Giovanni Pascuzzi

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Appalti: come cambiare

Corriere del Trentino, 5 luglio 2018.

L'Università di Trento è stata investita da quello che anche la stampa nazionale ha definito «terremoto giudiziario». Inutile girarci intorno: si è trattato di un colpo all’immagine del nostro ateneo. Ciò non vuol dire che sia venuta meno l’autorevolezza e la credibilità dell’istituzione. Ma non si può neanche restare inerti di fronte a quanto accaduto, limitandosi ad attendere le risultanze processuali. Una cosa, infatti, sono i processi (che devono seguire la loro strada in tutta tranquillità), altro è chiedersi se qualcosa può essere fatto per depotenziare in astratto il rischio che si verifichino comportamenti non virtuosi. Quando nasce un problema (spiacevolissimo, come in questo caso) occorre interrogarsi se si è fatto davvero tutto per evitare che sorgesse.

Qui non è in discussione il sacrosanto principio di non colpevolezza e il diritto degli indagati a difendersi (nella speranza che la loro correttezza venga al più presto acclarata). Ma occorre anche adoperarsi in positivo per tutelare il buon nome dell’università e la produttività delle centinaia di persone che vi lavorano. In tale direzione ci sono delle cose che possono essere fatte.

Primo: la certificazione di standard operativi e reputazionali. L’Università di Trento da tempo pretende che nell’ambito della ricerca e della didattica si osservino standard qualitativamente più alti di quelli ordinariamente seguiti altrove. Ebbene: perché non pretendere che standard più elevati siano osservati anche nelle procedure di appalto? Nel nostro ordinamento sta per andare a regime un sistema che consente di valutare le amministrazioni: solo quelle che dimostreranno di essere preparate e capaci di programmare, affidare e verificare l’esecuzione di un contratto di appalto, avranno titolo per bandire una gara di evidenza pubblica (vedi articolo 38 decreto legislativo 50/2016). Si tratta di anticipare i tempi e trovare meccanismi che attestino l’osservanza di modelli qualitativi alti nelle procedure contrattuali. Da qualche anno l’ateneo fa certificare il proprio bilancio da una società di revisione esterna e indipendente. Bisogna introdurre un meccanismo simile anche per le procedure contrattuali.

Secondo: la catena di comando. Occorre anche definire con esattezza chi decide cosa. La scelta di un singolo funzionario sulle modalità di espletamento di una gara (unica o cosiddetto «spacchettamento») può produrre conseguenze anche sul piano penale che coinvolgono l’intero ateneo e la sua immagine. Questo tipo di decisioni devono appartenere al singolo o devono coinvolgere i vertici proprio per la loro delicatezza? Le recenti riforme hanno creato una distinzione netta tra accademia e amministrazione: tale approccio deve essere rivisto per affinare un metodo che assegni correttamente e chiaramente competenze e responsabilità.

Terzo: il mercato professionale locale. L’ultima azione riguarda i docenti che svolgono attività professionali. Essi possono astrattamente entrare in frizione con i professionisti locali creando tensioni e conflitti. Forse potrebbe essere utile, almeno per un certo periodo di tempo, stabilire dei criteri per effetto dei quali gli incarichi sul territorio provinciale possono essere accettati dai docenti solo se si tratta di progettazioni di particolare difficoltà. D’altronde, essendo nota la vocazione internazionale della nostra università, è bene che i professori si dedichino alla competizione internazionale piuttosto che a quella locale.

La comunità trentina deve potersi fidare della sua comunità universitaria. Occasioni come quella che si è verificata devono essere usate per introdurre misure che accrescano i nostri standard qualitativi anche nella gestione degli appalti.

 

 

 

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