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Cercare il diritto. Terza edizione

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In occasione della Giornata internazionale contro la violenza alle donne

villoresi 1In occasione della Giornata internazionale contro la violenza alle donne (Trento, Teatro sociale, 30/11/2017)

Artemisia Gentileschi è stata una pittrice italiana vissuta nel Seicento.

Viene ricordata, oltre che per le sue tele, per un processo che la vide protagonista come parte offesa, nel 1612: ella fu stuprata da Agostino Tassi, amico del padre della vittima, Orazio Gentileschi, anch’essi pittori.

In occasione della Giornata internazionale contro la violenza alle donne l’Ordine degli avvocati di Trento e il suo Comitato per le pari opportunità hanno invitato la Compagnia “Attori e convenuti” a mettere in scena (Teatro sociale, 30 novembre) una piece teatrale che ricostruisce quella vicenda. In particolare Gaetano Pacchi (che poi ha interpretato il ruolo di Tassi) ha confezionato il testo attingendo agli atti del processo e a brani di alcune versioni romanzesche della sua vita.

Compito del teatro è far vivere la scena per giungere allo spettatore. Gli attori, bravissimi, sono riusciti nell’intento. In particolare ha svettato un’ospite della compagnia: Pamela Villoresi che ha dato la parola ad Artemisia in maniera magistrale.

Lo spettacolo è arrivato in platea come un pugno nello stomaco. Specie quando Pamela/Artemisia ha rievocato il momento dello stupro secondo le risultanze processuali:

«Serrò la camera a chiave e dopo serrata mi buttò su la sponda del letto dandomi con una mano sul petto, mi mise un ginocchio fra le cosce ch’io non potessi serrarle et alzatomi li panni, che ci fece grandissima fatiga per alzarmeli, mi mise una mano con un fazzoletto alla gola et alla bocca acciò non gridassi e le mani quali prima mi teneva con l’altra mano mi le lasciò, havendo esso prima messo tutti doi li ginocchi tra le mie gambe et appuntendomi il membro alla natura cominciò a spingere e lo mise dentro. E li sgraffignai il viso e li strappai li capelli et avanti che lo mettesse dentro anco gli detti una stretta al membro che gli ne levai anco un pezzo di carne»

Lo spettacolo è riuscito a rappresentare il paradigma di questo tipo di processi:

- la necessità, per ottenere giustizia, di affrontare il giudizio del pubblico e di rivivere più e più volte il dolore, l’umiliazione, l’impotenza.

- il far passare la vittima come persona di facili costumi (come se lo stile di vita potesse far venir meno la gravità del singolo fatto);

- il cercare di dimostrare l’esistenza del consenso (o la non opposizione: “…perché non hai gridato…”) della vittima;

- il ribaltamento dei ruoli: in quel processo fu Artemisia ad essere sottoposta ad una pratica torturale per sincerarsi che dicesse la verità (durante la deposizione alcuni spaghi che avvolgevano le sue dita di pittrice venivano tirati fino al sanguinamento nella convinzione che la verità fosse tale proprio perché pronunciata sotto tortura). Più volte Pamela/Artemisia ha urlato: “E’ lui sotto processo, non io”.

- la mancata solidarietà nei confronti della vittima che si è sentita sola: abbandonata dalla vicina di casa Tuzia (interpretata da Grazia Doni) ma anche dal padre (interpretato da Alessandro Cambi) che non l’aveva difesa dal suo aguzzino amico di famiglia e che aveva accettato, per convenienze contingenti, una condanna ad una pena mite.

L’obiettivo era far riflettere sul senso della giornata internazionale contro la violenza alle donne: credo sia stato ampiamente raggiunto.

pieghevole dello spettacolo

 

 

Parlare di autonomia: con pathos o con disincanto?

Parlare di autonomia: con pathos o con disincanto?

 

alfreider daliaSabato scorso ho assistito a Trento alla giornata conclusiva del convegno dal titolo «Un’autonomia speciale, dinamica, solidale, interattiva». Gli interventi sono stati tutti di estremo interesse, anche in ragione dell’indiscussa competenza dei relatori: insieme a Roberto Toniatti (Università di Trento) ed Esther Happacher (Università di Innsbruck), hanno parlato Ugo Rossi, presidente della Provincia, Daniel Alfreider, deputato della Svp, e Giampiero D’Alia, presidente della Commissione parlamentare per le questioni regionali.

Come ho poi espresso pubblicamente, la mia attenzione, oltre che dai contenuti, è stata attirata da un profilo emotivo. Mentre interveniva, l’onorevole Alfreider ha citato lo statuto di autonomia usando espressioni come: «Quando si parla di statuto da noi c’è un’alta partecipazione perché rappresenta la nostra stessa identità». Nel suo discorso, invece, l’onorevole D’Alia, riflettendo sulla richiesta di maggiore autonomia da parte delle Regioni a statuto ordinario, ha fatto riferimento alla possibilità che una determinata competenza venga attribuita all’ente territoriale se dimostra di saperla gestire meglio spendendo meno.

