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Il problem solving nelle professioni legali

copertina problem solvingGiovanni Pascuzzi

IL PROBLEM SOLVING NELLE PROFESSIONI LEGALI

Il Mulino, 2017

 

 

INDICE

 

 

Introduzione
1. Il diritto
2. Il giurista
3. I problemi
4. Cosa vuol dire risolvere problemi

I. Il paradigma del problem solving nelle professioni legali
1. Inquadrare i problemi e stabilire gli obiettivi. I limiti cognitivi
2. Generare strategie e possibili soluzioni
3. Immaginare soluzioni innovative: la creatività del giurista
4. Scegliere la soluzione


II. Dalla narrazione del cliente alla definizione del problema
1. Chi è il cliente
2. La competenza comunicativa
3. Il potere delle domande
4. L’arte di ascoltare
5. Verso un giurista counselor


III. Scrivere regole per risolvere problemi
1. Dalla stesura delle norme al ciclo della regolazione
2. Il problema come punto di partenza
3. Precisazioni terminologiche. Regole e decisori pubblici. Politica e politiche pubbliche
4. Il farsi e il disfarsi del problema
5. La formulazione del problema e l’individuazione delle sue cause e dei soggetti coinvolti
6. La capacità di fare previsioni
7. La generazione delle alternative di soluzione. Il ruolo della comparazione giuridica
8. La generazione di soluzioni innovative
9. Scegliere la soluzione: misurare il diritto

IV. Scrivere contratti per risolvere problemi
1. Il contratto come strumento: la cosiddetta funzione economico-sociale
2. Le trattative e la negoziazione
3. Individuazione e allocazione del rischio contrattuale
4. Dal problema al regolamento contrattuale
5. Contratto e manovre cognitive dell’innovazione giuridica
6. Formulazione delle alternative e scelta dello strumento negoziale

V. Applicare regole a problemi
1. Il punto di partenza: il problema del cliente
2. Il mutamento recente di alcuni paradigmi consolidati
3. Identificare/costruire il problema
4. Trovare la regola che si applica al problema: cercare il diritto
5. Applicare la regola al problema: i metodi
6. Il problema interpretativo
7. Ragionamenti errati e decisioni imperfette
8. La generazione di soluzioni innovative
9. Il problema delle conseguenze delle decisioni

Riferimenti bibliografici

Le tre del mattino

copertina carofiglio tre mattinoAll’età di 51 anni Antonio racconta gli avvenimenti accaduti nelle 48 ore vissute quando ne aveva poco meno di 18, con suo padre (perennemente svegli), a Marsiglia.

Della trama del nuovo libro di Gianrico Carofiglio si possono raccontare altri dettagli: che i genitori di Antonio (due docenti universitari) sono separati da tempo; che Antonio ha sofferto da adolescente di epilessia ideopatica; che la scena si svolge a Marsiglia perché lì esercitava un luminare che curava quella sindrome.

Ma sarebbe totalmente inutile. La trama non è rilevante in questo libro (come forse negli ultimi o in tutti i libri dello scrittore, ex magistrato, barese).

Conta l’incontro tra un figlio adolescente e il proprio genitore: un viaggio alla riscoperta di un rapporto interrotto troppo presto a seguito della scelta del padre di separarsi dalla madre: senza che vengano esplicitate le ragioni vere dell’allontanamento. Ma anche questo alla fine non conta poi molto. Come l’iniziazione sessuale (con la trentasettenne Marianne) che simbolicamente chiude la due giorni insieme, quasi a sugellare il passaggio alla vita adulta e il passaggio di testimone (alla fine del libro apprendiamo che Antonio fa il professore universitario come il padre). Non i dettagli contano nel legame tra padre e figlio, ma la sostanza che lo contraddistingue dall’alba dell’uomo indipendentemente dagli incidenti di ogni singola storia: una sostanza fatta di conflitto e di scoperta, di lotte e di rimorsi, di educazione e di identificazione.

Carofiglio è bravo a scandagliare l’anima, le sensazioni, le dinamiche del pensiero quale che sia il pretesto: il racconto dell’amico morto suicida (un tema che torna quasi sempre nei suoi libri), su cui si innesta la riflessione sulla “prima infrazione di senso” (pag. 30) oppure la digressione sul jazz dove l’attenzione si concentra sul concetto di imperfezione (pag. 103); i ricorrenti pensieri adolescenziali (“il cunicolo in cui pensi che le tue esperienze siano uniche, ineffabili e tragiche, e soprattutto incomprensibili agli altri”: pag. 92) o il balikwas (“il saltare all’improvviso in un’altra situazione e non sentirsi sorpreso”: p. 154).

