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Renzi, Di Maio (ovvero: l'incolpevole nuova generazione di politici) e il punto di vista delle foglie

Renzi, Di Maio (ovvero: l'incolpevole nuova generazione di politici) e il punto di vista delle foglie

Trentino 19 ottobre 2018

 

foglie

 

Caro Direttore,

la storia recentissima del nostro paese ha visto l’ascesa al potere di una nuova generazione di politici. Si pensi, ad esempio, a Matteo Renzi e a Luigi Di Maio. A prima vista diversissimi e collocati (per narrazione e autonarrazione) su barricate opposte. Ma, ad un esame più approfondito, è possibile scorgere alcuni elementi che li rendono molto più omogenei di quanto possa sembrare.

Ad esempio gli slogan. Quello del Matteo Renzi degli inizi era «L’Italia cambia verso»; Luigi Di Maio si sta impegnando allo spasimo nel «Governo del cambiamento».

Un secondo elemento di comunanza è rappresentato dalla fiducia cieca nella funzione taumaturgica (se non miracolosa) del potere. Nel discorso pronunciato appena eletto, per la prima volta (dicembre 2013), segretario del Partito democratico, Renzi, sottolineando l’avvenuto cambio generazionale, disse testualmente: «Credo sia arrivato un momento in cui non possa bastare più continuare a sentirsi raccontare quanto è stata bella la loro storia, è arrivato il momento di scrivere la nostra storia e non solo sentirsi raccontare quanto è stata bella la storia degli altri (discorso integrale)». In un discorso pronunciato il 2 giugno di quest’anno, subito dopo aver giurato da Ministro, Di Maio ha detto: «Adesso lo Stato siamo noi»: una frase infelice e poco veritiera (perché lo Stato è cosa diversa dal governo e, ancor di più, da un partito), ma sufficientemente evocativa della convinzione di poter cambiare tutto come se si possedesse la bacchetta magica.

Ma c’è anche un terzo elemento ad avvicinare i due leader in parola: la certezza di poter risolvere tanti problemi attraverso atti normativi. Quando (nel 2014) assunse l’incarico di Presidente del Consiglio, Matteo Renzi promise «una riforma al mese» (impegno sostanzialmente mantenuto anche se con giudizi contrastanti come egli stesso ammette nel suo libro «Avanti. Perché l’Italia non si ferma», pubblicato da Feltrinelli nel 2017). Di Maio è convinto, a dar retta ad un post apparso sul blog del Movimento 5 stelle, di poter addirittura abolire la povertà attraverso il reddito di cittadinanza: la povertà, un tema con il quale si è cimentato lo stesso Gesù Cristo.

A me sembra che questa nuova generazione di politici sia poco abituata a vedere le cose «dal punto di vista delle foglie». Le foglie stanno in alto: esse vedono le cose con una prospettiva diversa; hanno un quadro d’insieme; sono in grado di dare un senso ad ogni elemento del bosco. Solo le foglie possono capire se davvero stiamo cambiando verso o se stiamo solo girando intorno allo stesso punto. Solo le foglie sanno davvero se ciò che avvertiamo come problema è effettivamente il problema e non semplicemente il sintomo di un altro problema.

Va da sé che non possiamo muovere colpe specifiche ai giovani:  dopo che per decenni ha dominato la «retorica del fare» non ci si poteva che aspettare il prodotto rappresentato dal «problema risolto in fretta perché ho preso il potere».

Guardando le cose da punto di vista delle foglie è più facile capire che esistono dei dati di fondo che ci caratterizzano come italiani e che ci vuole tempo per cambiare. Se si vuole li si può chiamare  stereotipi: ma corrispondono al modo con il quale siamo visti da fuori.

La furbizia è una nostra caratteristica: non a caso gli stessi che propongono il reddito di cittadinanza si preoccupano poco della effettiva realizzabilità dell’iniziativa e molto dei possibili “furbetti” tanto da introdurre la poco plausibile distinzione tra spese morali e spese “immorali”.

Ed è bello anche il dibattito sulla contrapposizione tra legge e giustizia: salvo che in questo paese con Antigone si immedesimano soprattutto gli evasori fiscali (pardon: obiettori).

La furbizia di piccolo cabotaggio, la tendenza a dividersi come allo stadio, il ridurre ogni cosa alla categoria “amico-nemico”, il familismo-amorale sono tutte caratteristiche di lungo periodo che non si cambiano con il cambio di governo.

Dovremmo cambiare mentalità. Per esempio convincerci che occorre essere inflessibili allo stesso modo sia con chi si appropria del finanziamento pubblico ai partiti sia con chi si appropria dei soldi destinati alla beneficenza. Ma farlo significa mettere in discussione tutte le cose che ci caratterizzano e che ho appena ricordato. E in ogni caso occorrono tempo e tempra morale: il primo non c’è; la seconda non c’è più. E alle foglie nessuno guarda più.

 

 

 

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