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Pierfrancesco Favino e i prigionieri della rabbia

Pierfrancesco Favino e i prigionieri della rabbia

 

pierfrancesco favino monologo sanremoDurante la serata finale del festival di Sanremo l’attore Pierfrancesco Favino ha regalato a milioni di italiani quattro minuti di pura emozione recitando un’opera del 1977 del drammaturgo e regista francese Bernard-Marie Koltès dal titolo «La notte poco prima della foresta». Come ormai avviene di solito in Italia, al coro di elogi sui social network e sui mass media hanno fatto da controcanto le critiche pesanti di chi ha giudicato addirittura penoso l’attore perché si sarebbe occupato dei migranti che giungono sulle nostre coste (tema caldo della campagna elettorale in corso). I rilievi negativi si potrebbero archiviare come esempio di superficialità: il brano, anche per il periodo in cui è stato scritto, non riguarda specificamente il problema delle migrazioni. Ciò nonostante, conviene riflettere su quanto accaduto per svolgere una considerazione di carattere generale.

Favino ha dato voce a vari gruppi di individui: a chi sperimenta la mancanza di lavoro come sanno i nostri giovani (cosiddetti cervelli ma anche no) che si muovono verso l’estero per cercare opportunità di guadagno spesso minimo; a chi si accorge di essere un’insignificante pedina il cui destino viene determinato da lontano, seguendo solo la logica della competizione e del profitto (come accadde nel 2013 quando i vertici della Whirlpool, fisicamente molto distanti, decisero di chiudere la linea di produzione in Trentino con conseguenze negative per centinaia di lavoratori); a chi deve sottostare a persone riverite e potenti che condizionano il destino degli altri.

Favino si è fatto interprete del desiderio di avere la facoltà di decidere della propria vita, della volontà di ribellarsi alla sensazione sempre più frequente di sentirsi impotenti, dell’aspirazione a potersi semplicemente sdraiare sull’erba mandando a quel paese tutto e tutti, così da dare finalmente libero sfogo alla rabbia che ci portiamo dentro, ben rappresentata negli occhi dell’attore che via via si sono riempiti di lacrime amare e vere.

Ecco il punto: la rabbia. Alcuni sono talmente suoi prigionieri da non riuscire a vederla negli altri e, soprattutto, a riconoscerla in se stessi. Se la realtà sembra averci trasformato in monadi impegnate in un gigantesco tutti contro tutti, il buono non può che venire dalla capacità di riconoscere i nostri bisogni. Come egli stesso ha chiarito, Favino ha voluto solo parlare del diritto di ciascuno di noi a non sentirsi straniero: verso gli altri e verso se stessi. 

(Corriere del Trentino, 16 febbraio 2018)


 

 

Liceo in quattro anni: ma è possibile apprendere più cose in meno tempo?

 

beep beepLa giunta provinciale, la settimana scorsa, ha autorizzato anche in Trentino (con la delibera numero 59) una sperimentazione volta a contenere in quattro anni l’istruzione secondaria di secondo grado. Dall’anno prossimo l’Istituto paritario Sacro Cuore potrà dare il via a un’«iniziativa di liceo delle scienze umane secondo un quadro orario quadriennale». I piani di studio saranno adattati al fine di ridurre ricorsività e ridondanze, garantendo comunque agli studenti, entro il termine del quarto anno, il raggiungimento delle competenze e degli obiettivi specifici di apprendimento previsti per il quinto anno di corso.

Sperimentazioni analoghe stanno partendo pure a livello nazionale. I fautori dell’accelerazione formativa sostengono che in tal modo i giovani accederebbero prima al mercato del lavoro così da poter concorrere con i coetanei di altri Paesi.

Da una parte assistiamo a un allungamento della vita media delle persone, dall’altro si registra la tendenza a ridurre i tempi della formazione scolastica iniziale (anche se poi si concorda sulla necessità di apprendere per tutta la durata della vita). Ma esiste anche un’altra contraddizione: il desiderio di velocizzare deve fare i conti con l’esplosione qualitativa e quantitativa dei saperi. Il programma di storia, ad esempio, si amplia per definizione, e occorre dare spazio a materie come l’informatica e le lingue straniere che solo tre o quattro decenni fa non dovevano far parte del bagaglio culturale. Inoltre, ed è fondamentale, si vuole che a scuola si apprenda non solo il sapere dichiarativo, ma anche il saper fare e il saper essere. Molti più saperi, quindi, devono essere appresi ma in un tempo inferiore. È astrattamente possibile?