Nel primo caso io ho avvertito una forte partecipazione emotiva nel pronunciare le parole «statuto di autonomia» e «identità». Nel secondo, mi è sembrato che il termine autonomia assumesse una connotazione di tipo aziendale: una competenza viene attribuita sulla base di parametri come l’efficienza e la riduzione dei costi. Un’autonomia, insomma, che prescinde da parametri diversi da quelli di natura economicistica e che può essere tolta nel momento in cui tali parametri non vengano più rispettati. Un’autonomia che, in fin dei conti, non può decidere se investire più nell’istruzione che nella sanità (o viceversa) ma che ottiene una singola competenza solo se dimostra di essere più efficiente dello Stato. Nel rispondermi, D’Alia (che viene eletto nella autonoma Sicilia) ha detto di essersi espresso in quel modo non perché sposa la logica meramente utilitaristica, ma perché ormai il suo sentimento verso l’autonomia è il «disincanto».

Io penso, riprendendo un passaggio sottolineato nella sua replica dallo stesso Ugo Rossi, che non debba mai essere persa quella tensione ideale che prima ho chiamato pathos: se prevalesse la logica meramente efficientistica, l’autonomia diventerebbe un’altra cosa e, probabilmente, non avrebbe più senso chiamarla così.

Corriere del Trentino, 28 novembre 2017

Corriere dell'Alto Adige, 28 novembre 2017

 

Il problem solving nelle professioni legali

copertina problem solvingGiovanni Pascuzzi

IL PROBLEM SOLVING NELLE PROFESSIONI LEGALI

Il Mulino, 2017

 

 

INDICE

 

 

Introduzione
1. Il diritto
2. Il giurista
3. I problemi
4. Cosa vuol dire risolvere problemi

I. Il paradigma del problem solving nelle professioni legali
1. Inquadrare i problemi e stabilire gli obiettivi. I limiti cognitivi
2. Generare strategie e possibili soluzioni
3. Immaginare soluzioni innovative: la creatività del giurista
4. Scegliere la soluzione


II. Dalla narrazione del cliente alla definizione del problema
1. Chi è il cliente
2. La competenza comunicativa
3. Il potere delle domande
4. L’arte di ascoltare
5. Verso un giurista counselor


III. Scrivere regole per risolvere problemi
1. Dalla stesura delle norme al ciclo della regolazione
2. Il problema come punto di partenza
3. Precisazioni terminologiche. Regole e decisori pubblici. Politica e politiche pubbliche
4. Il farsi e il disfarsi del problema
5. La formulazione del problema e l’individuazione delle sue cause e dei soggetti coinvolti
6. La capacità di fare previsioni
7. La generazione delle alternative di soluzione. Il ruolo della comparazione giuridica
8. La generazione di soluzioni innovative
9. Scegliere la soluzione: misurare il diritto

IV. Scrivere contratti per risolvere problemi
1. Il contratto come strumento: la cosiddetta funzione economico-sociale
2. Le trattative e la negoziazione
3. Individuazione e allocazione del rischio contrattuale
4. Dal problema al regolamento contrattuale
5. Contratto e manovre cognitive dell’innovazione giuridica
6. Formulazione delle alternative e scelta dello strumento negoziale

V. Applicare regole a problemi
1. Il punto di partenza: il problema del cliente
2. Il mutamento recente di alcuni paradigmi consolidati
3. Identificare/costruire il problema
4. Trovare la regola che si applica al problema: cercare il diritto
5. Applicare la regola al problema: i metodi
6. Il problema interpretativo
7. Ragionamenti errati e decisioni imperfette
8. La generazione di soluzioni innovative
9. Il problema delle conseguenze delle decisioni

Riferimenti bibliografici

La spinta gentile

 

La spinta gentile

nudgeQuest’anno il premio Nobel per l’economia è stato assegnato a Richard Thaler, noto per i suoi studi in materia di economia comportamentale. In particolare il suo nome è legato al concetto di “spinta gentile” (nudge-pungolo) che egli ha spiegato in un libro scritto circa 10 anni fa con Cass Sunstein e pubblicato in Italia da Feltrinelli.

Il punto di partenza è che abbiamo due sistemi cognitivi diversi: un sistema riflessivo razionale e un sistema intuitivo automatico (la distinzione è stata tracciata da un altro premio Nobel per l’economia Daniel Kahneman del quale si può leggere il libro “Pensieri lenti e veloci” pubblicato negli Oscar Mondadori).

La stragrande maggioranza delle decisioni non le prendiamo attraverso il sistema razionale, ma affidandoci all’impulso del sistema intuitivo. Questo comporta una conseguenza: sbagliamo in maniera sistematica. Di seguito un piccolo inventario di errori:

- decidiamo seguendo scorciatoie mentali (cosiddette euristiche);

- abbiamo una fiducia eccessiva nelle nostre capacità;

- siamo più sensibili alle perdite che ai guadagni;

- tendiamo a perpetuare lo status quo;

- siamo sensibili a come i problemi vengono presentati (le persone si sentono rassicurate se gli si dice, in caso di intervento chirurgico, “il 90% sopravvive” e non “il 10% muore”, anche se il contenuto informativo non cambia);

- siamo esposti alle tentazioni perché non abbiamo molto autocontrollo (si pensi a chi deve dimagrire ma continua a mangiare a dismisura);

- siamo portati a fare quello che fanno gli altri (per questo nella pubblicità si sentono frasi come “il pannolino più usato nei reparti maternità” oppure “la cucina più amata dagli italiani”).