Carofiglio sembra aver trovato un modo scientifico di scrivere che tiene ancorato il lettore dalla prima all’ultima riga. Il titolo del libro riprende una frase di Scott Fitzgerald: “Nella vera notte buia dell’anima sono sempre le tre del mattino”. L’anima, appunto.

Stereotipi e dintorni

indexCon gli studenti del corso “le abilità del giurista” abbiamo approfondito a lungo la tematica degli errori cognitivi nelle loro tante varianti (stereotipi, pregiudizi, euristiche, premesse implicite, e chi più ne ha più ne metta).

Molti giorni dopo ho proposto loro un gioco di ruolo (la finalità dichiarata era quella di analizzare gli skill di un mediatore, ma c’era anche un secondo fine non espresso).

Il copione l’ho ripreso dalla trama di un famoso film degli anni ’70: Kramer vs. Kramer.

Una mamma in preda a grave crisi esistenziale va via di casa lasciando al marito la loro figlia di due anni. Dopo 5 anni si rifà viva, ormai guarita e con un nuovo compagno statunitense, e chiede di riavere la figlia.

Uno studente ha recitato il ruolo del marito. Una studentessa quello della moglie. Una studentessa si è finta avvocata del marito. E uno studente ha indossato i panni dell’avvocato della moglie. Una studentessa ha condotto la mediazione: non entro in dettagli, ma bisognava concordare l’affido, la possibilità di portare la bambina all’estero, i periodi di vacanza, etc.

Bene: alla fine la moglie e il suo avvocato avevano ceduto su tutto. Il marito e la sua avvocata hanno visto soddisfatte tutte le loro richieste.

Poi è cominciato il debriefing. Tutti gli studenti hanno commentato quello che avevano visto. Nessuno aveva notato niente di strano.

Ad un certo punto ho chiesto alla “moglie-mamma” e al suo avvocato perché avessero mantenuto un atteggiamento così arrendevole. L’avvocato mi ha risposto: “dentro di me sentivo che questa mamma aveva sbagliato a lasciare una bimba piccola e quindi mi sono limitato nelle richieste”. La “moglie-mamma” mi ha detto: “entrando nel personaggio mi sono sentita in colpa ad aver lasciato una bimba piccola e quindi ho pensato fosse giusto accogliere le richieste del mio ex marito”.

Alla “moglie-mamma” ho detto: “Si vede che, per fortuna, non ha vissuto situazioni di questo tipo. Io nel suo ruolo avrei detto: l’ho partorita io ed è mia. Sono andata via perché stavo malissimo a causa tua, caro ex marito: tra il suicidio e curarmi ho scelto questa seconda strada. Ora sono guarita e rivoglio mia figlia”. All’avvocato ho detto: “lei è stato giudicante. Molto giudicante. Come avvocato lei può decidere di non accettare un mandato, ma se lo accetta non può difendere il suo assistito a metà”.

Il clima è cambiato. Una ragazza ha prontamente detto: “già, cosa avremmo detto se ad andare via abbandonando la figlia fosse stato il padre?”. Ed un’altra di rimando: “e come dobbiamo commentare il fatto che nessuno in quest’aula ha preso in considerazione la posizione della moglie-mamma, ma tutti, ragazze e ragazzi, l’abbiamo ritenuta colpevole per il solo fatto di aver abbandonato la figlia senza minimamente chiederci se non avesse avuto una buona ragione per farlo?”.

La discussione è andata avanti. E’ stata molto interessante. Anche io sto ancora riflettendo su quello che è accaduto (nel 2017, con giovani adulti). Su quanto influiscano sul nostro comportamento: stereotipi, pregiudizi, euristiche, premesse implicite, e chi più ne ha più ne metta.

Chiudo ricordando un verso di Gaber: “Un’idea, un concetto, un’idea finché resta un’idea è soltanto un’astrazione. Se potessi mangiare un’idea avrei fatto la mia rivoluzione”

Per favore non chiamateli baroni

Il 3 ottobre 2017 su Roars è apparso un mio articolo dal titolo: "Non chiamteli baroni". Ne riporto il testo.

baroniOgni volta che scoppia uno scandalo giudiziario nelle Università gli organi di informazione ricorrono all’espressione “baroni” per indicarne i protagonisti.

Ovviamente è indispensabile dare le informazioni e cercare di fare piena luce (come indispensabile è ricordare il principio costituzionale di non colpevolezza fino a sentenza definitiva di condanna).

Solo una cortesia vorrei chiedere ai mass media: non chiamateli baroni. 

E sì. Perché nelle Università i baroni non esistono più da un pezzo. Provo a spiegare perché.

Quale barone avrebbe permesso che un governo riservasse ai professori l’onta di dover essere l’unica categoria del pubblico impiego a non vedersi ripristinati gli scatti stipendiali sospesi (al punto da dover ricorrere ad una cosa plebea come lo sciopero)?

