza del cognome che porto. Non ho mai pensato di avere una potenza creativa, facevo sempre molta fatica a scrivere, perché ogni volta l'ombra di mio padre tornava a condizionarmi, irrompeva nella mia mente e diceva: «Che c**** stai scrivendo? Che ca**ta stai pensando?»” (p. 93)

Tuttavia ho compreso fin da subito di avere scelto la musica non per voler fare la carriera di mio padre, per seguire le sue orme, ma perché lo sentivo dentro” (p. 93).

La musica per me è sempre stata una rivincita su me stesso“ (p. 93).

Sono molti i versi di mio padre per i quali mi sono detto: «C**** perché non gli ho scritti io?»“ (p. 95).

Nella discarica delle occasioni perdute, anche dopo 50 anni, puoi richiedere formalmente di ritornare con la persona che non hai avuto modo di amare, o da chi non te lo ha concesso, per dimostrare che puoi farti ancora fulminare delle ragioni del cuore” (p. 96).

 

Gli amori e i figli

Cristiano De Andrè racconta degli amori più importanti della sua vita. Da Carmen ha avuto i figli Fabrizia, Francesca e Filippo. Da Sabrina la figlia Alice, nata nel 1999 (poco dopo la morte di papà Fabrizio). Narra di rapporti teneri ma anche burrascosi, costellati anche di qualche evento inconfessabile:

Durante quei giorni così alienanti incappai in un misfatto che ancora mi pesa addosso come un macigno. Alice dormiva dalla nonna, io e Sabrina rientrando a casa dopo una cena avemmo un grave litigio che degenerò fisicamente. Ancora non so spiegarmelo, ancora mi maledico per aver alzato le mani” (p. 175-176).

 

La dipendenza

Cristiano racconta di come a 15 anni cominciò ad usare l’eroina. Dei problemi di salute. Dell’affrancazione ma anche delle ricadute. Questo aspetto della sua vita è anche all’origine (almeno in parte) del rapporto complicato con i propri figli.

 

La vita artistica e la propria visione del mondo

Nel libro Cristiano narra la genesi della sua copiosa produzione artistica e dei successi ottenuti (compreso un secondo posto al Festival di Sanremo nel 1993 che portò papà Fabrizio, di regola avaro di manifestazioni di affetto (p. 29), a dirgli: “Questa è la seconda c***o di soddisfazione che mi dai dopo il dentice pescato a sei anni” (p. 30). A più riprese egli espone anche il suo modo di vedere le cose:

Credo di avere avuto un vantaggio in questo triste cambiamento: sono nato in tempo. Sono cresciuto in una generazione, probabilmente l'ultima, che ha ricevuto gli insegnamenti giusti e di conseguenza è stata messa nella condizione di accorgersi dei cambiamenti, di viverli per quello che valevano e di saper discernere senza tradirsi” (p. 128).

Arrivava ovunque l’errato messaggio che la felicità si sarebbe potuta comprare. Poi, si sa, più si va verso la sponda della compravendita di tutto, più si perde aderenza con quello che sta dall'altra parte, ovvero il calore umano, il valore della famiglia, l'attenzione per le piccole cose” (p. 129).

 

Il libro contiene molte cose. Una, mi sembra, assume particolare importanza.

Ci sono persone che non hanno mai avuto o hanno perso prestissimo il padre. Devono quindi misurarsi con un’assenza che dura tutta la vita che li porta a chiedersi: “come sarebbe stato se ci fosse stato lui”?

E si sono persone che devono convivere con padri ingombranti, perché hanno una personalità forte, hanno avuto successo o per tante altre ragioni.

Cristiano De André sembra aver vissuto contemporaneamente entrambe queste situazioni.

Leggere il suo libro aiuta a capire le dinamiche profonde delle relazioni familiari.

Perché la frase che conclude il libro (al termine di una lettera che Cristiano scrive a suo padre e che da sola giustifica l’acquisto del volume) è la frase che ogni persona che sta leggendo queste righe, sono certo, direbbe al proprio padre.

(18 agosto 2018)

 

 

 

Reattività o proattività? (A proposito dei ponti sulla A14 e sulla A10)

esplosione bologna 4

 

Il giurista può guardare ai fenomeni in due modi diversi (ma connessi).

a) In un primo modo il giurista guarda i fenomeni alla luce del diritto vigente. Egli veste i panni dell’ “interprete” e definisce come si devono giudicare i fatti quando sono avvenuti. L’esempio tipico è quello del giudice chiamano a decidere chi deve essere ritenuto responsabile per l’incidente verificatosi sulla A14, presso Bologna, il 6 agosto 2018 quando una autocisterna piena di materiale infiammabile, tamponando un tir che la precedeva, ha innescato una esplosione e il conseguente crollo di un ponte autostradale in uno degli snodi viari più importante d’Italia (oltre a cagionare feriti e altri danni materiali, senza dimenticare l’unica vittima, ovvero il guidatore dell’autocisterna).

b) Ma il giurista può vestire anche i panni del cosiddetto “ingegnere sociale” (o, sotto altro profilo, dell’ ”architetto delle scelte”) che si preoccupa di disciplinare i rapporti sociali al fine, ad esempio, di imporre comportamenti che prevengano gli incidenti (le finalità che si possono perseguire sono infinite).

La logica che governa il paradigma a) è quella della rigorosa attribuzione delle responsabilità. Una logica che potremmo definire “reattiva”. In tale contesto è persino superfluo ribadire la necessità di rispettare il principio di non colpevolezza (specie se sono coinvolte responsabilità penali). Per attribuire le responsabilità occorrono i processi (con le connesse irrinunciabili garanzie) che mirano innanzitutto all’accertamento dei fatti. Questa attività (logicamente preliminare) è fondamentale perché l’accertamento dei fatti consente di capire le cause che hanno prodotto certi avvenimenti e di rimuoverle affinché non si verifichino più in futuro.

La logica che governa il paradigma b), è, invece, di tipo “proattivo”. Dopo aver compreso bene perché un certo fenomeno si verifica, si introducono delle misure (normative ma anche di altro tipo) per incidere sul fenomeno per prevenirlo, correggerlo e simili.

Quando si verifica un evento traumatico (come può essere il crollo di un ponte) parte (giustamente, sia chiaro) la caccia al responsabile. Le persone, cioè, sono in prevalenza attratte dalla logica “reattiva”. Ma toccherà ad avvocati e giudici lavorare per accertare le responsabilità e applicare, con tutte le garanzie, il diritto vigente.

Molte meno persone, invece, si lasciano attrarre dalla logica “proattiva”. Ovvero non dalla domanda: “chi è responsabile?”; bensì: “cosa occorre fare per evitare che episodi negativi e dannosi si producano di nuovo?”.

Faccio un esempio relativo all’incidente sulla A14 che ormai pare non interessare più a nessuno, ma che solo per miracolo non ha provocato decine di morti.

Un conto è la domanda: chi è responsabile? Altro discorso è chiedersi: il sistema che abbiamo scongiura o propizia incidenti del genere? Per rispondere a questa seconda domanda non è necessario attendere la risposta alla prima (e, quindi, l’accertamento delle responsabilità in quel caso concreto). Basta avere evidenze di altro tipo: si sa che una autocisterna in autostrada è una minaccia in sé. Allora perché non prevedere immediatamente una misura che imponga la presenza di due guidatori in cabina entrambi in grado di intervenire così che in caso di disattenzione di uno si può sperare che almeno l’altro agisca? Ovviamente non abbiamo la garanzia che si risolva il problema. Incidenti ce ne sarebbero: ma almeno si prova a ridurre il rischio (nella prospettiva indicata possono essere immaginate anche altre misure, ma non è questo il luogo per parlarne). E’ molto più facile condannare il singolo (anche senza processo) che non chiedersi quali misure “proattive” attuare. Anche perché spesso le misure tese ad ottenere maggiore sicurezza “costano” (come costa avere due autisti in cabina) e il “sistema” va verso una concorrenza al ribasso che penalizza proprio la sicurezza.

Con i necessari adattamenti, quanto detto può essere trasferito al crollo del ponte sulla autostrada a Genova avvenuto il 14 agosto 2018.

I fenomeni devono essere visti sia nella logica “reattiva” sia nella logica “proattiva”. Fermarsi alla prima è miope. Già sappiamo che un’altra cisterna esploderà su una autostrada e che un altro ponte crollerà.

17 agosto 2018

 

 

La cura di L

camice bianco

 

La cura di L.

All’inizio suo figlio non aveva capito (e con lui nessun’altro) che potesse essere un problema. La storia finì con l’amara constatazione che quello fosse il problema. L’unico, vero, insormontabile problema.

L. mi è tornata in mente qualche sera fa, durante una piacevole serata tra amici, nel momento in cui alcuni di loro hanno cominciato a narrare le vicende un po’ drammatiche un po’ comiche che si ritrovano a vivere con i loro genitori anziani colpiti in maniera più o meno grave da patologie riconducibili all’Alzheimer.

Anche L., con l’andare degli anni, aveva dovuto fare i conti con i decadimenti connessi all’età. Ma aveva dovuto confrontarsi pure con delle patologie autoimmuni incurabili che aveva scoperto di avere e che avrebbero potuto essere tenute sotto controllo per assecondare lo scopo primario della vita: spingere la notte più in là.

Consapevole della situazione, era diligente nell’informarsi e nel consultare medici delle più svariate specializzazioni che altrettanto diligentemente facevano diagnosi (non sempre concordi) e prescrivevano farmaci (non sempre compatibili, tra loro e con il contesto: naturalmente a detta di altri luminari). Il copione cominciava a delinearsi: visita, prescrizione, acquisto dei farmaci, e poi… nulla. I farmaci restavano li.

Con il tempo internisti ed esternisti, cardiologi e tuttologi, neurologi e podologi (per fare rima) e chi più ne ha più ne metta presero a visitare la casa di L., ignari del copione che tutti recitavano in commedia.

Memorabile rimase l’incontro con un neurologo chiamato per via di alcuni problemi alle estremità che non sparivano. Egli cominciò chiedendo: “L. , che giorno è oggi? Come si chiamano i suoi figli? In che giorno capita il Natale”. E via con domande di questo tipo. L. rispose a tutte le domande. Il luminare fece una prima diagnosi rivolgendosi al figlio dicendo: “Sua madre è perfettamente orientata nel tempo e nello spazio”. L. intervenne dicendo: “Professore, se è venuto qui a fare domande sceme se ne può andare”. Poi rivolto al figlio L. disse: “Questo qui non lo pagare”. Il figlio rise: sapeva benissimo che sua madre era totalmente presente a se stessa. La visita proseguì nell’imbarazzo. Il luminare alla fine vergò di suo pugno un foglio con un lungo scritto che si chiudeva con la prescrizione di alcuni farmaci. Nell’accompagnarlo alla porta il figlio corrispose i 300 euro dovuti e disse: “Dottore (dentro di sé probabilmente lo aveva inconsciamente declassato), il fatto è che L. non prende i farmaci”. Il luminare rispose: “E sbaglia, se non capisce che deve prendere i farmaci andrà incontro al peggio. Buongiorno”.

Il problema prendeva forma. Perché il figlio non avrebbe dato nulla a L. senza il suo consenso. E perché L. controllava che nulla le fosse dato contro la sua volontà (ad esempio, pretendendo che i piatti fossero scambiati tra i commensali al momento del pranzo così da essere certa che nulla fosse stato “sciolto” nelle pietanze).

La processione di dottori proseguiva. Il colloquio in corrispondenza del versamento degli onorari (dai 200 euro in su) pure. Con qualche variante nelle risposte alla considerazione: “Dottore, L. non prende i farmaci”. Qualcuno chiosava: “la convinca”; qualcun altro: “non è un problema mio”; altri ancora motivavano: “il mio compito è diagnosticare la malattia e prescrivere la cura, il resto non rientra tra i miei compiti, anche perché le persone sono libere di curarsi o no”.

Solo una giovane dottoressa cui il figlio di L. aveva spiegato la situazione aveva compreso il da farsi. Così dopo ogni visita dell’esperto andava a trovare L. Leggevano insieme diagnosi e bugiardini dei farmaci. Rispondeva a tutte le domande di L. che alla fine “cedeva” e qualcosa prendeva. Il paziente colloquio con un medico che aveva voglia e tempo di ascoltare quella paziente serviva a far assumere a L.  almeno una parte della terapia.

La notte, alla fine, è arrivata anche per L.

Quando parlo con suo figlio capisco che insieme ai ricordi di L. (e un piccolo dolore prodotto dal senso di impotenza per non averla potuta davvero aiutare) in lui resta la consapevolezza che nessuna diagnosi e nessuna cura valgono se non si è capito davvero qual è il problema.

 

 

Tullio Ascarelli - I competenti

Tullio Ascarelli (1903 - 1959) è stato uno dei più grandi giuristi italiani.

Figlio di genitori ebrei, professore ordinario a 27 anni, venne privato della cattedra a seguito delle emanazioni delle leggi razziali e visse in Brasile tra il 1941 e il 1946.

Nel 1923 pubblicò sulla rivista "Studi politici" (I, n. 1, gennaio 1923, p. 24), un articolo dal titolo "I competenti".

L'articolo venne poi ripubblicato anche sulla rivista di Pietro Gobetti "La rivoluzione liberale" (II, n. 12, 1° maggio 1923).

Lo riporto di seguito. Credo sia ancora attuale. (Qui un mio articolo sulla competenza in politica).

 

 

tullio ascarelli

Tullio Ascarelli. I competenti ("La rivoluzione liberale" anno II, n. 12, 1° maggio 1923).

Si grida da tutti in Italia che ciò che ci fa bisogno è un Governo di competenti. Come, gridano tutti i nostri cittadini ben pensanti, si richiede una specifica preparazione per un qualunque veterinario e non la si richiede per un uomo di Stato? Come è mai possibile che uno stesso trono vada indifferentemente dal Dicastero della Guerra a quello della Giustizia, da quello dell'Agricoltura a quello del Tesoro? Come è possibile che un diplomatico possa andare alle Finanze, un filosofo alle colonie, un giurista agli Esteri? E' questa, dicono i più fini politici, la vera causa del predominio della burocrazia, tanto più irresponsabilmente onnipotente per quanto maggiore è l'incompetenza del responsabile ministro; è questa, si dice, una delle cause della decadenza del Parlamento, assemblea di incompetenti, che opportunamente potrebbe venir sostituito da corpi tecnici.

    Secondo molti la vera rivoluzione che dovrebbe compiersi in Italia dovrebbe consistere per l'appunto nel portare al Governo i competenti, anzi nel rendere sempre più competente l'intera classe dirigente, e la più grave accusa che molti muovono al Governo di Mussolini è quella di contare nel suo seno alcuni incompetenti.

    Quando si pensi che questi competenti non possono poi essere che i burocrati dei vari Ministeri, o, nella migliore delle ipotesi, i membri delle numerose accademie, o gli avvocati dei produttori faccendieri, questo mito del Governo dei competenti non appare molto attraente. E' davvero un po' strana questa venerazione per i competenti proprio da parte di coloro che non hanno nessuna competenza, e che rifuggirono sempre dall’ acquistarsene una.

    I competenti sono senza alcun dubbio, delle carissime persone che hanno il solo torto di sapere una gran quantità di cose che "The man in the street" non solo ignora ma seguiterà costantemente ad ignorare (non per nulla i più competenti tra i competenti sono quelli che hanno sempre pronta una buona dose di cifre onde addormentare l'incauto interlocutore), ma non qui sembra davvero che possano assolvere la funzione di uomini politici. L'esperienza della politica dell'impero tedesco dovrebbe insegnare qualche cosa in proposito.

    I problemi politici non sono problemi tecnici ma problemi umani, per risolverli non è necessaria una speciale preparazione in quel campo che si usa chiamare tecnico, ma una esperienza politica intimamente vissuta. Il criterio politico e il criterio tecnico sono e devono essere distinti ed i nostri amici "competenti", che impersonano il criterio tecnico sono perciò stesso i meno adatti a trattare di politica, direi quasi che sono tanto meno adatti per quanto più sono competenti. Ciò spiega perché un uomo di Stato possa essere egualmente grande a capo di uno od altro Dicastero; perché un'Assemblea di legislatori possa e debba essere una Assemblea di incompetenti; perché il suffragio universale, che pone la sorte della nazione in mano della massa che, incompetente, manda a rappresentarla dagli incompetenti, sia ancora il mezzo di governo più sanamente conservatore.

    Ma dietro la venerazione dei competenti che fortunatamente rimarrà sempre allo stato di amor platonico, v'è nascosto qualcosa di caratteristicamente italiano: cioè il bisogno, che sembra tanto preoccupare questo nostro buon popolo, di rinunciare al proprio giudizio politico: il che val quanto dire rinunciare alla propria libertà politica.

    L'aspettazione messianica del Governo dei competenti è la comoda scusa per mascherare dietro la propria incompetenza la rinuncia ad emettere un giudizio politico: se li prenda chi vuole questi grattacapi politici, se li prendano questi competenti, che non fanno che cianciare e criticare dimostrando sempre che si è fatto quel che non si doveva fare, e si lasci in pace il povero cittadino, che, privo delle pezze d'appoggio delle statistiche e dei documenti, non può che accumulare errori su errori!

    Ma i competenti credono più comodo rimanere a cianciare e criticare, il che forse non è poi gran danno, né per loro né per noi.

    (Da Studi Politici).

TULLIO ASCARELLI
 
 
La rivista "La rivoluzione liberale" di Pietro Gobetti può essere consultata a questo indirizzo http://www.erasmo.it/liberale/default.asp
 
 
 
 

Il diritto non deve appiattirsi sulle leggi economiche (a proposito del "decreto dignità")

Il diritto non deve appiattirsi sulle leggi economiche (a proposito del "decreto dignità")

giustizia economia

 

In questi giorni c’è un proliferare di critiche al cosiddetto «decreto dignità», in particolare nella parte che modifica la disciplina dei contratti a tempo determinato. L’argomento principale è il seguente: «Tale decreto innalza il costo del lavoro a tempo determinato e aumenta il costo del licenziamento: queste due cose hanno effetto negativo sulla domanda di lavoro e portano a una riduzione dell’occupazione. È teoria economica pura».

Le cose stanno davvero così? L’affermazione che vi sia un effetto sicuramente negativo sulla domanda lavorativa (complessiva) si basa sul postulato che diminuzione del costo del lavoro (comunque venga misurato) e maggiore flessibilità hanno l’effetto di aumentare la domanda aggregata di lavoro. Ma tale postulato e la conseguente affermazione è considerata vera da tutti gli economisti?

Porsi tale interrogativo è lecito: non esiste una sola «teoria economica» (pura per giunta). Ma siccome la stessa affermazione (o lo stesso punto di vista di potere) viene ripetuto come un disco rotto, le persone sono indotte a credere che sia una «verità» assoluta (e pura...).

Ma veniamo all’aspetto giuridico. Se ciò che ci deve governare è «la teoria economica pura» allora sostituiamo l’articolo 1 della Costituzione con questa norma: «L’Italia è un mercato dove le relazioni sociali sono governate dalla legge (pura) della domanda e dell’offerta». Ma poi occorrerebbe essere conseguenti.

Perché limitarsi a richiamare la «legge della domanda e dell’offerta» solo a proposito del decreto dignità?

Molte leggi cercano di riequilibrare le asimmetrie di potere che esistono, ahimè, tra le persone. Le leggi a tutela dei consumatori non vogliono forse riequilibrare le asimmetrie di potere contrattuale? Le leggi sul collocamento obbligatorio non mirano a dare un’opportunità a persone per le quali difficilmente esiste una «domanda»?

