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Giuristi si diventa - Terza edizione - Anteprima della copertina

Giuristi si diventa - Terza edizione - Anteprima della copertina

(in libreria il 20 marzo 2019)

 

giuristi si diventa terza edizione

 

 

 

 

 

 

L’indeterminatezza che è al cuore di tutte le cose

L’indeterminatezza che è al cuore di tutte le cose

copenaghen

 

Umberto Orsini  ha portato in scena, al Sociale, “Copenaghen” di Michael Frayn (26 gennaio 2019).

La scena si svolge in un ambiente che ricorda un’aula di fisica e vede coinvolte tre persone: Niels Bohr (Umberto Orsini), sua moglie Margrethe (Giuliana Lojodice) e Werner Karl Heisenberg (Massimo Popolizio).
Niels Bohr, fisico danese di origine ebraica, visse il premio Nobel nel 1922. Formulò un modello della struttura atomica.
Werner Karl Heisenberg, fisico tedesco, vinse il premio Nobel nel 1932. A lui si deve la elaborazione del “principio di indeterminazione”, secondo il quale la misura simultanea di due variabili coniugate, come posizione e quantità di moto o energia e tempo, non può essere compiuta senza una quota di incertezza minima ineliminabile.

Il lavoro teatrale tenta di chiarire che cosa avvenne nel 1941 a Copenaghen quando Heisenberg fece visita al suo maestro Bohr in una Danimarca occupata dai nazisti.
a) Heisenberg chiese a Bohr di andare in Germania a collaborare con i fisici tedeschi? Inverosimile visto che la Germania aveva epurato tutti i fisici teorici ebrei e Bohr, egli stesso di origine ebraica, avrebbe corso dei rischi; a tacere dell’impossibilità di lavorare per persone che stavano annientando quelli appartenenti alla sua razza.
b) Heisenberg chiese a Bohr se sapeva a che punto fosse la ricerca sulla fissione dell’atomo negli Stati Uniti (dove si erano concentrati -ironia della sorte- molti fisici epurati dal nazismo)?
c) O forse Heiseberg chiese a Bohr di aiutarlo a dirimere un dilemma etico: può uno scienziato collaborare a costruire un’arma micidiale per permettere al proprio paese di vincere una guerra?

Non sappiamo cosa si dissero. Sappiamo come andò a finire. I fisici in USA (anche con la collaborazione, sia pure marginale, di Bohr) arrivarono per primi a costruire la bomba atomica. Servì a piegare il Giappone ma al prezzo dei 100.000 morti, in un colpo solo, di Hiroshima. Cosa sarebbe accaduto se fossero arrivati prima i tedeschi? Hitler avrebbe avuto remore a sganciare la bomba atomica su Londra? Su Mosca? O anche su Roma, dopo l’8 settembre del 1943? Interrogativi destinati a non avere risposta.

Lo spettacolo ha riproposto il tema del rapporto tra scienza e potere.
Heisenberg chiarisce che quando chiedeva dei finanziamenti per i suoi laboratori (nel suo caso ad Albert Speer, il ministro degli armamenti della Germania nazista) doveva spiegare a cosa servivano. Avrebbe dovuto dire che servivano per ricerche che potevano portare alla costruzione di una bomba? Avrebbe significato avere molti più soldi. Ma proprio attraverso quell’esempio egli giunge a dire: alla fine la responsabilità di costruire la bomba, la responsabilità di uccidere milioni di persone, è dello scienziato non della politica.
Heisenberg avrebbe potuto farsi da parte. Egli ipotizza questa possibilità. Ma sa che al suo posto sarebbe andato un fanatico del regime che non si sarebbe fatto nessuno scrupolo. Per questo aveva preferito restare al suo posto: per evitare una situazione addirittura peggiore e per poter essere lui a controllare il processo. Ma tornano le domande di prima: cosa sarebbe accaduto se fosse stato più veloce dei fisici che lavoravano negli Stati Uniti? E’ stato lui a frenare il processo o semplicemente i fisici statunitensi sono stati più bravi di lui?