Per effetto di questi meccanismi mentali prendiamo molte decisioni che vanno contro i nostri stessi interessi: il fumo, lo scarso interesse per i piani previdenziali, gli errori negli investimenti e così via.

Thaler propone di ricorrere alla “spinta gentile”: occorre immaginare una “architettura delle scelte” attraverso la quale, pur lasciando assolutamente libere le persone di decidere come meglio credono, si adottano degli accorgimenti per spingere gentilmente le persone a fare la scelta più consona ai propri interessi. Questo approccio viene definito “paternalismo libertario”.

I pungoli (nudge) servono soprattutto quando bisogna fare scelte complesse: anche perché non è vero che il possesso di molte informazioni porta ad una scelta più consapevole. Spesso la sovrainformazione ci porta a fare scelte errate o a non fare nulla per paura di sbagliare.

Di seguito alcuni esempi di “spinte gentili”:

- siccome le persone scelgono di regola le opzioni che richiedono il minimo sforzo, nel ventaglio delle scelte occorre assumere come regola di default (che scatta se non si fa nulla) quella che tuteli l’interesse delle persone. Rispetto ai piani previdenziali, ad esempio, se non si decide nulla dovrebbe scattare una iscrizione automatica ad un determinato piano di base;

- siccome sbagliamo, occorre mettere in conto l’errore. Si pensi alla casse automatiche per il pagamento del pedaggio autostradale: anziché chiedere che il bancomat venga inserito in un determinato modo, si può progettare l’aggeggio in modo che funzioni in qualunque modo venga inserita la tesserina. Questo comporterebbe un risparmio di tempo per tutti. Altro esempio: è preferibile progettare farmaci che devono essere assunti una volta tutti i giorni che non farmaci che vanno assunti tre volte al giorno o una volta alla settimana. Facendo leva sulla tendenza all’abitudine, il rituale di prendere la pillola una volta al giorno tutti i giorni riduce gli errori);

- conviene dare un feedback alle azioni che compiamo: sentire il click dopo che abbiamo scattato una foto, ci fa capire che la foto è stata effettivamente scattata;

- è bene aiutare le persone a capire come scegliere tra diverse opzioni (esempio: scegliere tra le offerte dei diversi gestori telefonici, per trovare quella davvero più conveniente);

- bisogna insegnare a strutturare le scelte complesse;

- infine, si può ricorrere ad incentivi per favorire determinati comportamenti.

Resta la domanda di fondo: è giusto influenzare le decisioni individuali?

La libertà di scelta è un valore indiscutibile. Ma è altrettanto certo che lasciati a noi stessi sbagliamo.

Il suggerimento è quello di usare i nostri stessi limiti cognitivi per prendere decisioni nel nostro interesse. In fondo quando i produttori di patatine fritte vendono il prodotto in confezioni giganti non fanno altro che usare il nostro scarso autocontrollo per spingerci a mangiare di più (guadagnandoci di più). Perché, allora, non può essere il pubblico potere a far leva sui nostri limiti per farci prendere le decisioni migliori?

Probabilmente è un altro modo per guardare all’annoso problema dell’intervento dello Stato nelle dinamiche economiche (26 novembre 2017).

 

 

 

Il posto del diritto

 

vendite amazonIl posto del diritto
Nella videata è riprodotta la classifica odierna dei libri di diritto più venduti su Amazon.
Al primo posto c'è il manuale per prendere la patente.
Seguono nell'ordine:
- codici
- manuali per prepararsi ai concorsi
- manuali per superare i test di ammissioni all'università
Poi finalmente si trova un libro di diritto anche se si tratta di un manuale.
La classifica continua cosi alternando codici, test per concorsi e manuali.
Per trovare la prima opera di cultura giuridica bisogna arrivare al 45° posto dove troviamo "L'elogio dei giudici" di Calamandrei. La seconda opera di cultura giuridica arriva al 94° posto ed è il "Dei delitti e delle pene" di Beccaria.

Naturalmente c'è un problema di classificazione delle opere.
Ma c'è soprattutto un problema di percezione e di produzione.
Di percezione, perché la gente crede che sapere il diritto significhi saper prendere la patente o superare il concorso per vigile urbano.
Di produzione, perché i giuristi (così bravi a scrivere le spesso inutili monografie concorsuali) non scrivono opere per il grande pubblico rinunciando a far capire quanto il diritto sia importante in una società.
Se il diritto è così mal messo (e, quindi, se la società è così mal messa) è anche frutto della scarsa capacità di elaborazione/comunicazione dei cultori del diritto. (25 novembre 2017)

 

 

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