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Genitori e figli: tra potestà e responsabilità

Genitori e figli: tra potestà e responsabilità

Vita Trentina, 18 novembre 2018

 

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Ricorrendo ad una immagine molto evocativa, alcuni giuristi amano ripetere che il diritto non «ha» una storia ma che il diritto «è» storia. Perché l’evoluzione di un ordinamento giuridico fotografa il divenire di una comunità.

Un esempio di quanto appena detto si può cogliere facilmente nell’ambito famigliare.

Quando entrò in vigore, nel 1942, nel nostro codice civile i principi in materia di rapporto genitori/figli erano contenuti nel Titolo nono del Primo libro che si intitolava «Della patria potestà». Nella versione di allora, l’articolo 315 così recitava: «Il figlio, di qualunque età  sia,  deve  onorare  e  rispettare  i genitori». Mentre il successivo articolo 316 chiariva che il figlio era soggetto alla potestà dei genitori fino alla maggiore età, specificando che tale potestà dovesse essere esercitata dal padre.

Nel 1975, con la riforma del diritto di famiglia, il citato Titolo nono smise di intitolarsi alla patria potestà per fare spazio alla «Potestà dei genitori». Il cambiamento era in linea con la volontà di attuare la piena uguaglianza tra i coniugi. Venne anche modificato l’articolo 315 che dal 1975 in poi ha avuto il seguente contenuto: «Doveri del figlio verso i genitori. Il figlio deve rispettare i genitori e deve contribuire, in relazione alle proprie sostanze e al proprio reddito, al mantenimento della famiglia finché convive con essa».

Con la legge 219/2012 la rubrica del più volte richiamato Titolo nono è cambiata nuovamente diventando: «Della potestà dei genitori e dei diritti e doveri del figlio».  Ed una ulteriore sua modifica (l’ultima, per il momento) si è avuta con il decreto legislativo 154/2013. A far data dalla sua entrata in vigore (7 febbraio 2014) la rubrica del Titolo IX del primo libro del codice civile è: «Della responsabilità genitoriale e dei diritti e doveri del figlio». Questa volta l’obiettivo perseguito dal legislatore era garantire l’uguaglianza di tutti i figli. Lo si evince, tra l’altro, dal nuovo articolo 315 che oggi così si esprime: «Tutti i figli hanno lo stesso stato giuridico». Cosa sia la responsabilità genitoriale lo spiega il nuovo articolo 316 con queste parole: «Entrambi i genitori hanno la responsabilità genitoriale che è esercitata di comune accordo tenendo conto delle capacità, delle inclinazioni naturali e delle aspirazioni del figlio». Rispetto al vecchio testo dell’articolo 316 cambia anche il termine finale: la responsabilità dei genitori non cessa con il raggiungimento della maggiore età del figlio.

Quanto appena ricordato dà corpo alla affermazione iniziale: quanta «storia» ci raccontano queste riforme legislative. Su due elementi conviene porre l’attenzione.

1) Il cambio di prospettiva. Al centro non ci sono più i genitori, cui i figli devono portare rispetto; ma i figli, appunto, il cui superiore interesse conquista il centro della scena.

2) Il cambio di paradigma. La categoria di riferimento che lega i genitori ai figli non è più la «potestà» bensì la «responsabilità». Il concetto di potestà descrive una relazione di supremazia e di potere. La responsabilità sottolinea il profilo della cura e del prendersi cura. Il responsabile (come dice l’etimologia della parola) risponde a qualcuno, risponde di qualcosa.

Naturalmente è difficile definire con esattezza che cosa sia la responsabilità genitoriale. Per alcuni versi la si può circoscrivere in senso negativo: è da «irresponsabili» litigare davanti ai figli (perché quando un matrimonio va in frantumi ci si dicono cose terribili che fanno molto male). Ma è anche «irresponsabile», da parte di un coniuge, appiattirsi sulle scelte educative operate dall’altro coniuge. Perché, guardandola in positivo, la «responsabilità» nei confronti dei figli significa che ogni genitore deve impegnarsi in prima persona nella elaborazione e nella realizzazione di un progetto educativo comune.

Già: l’educazione. Genitori responsabili si diventa, imparando. Al fine di diventare esempi da seguire grazie all’autorevolezza (cosa tutta diversa dalla autorità su cui si fondava la potestà). Che questo accada davvero in ogni famiglia è, spesso, solo un auspicio.

 

 

 

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