La frase finale pronunciata da Heisenberg è: esiste una indeterminatezza che è al cuore di tutte le cose.
Penso sia una affermazione valida in generale. Il punto è evitare che l’indeterminatezza diventi opportunistica ambiguità.

(Trento, 27 gennaio 2019)

Heisenbergbohr

 

(Nelle foto gli attori e una istantanea di Bohr e Heisenberg)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La creatività del giurista. In libreria la seconda edizione

La creatività del giurista. In libreria la seconda edizione.

creativita giurista seconda edizione

 

Dal 15 ottobre sarà nelle librerie la nuova edzione de: "La cretività del giurista. Tecniche e strategie dell'innovazione giuridica".

Rispetto al testo pubblicato nel 2013, il lettore di questa seconda edizione troverà due novità significative.
Sono stati aggiornati tutti i riferimenti alla legislazione, alla dottrina e alla giurisprudenza dei tanti istituti presi in considerazione per costruire la tassonomia delle tecniche dell’innovazione giuridica.
È stato notevolmente ampliato il capitolo quarto, particolarmente nella parte relativa allo studio interdisciplinare delle tecniche cognitive sottese alla creatività del giurista.

Vai alla pagina del libro per leggere l'Introduzione e l'Indice completo

 

 

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Chi è il giornalista secondo Walter Tobagi

Chi è il giornalista secondo Walter Tobagi

 

tobagi

 

La giornata di oggi è stata caratterizzata da polemiche che hanno visto i giornalisti sul banco degli imputati, apostrofati (tutti insieme, senza eccezioni) con epiteti offensivi e irripetibili.

Non ha molto senso entrare in questo tipo di polemiche.

E’ più utile rileggere alcune pagine scritte da Walter Tobagi (il giornalista ucciso nel 1980 dal terrorismo rosso).

Egli si interrogava su temi ancora attuali:

chi è il giornalista?

è un manipolatore?

è un intellettuale?

produce cultura?

cosa deve fare per interessare i lettori?

Concludeva dicendo: “Speriamo che i giornali continuino liberalmente, a pubblicare notizie. E’ sempre il primo modo di fare cultura”.

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Si fa cultura o si fa «bivacco culturale»?

Walter Tobagi

7 ottobre 1979

Chi è il giornalista? «Il fratello minore dello storico» risponde Jean Lacouture. E lo paragona a un cacciatore di teste dell'Amazzonia, «che non solo cattura teste ma anche le riduce». Un'operazione indispensabile: perché il giornalista deve condensare in poco spazio molti fatti discorsi, interpretazioni. E la sintesi finisce per essere condizionata dalla sua personalità, formazione culturale, visione ideologica. Qualcuno insiste a parlare di obiettività? Lacouture ribatte che perfino «il più grande storico francese, Jules Michelet, è un formidabile manipolatore di fatti, verità, realtà».

Le riflessioni sul giornalismo, sull'obiettività, sul rapporto tra cultura e mass media sono una regola periodica: come la pioggia di aprile o i funghi di settembre. E in genere suscitano, nella gente del mestiere, una reazione prevenuta e scettica: circolano ormai troppi teorici dell'informazione e delle comunicazioni, che vivono come paguri elaborando dotte esegesi sulla fatica quotidiana di chi i giornali li fa per davvero. In questa categoria non rientra certo il saggio di Lacouture, “Conoscevo la verità e preferii tacere”, pubblicato da «Prospettive nel mondo».

Lacouture è un giornalista militante. Biografo di Ho Chi-min. Testimone delle rivoluzioni anticoloniali. Con schiettezza da primattore recita il «mea culpa», riguardo al lavoro in Vietnam e Algeria. Scrive: «Mi è successo che, pur essendo a conoscenza di questo o quell’avvenimento, di questa o quella crisi all'interno del movimento rivoluzionario algerino o vietnamita, non ho trasmesso quelle informazioni giudicandole a quell'epoca «intrasmettibili» perché riguardavano alcuni crimini commessi dal movimento rivoluzionario algerino o vietnamita, ed avrebbero potuto essere utilizzati dalla propaganda del mio paese o degli Stati Uniti».

Morale: «Ho confuso il mestiere del giornalista con quello del militante».