Accolgo con favore le sperimentazioni, anche se mi piacciono quelle fatte in tutte le direzioni. Va bene testare un liceo di quattro anni ma se si prova anche un liceo di sei anni, così da capire quale delle due alternative sia davvero più efficace. La variabile tempo non è secondaria nell’apprendimento. Occorre creare le condizioni affinché saperi e competenze si sedimentino davvero.

La concentrazione temporale del processo (di apprendimento nel nostro caso) non necessariamente garantisce la capacità di concentrazione del prodotto, ovvero la padronanza di un pensiero maturo, complesso e critico: il vero passaporto per la vita.

Corriere del Trentino, 2 febbraio 2018

La memoria delle parole e il dovere di scegliere da quale parte stare

La memoria delle parole e il dovere di scegliere da quale parte stare

mattarellaEsistono gesti che valgono più mille discorsi. Tra questi rientra certamente la decisione del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, di nominare Senatrice a vita Liliana Segre, sopravvissuta ai campi di concentramento, ad esattamente 80 anni dalla emanazione delle leggi razziali che colpirono direttamente la Segre perché le impedirono di continuare a frequentare la stessa scuola elementare insieme ai suoi coetanei non ebrei.

Il gesto del Presidente racchiude mille libri di storia e, al tempo stesso, esprime un giudizio: ci dice da quale parte stare.

Anche alcune parole, da sole, valgono più di mille discorsi perché cariche di eventi e di significati. Una tra le più evocative è proprio la parola «razza». Essa appare nella nostra Costituzione (all’articolo 3 che sancisce l’uguaglianza dei cittadini senza distinzione di razza, appunto) anche se durante i lavori preparatori ci fu chi propose di non utilizzarla come espressamente richiesto, tra l’altro, dalla Unione delle comunità israelitiche. Si decise, invece, di mantenerla perché quel termine faceva riferimento a qualcosa di storicamente accaduto in Italia (e in Europa): la razza come strumento di politica e criterio di discriminazione. Si richiamava esplicitamente una parola per condannare senza appello ciò che essa aveva rappresentato.

Nella legislazione successiva il termine ha continuato ad essere usato in chiave antidiscriminatoria, ovvero per condannare la politica che su di essa qualcuno aveva costruito. A mero titolo di esempio (oltre all’articolo 2 della Dichiarazione universale dei Diritti dell’uomo) si possono ricordare: a livello statale, l’articolo 7 del decreto legislativo numero 165 del 2001 , che impone alle pubbliche amministrazioni di garantire l’assenza di ogni forma di discriminazione basata sulla razza e, a livello provinciale, la legge numero 4 del 2005, il cui articolo 4 sancisce che «l’obiettivo e le modalità di esecuzione delle iniziative di solidarietà internazionale della Provincia autonoma di Trento escludono ogni forma di discriminazione basata sulla razza».

Nell’articolo 3 della Costituzione qualcuno vuole leggere solo la prova dell’esistenza delle razze. Ma quell’articolo ha tutt’altro significato. Scegliere l’uno o l’altro approccio è di fondamentale importanza. Sempre, ogni secondo, dobbiamo decidere da che parte stare. La memoria serve soprattutto a questo.

 

Corriere del Trentino, 27 gennaio 2018

Chi è il politico competente?

 


 

politico competenteIl Presidente Rossi ha aperto l’intervista rilasciata ieri a questo giornale dicendo che bisogna eleggere in Parlamento persone «competenti». Ma che cos’è esattamente la competenza in politica?

La competenza non coincide con la capacità di procacciare voti. Spesso i partiti candidano artisti affermati o campioni dello sport proprio perché attraggono consenso. Ma essere in grado di arrivare allo «scranno» nulla ci dice su cosa si è poi in grado di fare.

Del pari la competenza politica è cosa diversa dal possesso di conoscenze anche approfondite in uno specifico campo. Un virologo di vaglia potrà esprimere un parere illuminato se si deve affrontare il tema dei vaccini, ma quella particolare conoscenza può rivelarsi poca cosa allorché le Camere sono chiamate ad occuparsi delle mille altre materie di loro competenza: dalla politica estera al commercio internazionale, dalla tutela dell’ambiente all’ordine pubblico.