La legislazione antitrust non punta a bilanciare i rapporti tra le imprese evitando che qualcuna diventi tanto grande da annientare tutte le altre? L’elenco è praticamente infinito.

Ma per simili ipotesi non si invoca la teoria economica pura (anche se viene il sospetto che è solo una questione di tempo: pian piano tutte le tutele che cercano di limitare il potere del più forte verranno smantellate). Se il diritto deve appiattirsi sulla «teoria economica pura», che bisogno abbiamo del diritto? Perché abbiamo dimenticato che il diritto persegue la giustizia (anche sociale) che spesso viene messa all’angolo proprio dalle leggi del mercato?

L’obiettivo del decreto dignità, da ieri in discussione alla Camera, ha come obiettivo quello di fronteggiare il grave problema della precarietà del lavoro soprattutto giovanile. Può essere migliorato.

Probabilmente si può adottare un approccio del tutto diverso al problema. Ma sarebbe bello se si smettesse di accreditare come verità (pure) i postulati che creano il problema della precarietà.

 

Corriere del Trentino, 1° agosto 2018

Corriere dell'Alto Adige, 1° agosto 2018

diritto appiattito

 

 

 

 

Le fiabe e la ricerca dell'equilibrio

Le fiabe e la ricerca dell'equilibrio

ondina

 

Qualche giorno fa ho postato su Facebook una immagine del lago di Carezza, in Alto Adige, per raccontare la fiaba della ninfa Ondina che quel lago abitava fino a quando dovette fare i conti con il mago Masarè.

Il post ha ricevuto molti "like" ed alcuni commenti. Mi sono chiesto perché una fiaba abbia potuto suscitare un discreto interesse. Ho provato a darmi una risposta.

Vladimir Jakovlevi Propp, famoso linguista e antropologo, ha analizzato la morfologia e il funzionamento delle fiabe russe più celebri, allo scopo di evincere una struttura ripetibile ed estensibile al complesso della narrativa mitica o popolare. Nel suo scritto «Morfologia della fiaba», Propp ha identificato trentuno funzioni o sequenze che compongono il racconto. Si tratta delle situazioni tipiche nello svolgimento della trama con riferimento al ruolo svolto dai personaggi a loro volta individuati in maniera tipica: l'eroe, di regola uomo; il suo aiutante; l'antagonista; la principessa, ovvero il «premio» (le pari opportunità sembrano non appartenere a quel tipo di universo); il padre di lei; il mandante, ossia colui che manda via l'eroe; il donatore, cioè chi prepara l'eroe e gli fornisce l'oggetto magico.

Propp, soprattutto, ha delineato uno schema generale della fiaba che si articola tendenzialmente in quattro fasi: l'equilibrio iniziale (ovvero: l'esordio); la rottura dell'equilibrio iniziale; le peripezie dell'eroe; il ristabilimento dell'equilibrio (conclusione). La traiettoria delle favole, insomma, sembra coincidere con la ricerca di un equilibrio perduto.

carezzaNelle fiabe: è chiaro il ruolo dei personaggi; netta la distinzione tra bene e male; meccanico il rapporto causa-effetto; semplice ricavare la morale univoca.

Tutte cose che ormai esistono solo nelle favole.

Perché le persone recitano molti ruoli e spesso si rivelano ambigue; perché il bene e il male si intercambiano nella scala infinita di grigi; perché nella complessità dei fenomeni diventa difficile capire l'origine degli accadimenti e i loro effetti più remoti; perchè la morale e una parola plurale e, quindi, non solitaria.

Quanto alla ricerca dell'equilibrio conviene rircordare che quest'ultimo è una condizione interiore. Comprende senz'altro il senso della misura e la capacità di valutare le cose il più possibile in modo obiettivo. Ma finisce per immedesimarsi nella saggezza. Una virtù della vita adulta che, anch'essa, oggi pare esistere solo nelle favole.

[ripresa di Corriere del Trentino, 12 agosto 2015]

 Lago di Carezza, 27 luglio 2018

 

 

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