Di questa confessione conviene prendere atto senza troppi moralismi: Lacouture ha il coraggio di ammettere un peccato che molti altri hanno commesso (e commettono) senza dirlo e, magari, senza provare nemmeno sensi di colpa.

La tentazione, che il giornalista vive continuamente, è di mettersi al centro dei fatti, di cercar di condizionarli. Rischio grave: lo storico scrive quando le cose sono finite, e tutti sanno chi ha vinto e chi ha perso; il giornalista scrive mentre i fatti sono in movimento, e può sempre sbagliare previsione, le notizie che fanno sensazione immediata non sempre coincidono con gli avvenimenti memorabili.
Il saggio di Lacouture, in questa chiave, offre lo spunto a una serie d'interventi (Romeo, Saitta, Gilmozzi, Fisichella, Bocca, Gianfranceschi, Cacciafesta, Settembrini, Talamo, Armando, Federico Orlando, Del Boca) che valutano le tesi del giornalista francese, e tendono a porre l'accento sul senso di responsabilità che il giornalista deve avere nel rispetto dei fatti come dell'opinione pubblica. Il giornale, averte Giuliano Zincone, «non è un oggetto di consumo». E le responsabilità di chi scrive sono moltiplicate dal pericolo delle strumentalizzazioni esterne: "ll giornalista deve difendersi di continuo dagli inganni”, annota Luigi Barzini.

E nel rapporto col pubblico? II tasto è dolente in questo beneamato paese che continua a produrre cinque milioni di quotidiani al giorno: lo stesso numero di quarant’anni fa.

Per quali ragioni? Scrive Gaspare Barbiellini Amidei: “La gente che è annoiata di cronache e commenti, forse non si annoierebbe più se le si offrissero strumenti per capire chi sono gli italiani, tutti e non soltanto che cosa può accadere alla parte degli italiani che conta, se cominciassero a contare anche gli altri”.

È una ricetta possibile? Cercar di capire implica un rapporto costantemente problematico tra chi scrive e i fatti-personaggi di cui si occupa. Forse non si può pretendere un simile distacco dal cronista che si trova in mezzo all'avvenimento, costretto a scrivere in fretta e nell'emozione. Ne deriva il ricorso, spesso, all'osservatore, all'intellettuale esterno. È ancora una valutazione di Barbiellini Amidei, sulla rivista “Spirali”: “Uno scrittore, a volte, è portatore di una novità”di osservazione e di libertà, su cui noi possiamo rimeditare”.

E il lettore “reagisce molto di più all'intervento dell'intellettuale che a quello del giornalista”.

Il rapporto giornali-cultura è al centro della discussione proposta da «Spirali». Discussione a molte voci, che è una sorta di campionario di testimonianze e d'ipotesi di lavoro. Anche qui giova distinguere: ci sono gli interventi, come quelli di Lorenzo Mondo o Giulio Nascimbeni, che nascono dal vissuto quotidiano delle pagine culturali. Nascimbeni può notare, con garbata ironia, che «l'industria delle celebrazioni» è “l'industria di maggior consumo del momento”. Ci sono gl'interventi dei settimanalisti come Carlo Gregoretti e Nello Ajello. Ugo Ronfani accenna all'odierna terza pagina come «un bivacco culturale». E ci sono ancora opinioni di editori come Inge Feltrinelli,  Gabriele Mazzotta; dirigenti editoriali come Sergio Pautasso. E Piero Ottone risponde alla fatidica domanda se il giornalista sia un intellettuale: “Un intellettuale è una persona che vive di attività, di prodotti dell’intelligenza. E, in questo senso, un giornalista è indubbiamente un intellettuale. Se invece l’intellettuale è una persona che si dedica solo a studi particolarmente approfonditi allora un giornalista non è un intellettuale ma un artigiano”.

Alla fine resta, comunque, tutto da risolvere (e non potrebbe essere altrimenti) il quesito posto da “Spirali” sul futuro della cultura europea: “se i gruppi culturali istituiti, le scolastiche e le avanguardie si sono dissolti nell’Europa occidentale”, non è chiaro “quale sarà nei prossimi mesi e nei prossimi anni l'apporto dei giornali a un rilancio della cultura, a un rilancio che è in atto”. Forse si potrebbe tentare al grande interrogativo una modesta risposta: speriamo che i giornali continuino liberalmente, a pubblicare notizie. E’ sempre il primo modo di fare cultura.