Il concetto di competenza riassume la padronanza di saperi, abilità e abiti mentali.

Il Parlamento è chiamato a scrivere leggi e definire politiche pubbliche in senso ampio: attraverso le norme vengono orientati e/o conformati i comportamenti delle persone al fine di raggiungere gli obiettivi considerati importanti.

La competenza politica significa innanzitutto essere in grado di capire i problemi della società: quelli presenti ma anche e forse soprattutto quelli che verosimilmente si presenteranno. È un compito difficile: perché bisogna essere in grado di «leggere» i fenomeni, comprenderne le cause, metterli in relazione.

Significa, poi, immaginare le soluzioni per quei problemi enucleando gli strumenti, anche innovativi, più idonei a perseguirli. Prima di scrivere bene una legge occorre concepire ricette efficaci nel merito.

Ma il solo possesso delle capacità appena viste non basta. Problemi, soluzioni e strumenti possono essere compresi e costruiti solo se si ha una meditata e coerente visione del mondo. Il disavanzo statale può essere un problema, il taglio delle spese può essere visto come strumento per la sua soluzione, decidere se tagliare la spesa sociale o la spesa per gli armamenti attiene alla visione del mondo. A ben vedere è il profilo più importante di questa competenza: quello che dovrebbe portare a ritenere che, anche nell’epoca del «fare», la distinzione tra destra e sinistra non è affatto superata.

Corriere del Trentino, 17 gennaio 2018

 

 

 

Elogio dell'ingratitudine

Elogio dell'ingratitudine

ingratitudineSentiamo spesso ripetere la frase: «Non fare del bene se non sei pronto all’ingratitudine». Ma fino a che punto possiamo considerarla davvero corretta?

La gratitudine è il sentimento di riconoscenza che si prova verso la persona da cui si è ricevuto un bene. Siamo riconoscenti verso gli insegnanti che ci hanno trasmesso la curiosità per la conoscenza; verso gli amici sinceri che facendoci notare i limiti dei nostri comportamenti ci aiutano a diventare migliori; verso i medici che agendo con scrupolo scoprono per tempo malattie destinate a diventare molto insidiose.

Ovviamente questo tipo di «bene» non può essere ricambiato. L’eventuale ingratitudine nei confronti di queste persone può concretizzarsi unicamente riservando loro un male gratuito: non mostrando la sensibilità e l’attenzione che viceversa ci sono state riservate.

La gratitudine non è il prodotto di un «do ut des». Né si può pretendere gratitudine se si è semplicemente attribuito una cosa dovuta altrimenti si finisce per scambiare il diritto con il favore. Accade sovente, invece, che alla gratitudine si attribuisca un significato che non può e non deve avere. Lo capii per la prima volta tanti anni fa, da studente, quando udii un anziano professore dire ad un suo giovane collaboratore: «si ricordi che mi deve tutto». A ben riflettere le possibilità erano due: o quel giovane aveva conseguito legittimamente e per merito la posizione che ricopriva e in tal caso non doveva nulla a nessuno, tantomeno gratitudine. Oppure l’anziano professore lo aveva favorito a scapito di altri al fine di creare un proprio gruppo di potere. Inutile dire che questo esempio può essere traslato in tantissimi altri contesti.

Il bene per cui è legittimo nutrire gratitudine difficilmente è un bene materiale. Sicuramente non può essere qualcosa cui non avremmo diritto e che ci viene data sottraendola ad altri o senza che ce ne siano i presupposti.

In tantissimi casi la riconoscenza nasconde soltanto l’inconfessabile desiderio di ricevere benefici maggiori. E, in un numero altrettanto ampio di casi, chi fa del bene non lo fa in una logica puramente altruistica ma unicamente per poter contare su carrozze di ritorno al momento opportuno.

Il governo della cosa pubblica sembra essere diventato il terreno privilegiato di questo genere di comportamenti. Specialmente a seguito del crollo delle ideologie per molti elettori è quasi naturale votare qualcuno solo perché è in grado di concedere favori (da questo punto di vista la frase «voto la persona» può diventare inquietante). Dal canto loro gli «eletti» promettono e concedono favori al mero fine di conquistare consensi e, quindi, maggiore potere.

Se la «riconoscenza» acquista tali caratteristiche il buono può venire solo dagli ingrati.

Corriere del Trentino, 4 ottobre 2013

 

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