Giovanni Pascuzzi

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La cultura delle ronde

La cultura delle ronde

Trentino, 12 dicembre 2018

 

cultura delle ronde

 

Nei giorni scorsi i mass media hanno raccontato la vicenda del giovane ingegnere umiliato, negli spazi dedicati al mercatino di Natale, da un «osservatore volontario» della sicurezza. Il tutto sarebbe nato dalla implicita connessione che quest’ultimo ha fatto tra il colore della pelle del giovane e l’attitudine a delinquere.

Richiamo l’episodio al solo fine di svolgere qualche considerazione di ordine generale.

Gli osservatori volontari della sicurezza sono regolamentati dal d.m. 8 agosto 2009. In quell’anno Ministro dell’Interno era Roberto Maroni.

Osservatori volontari della sicurezza fu il nome che il legislatore scelse di dare al fenomeno delle «ronde», ovvero alle forme spontanee di aggregazione di cittadini che si riunivano con la finalità di accrescere la vigilanza e quindi il senso di sicurezza della popolazione specie durante le ore notturne.

A dieci anni di distanza da quelle norme forse è utile tornare a chiedersi: qual è la «cultura» alla base di questo fenomeno?

La domanda ha almeno una duplice accezione.

Innanzitutto ci si può chiedere quale cultura debba avere un osservatore volontario. Ebbene: mentre per fare il carabiniere occorre almeno il diploma di scuola superiore, per fare il poliziotto il diploma di terza media, per fare la guardia giurata è necessario dimostrare di saper leggere e scrivere, per diventare osservatore volontario non è richiesto nessun requisito culturale. In linea teorica può diventare osservatore della sicurezza un analfabeta che non è in grado neanche di leggere il nome della via dove sta assistendo ad un crimine per poterlo indicare alle forze dell’ordine. È volutamente un esempio estremo. Ma nell’interesse degli stessi volontari che svolgono con passione il proprio lavoro e della delicatezza della funzione, forse sarebbe necessario richiedere qualche requisito culturale più stringente per poter accedere al ruolo. Vero è che il citato d.m. 8 agosto 2009 prevede che gli osservatori seguano dei corsi di formazione e aggiornamento. Ma è altrettanto vero che non si può prescindere dai requisiti culturali minimi di partenza.

Ma il punto nodale è un altro (e veniamo alla seconda accezione che possiamo dare alla domanda dalla quale siamo partiti). Le ronde, ovvero le associazioni di osservatori volontari (secondo la dizione normativa) rispondono all’ansia di sicurezza che sembra caratterizzare il tempo presente.

La legge attribuisce a questi osservatori il compito (esclusivo) di segnalare alle forze dell’ordine «eventi che possono arrecare danno alla sicurezza urbana». Originariamente era previsto che segnalassero anche «situazioni di degrado urbano», ma la Corte costituzionale ha ritenuto illegittima tale ulteriore funzione.

Ma cosa intendiamo per sicurezza urbana? Molti pensano subito ai furti (e, infatti, le associazioni di osservatori sono state invitate a presidiare i mercatini di Natale). Altri pensano a chi imbratta con deiezioni i muri delle Chiese (e non mancano responsabili istituzionali che pensano di impiegare i vigilantes). Nessuno nega l’esistenza di questi fenomeni di illegalità e degrado. Ma la sicurezza significa solo difendersi da questo tipo di problemi? I casi descritti sono forse più importanti della sicurezza di avere dei locali con uscite (di sicurezza: guarda caso si chiamano così) acconce? Nel recente caso dove sono morti dei giovani, vicino ad Ancona, non c’era forse un problema di sicurezza urbana? Ma non risulta che degli osservatori si siano preoccupati di segnalare lo stato di degrado di una balaustra.

Dietro la cultura delle ronde c’è una idea di privatizzazione della sicurezza. Una sicurezza che coincide solo con la tutela del (piccolo) patrimonio verso il malintenzionato spicciolo e visibile. Una logica che contempla l’ampliamento della legittima difesa e, quindi, in definitiva il farsi giustizia da sé.

Così si finisce per convincersi che la vita è vivere in una specie di «fortino» dove è necessario difendersi ma solo dalle cose che si avvertono come pericolose in maniera molto superficiale e parziale. È davvero questa l’unica cultura che oggi siamo in grado di immaginare? L’unico futuro possibile?

 

 

 

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