(ripubblicato in Walter Tobagi. Ieri e oggi, Fondazione del Corriere della Sera, 2010, pp. 108 ss.)

 

 

Corporazioni e caste (ovvero: le elezioni "à la carte")

 

 

corporazioni e casteCaro Direttore,

per partecipare alle prossime elezioni provinciali ciascun candidato Presidente ha presentato il proprio «Programma di legislatura»  evidenziando gli impegni nei confronti degli elettori (tutti i programmi sono consultabili sul sito della Provincia all’indirizzo https://goo.gl/K1egXS).

Ma c’è un fenomeno che induce a riflettere: le richieste rivolte ai candidati dai «portatori di interessi». Un esempio è rappresentato dal documento «Dieci temi per cinque anni. La visione delle imprese per un Trentino più competitivo, più moderno, più giusto», redatto dal Coordinamento provinciale imprenditori.

Il testo sembra a prima vista di grande respiro: parte dai temi dell’Autonomia e del rapporto con l’Unione europea e giunge a Territorio, Ambiente e Agricoltura passando per argomenti come il Lavoro, le Infrastrutture o la Sicurezza. Ad una lettura più attenta, però, ci si accorge che il tutto è finalizzato a richieste specifiche: il contenimento dell’aliquota dell’IMIS e la riduzione dell’aliquota di base dell’IRAP (p. 12); il mantenimento del doppio canale di fondi della legge provinciale 6/99 e delle risorse di derivazione comunitaria (p. 18); il superamento del vincolo della rotazione degli incarichi in materia di appalti (p. 28); il finanziamento adeguato della politica agricola (p. 9) e così via.

Anche l’Associazione degli artigiani trentini ha elencato «20 azioni per la prossima legislatura» nel documento dal titolo «Un artigianato forte per un Trentino forte». Pure in questo caso alle iniziali formulazioni di principio fanno riscontro richieste specifiche: si caldeggia, infatti, di ridurre l’IMIS (p. 6); di utilizzare l’autonomia per assegnare gli appalti alle imprese locali (p. 7); di incentivare le collaborazioni locali (p. 13); e altro ancora.

Naturalmente non c’è nulla di male nel formulare richieste di questo tipo (i testi citati sono facilmente reperibili su Internet; si veda l’indirizzo https://goo.gl/sm1WJH).

Ma esse sono la spia di ciò che è diventato il rapporto tra cittadini e politica.

Nei documenti citati non c’è nessun reale quadro d’insieme. Nulla si dice sulla tutela della salute, sull’immigrazione (e sull’emigrazione), sulla lotta alla povertà, e sui tanti altri problemi che caratterizzano questo momento storico. Nulla sulla ricerca di senso. La disanima è finalizzata a chiedere ai politici di impegnarsi su provvedimenti specifici che interessano singole «categorie». Ma sono solo esempi: nei prossimi giorni arriveranno le richieste degli albergatori, dei pensionati, dei professionisti, degli universitari e chi più ne ha più metta. Come se esistessimo non come esseri interi ma per il ruolo che ricopriamo nella società.

Questo stato di cose ha una serie di conseguenze.

La società non è formata da persone e cittadini ma da categorie: portatori di interessi, corporazioni. Ma anche caste che non comunicano; al contrario: che si fronteggiano consapevoli dell’incapacità di trovare una sintesi.

Una sintesi che forse non è neanche voluta: l’obiettivo non nasce da un progetto complessivo ma dal rispondere a bisogni immediati. Ne deriva che ai candidati non si chiede di avere visione ma di rispondere a richieste concrete. E siccome ciò che conta è il consenso (ovvero: prendere i voti per essere eletti) ecco che i candidati promettono qualunque cosa (anche cose diverse da quelle che sono state scritte nei programmi ricordati all’inizio).

Va bene tutto. Una cosa però dovremmo farla. Smetterla di far finta di rimpiangere chi diceva: «Un politico guarda alle prossime elezioni. