Giovanni Pascuzzi

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Senza neanche il diritto ad un nome

Vita Trentina, 2 settembre 2018

strage braccianti

 

Senza neanche il diritto ad un nome

Nel mese di agosto quasi 20 braccianti agricoli sono morti nelle campagne del foggiano a causa di incidenti stradali. Assunti da caporali avevano in comune una caratteristica: erano di colore. E di alcuni di loro non si conosce neanche il nome, perché viaggiavano senza documenti.

Questa vicenda richiama l’attenzione proprio sul diritto e sui diritti.

Il diritto al nome. Il diritto al nome è uno dei diritti che ci spetta per il solo fatto di nascere. Esso costituisce una componente essenziale dei diritti fondamentali della persona umana, perché rappresenta un elemento costitutivo dell'identità individuale, consentendo un'identificazione immediata e riconoscibile del soggetto che lo porta, attributo necessario ed ineludibile per lo sviluppo soggettivo e relazionale della personalità. Non costa nulla. Ci spetta, appunto, per nascita: il cognome della famiglia e il nome scelto dai genitori. Le persone che sono morte in quegli incidenti non avevano nessun diritto: neanche il diritto universale e gratuito ad essere conosciuti e riconosciuti. Macchine da lavoro, e basta.

Il diritto e l’economia. Queste persone sono vittime di un fenomeno antico: il caporalato. Il caporale ha il compito di reperire manodopera a basso costo per i proprietari terrieri e le società agricole trattenendo per sé una parte del compenso che, ovviamente, è molto al di sotto di quello previsto dai tariffari (di copertura previdenziale neanche a parlarne). Il caporalato è una forma di sfruttamento o di speculazione che aggira le tutele previste dalla legge. Non a caso ho usato due termini del lessico economico. La compravendita di manodopera nelle campagne ci fa capire come funziona un sistema governato dalla sola legge economica della domanda e dell’offerta: tante persone che hanno bisogno di lavorare generano “l’offerta di lavoro” che è molto superiore alla “domanda”. Ecco quindi che il caporale (colui che rappresenta “la domanda”) può scegliere chi far lavorare con la conseguenza di innescare una concorrenza che conduce al ribasso del prezzo della manodopera e all’azzeramento delle tutele. Questa vicenda è la cartina di tornasole di un mondo regolato dalle leggi dell’economia e non dalle norme giuridiche.

Mercato del lavoro e diritto del lavoro. In questi giorni abbiamo letto tanti commenti che mettono in luce le responsabilità sottese a queste tragedie: i caporali, gli imprenditori agricoli (per fortuna non tutti: quelli senza scrupoli), i politici che sopportano i “ghetti”, le forze dell’ordine che non controllano, le grandi catene distributive che hanno la forza di imporre prezzi sempre più bassi per l’acquisto dei prodotti della terra e chi più ne ha più ne metta. Occorre intervenire su ognuno di questi aspetti. Ma c’è una cosa che possiamo fare tutti: smettiamo di usare l’espressione “mercato del lavoro”. Usando quell’espressione anche noi avalliamo l’idea che il lavoro sia identico a qualsiasi altra merce e che le persone siano merce. Non è così e non deve essere così. Usiamo l’espressione diritti e doveri dei lavoratori.

Anche attraverso il linguaggio noi testimoniamo i valori in cui crediamo. I valori si affermano non rimanendo in balia del mercato e della logica del profitto ma attraverso il diritto e i diritti. Cominciando dal più semplice di tutti: il diritto a un nome.

La tragedia che ha colpito queste persone ci riguarda tutti, perché ci interroga su come vogliamo vengano regolati i rapporti sociali: dall’economia o dal diritto.

 

 

 

 

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