Quale barone avrebbe accettato di essere sottoposto allo stesso codice di comportamento di tutti gli altri dipendenti pubblici, compresi quelli dei livelli più bassi?

Quale barone avrebbe accettato di farsi imporre i temi e gli obiettivi di ricerca da una “cabina di regia”?

Quale barone avrebbe accettato di essere valutato da una agenzia ministeriale che impone soglie, accreditamenti che spesso incappano nelle censure dei giudici amministrativi?

Quale barone avrebbe accettato senza colpo ferire la riforma Gelmini che ha accresciuto i poteri dei direttori generali e dei rettori, riducendo il potere degli organi collegiali e, quindi, delle istanze dove i diversi baroni possono farsi i favori incrociati?

Quale barone avrebbe accettato di vedere la propria baronia assoggettata alla logica aziendale con conseguente necessità di uniformarsi ad indicatori e standard decisi da altri?

Il potere ha anche i suoi simboli. Uno di questi è la stola di ermellino, indossata, nelle occasioni più importanti, da Re, Papi, vertici della magistratura e vertici delle Università. Il dizionario Treccani spiega che l’ermellino oggi rappresenta la “dignità”, ovvero lo stato o la condizione di chi, per qualità intrinseche o per meriti acquisiti, si rende meritevole del massimo rispetto. Si può dire che l’ermellino simboleggi il “potere della sapienza”.

Per molte ragioni, il potere della conoscenza (quello nobile) è andato smarrito. O forse non abita più nelle Università.

Da quanto detto emerge in maniera chiara che non basta truccare un concorso per essere un barone del tempo che fu. Ci vuole ben altro. Per questo, per favore, non chiamateli baroni.

Notazione finale. Forse conviene chiarire che in queste considerazioni c’è molta ironia e che personalmente non rimpiango affatto l’Università dei baroni. Occorre però dire che il rimedio è peggiore del male. Nell’Università oggi lavorano tantissimi professori onesti che si trovano tra l’incudine di chi la vuole affossare (anche riproducendo comportamenti deteriori) e il martello rappresentato dagli “illuminati” che pretendono di avere la ricetta per riformarla.

Sul pericolo di concedere lauree ad honorem

Sul pericolo di concedere lauree ad honorem

Corriere del Trentino, 3 ottobre 2017

laurea honoris causa Marchionne

L’influenza sociale viene definita dalle scienze che la studiano (psicologia, scienza politica e sociologia) come la capacità di orientare i comportamenti degli altri. Gli strumenti attraverso i quali si attua sono essenzialmente tre: il denaro, il potere e il prestigio.

Chi è ricco può comprare beni e prestazioni lavorative. L’esempio tipico è rappresentato dal capitano d’industria che costituisce e organizza le imprese: avendo la possibilità di ristrutturarle, chiuderle, delocalizzarle può incidere sulla vita di tante persone e pure sulle entrate fiscali di uno Stato.

A ben vedere il denaro costituisce anche un potere di fatto (e veniamo al secondo strumento) come contrapposto al potere di diritto, ovvero dell’autorità, che per definizione orienta il comportamento degli individui attraverso ordini, leggi o incentivi. Il prestigio, infine, deriva da una particolare considerazione sociale e varia da contesto a contesto. In passato era legato all’essere anziani o all’aver rivestito ruoli militari. Oggi è legato più alla cultura: per questo gli intellettuali hanno (o dovrebbero avere) grande prestigio sociale.

Denaro, potere e prestigio non sono nettamente separati. C’è, ad esempio, chi usa il potere per accumulare denaro (a volte anche in maniera illecita, come purtroppo testimoniato da molti esempi recenti). Il denaro può essere usato per conquistare potere (anche qui la storia degli ultimi anni ci ha insegnato qualcosa) come pure prestigio. Ma anche di quest’ultimo ci si può servire per propiziare l’afflusso di denaro o per acquisire potere (si pensi a chi si giova del titolo di professore per competere sul mercato delle consulenze).

Può così succedere che un capitano d’industria (titolare di denaro e potere) ami ricevere titoli accademici ad honorem come prova tangibile del possesso anche del prestigio culturale. E può succedere che chi fa del prestigio culturale la sua ragione di esistere (ossia l’Università) conceda titoli accademici nella speranza di ottenere finanziamenti.

Il rischio di essere tacciati di moralismo è alto e, dato lo stato delle cose, forse non vale più la pena nemmeno correrlo. Ma una considerazione conviene tenerla a mente. Chi ha potere e denaro continua ad averli indipendentemente dal prestigio. Chi vive di solo prestigio può perderlo con facilità ed essere condannato all’insignificanza quando si mette al servizio di denaro e potere.

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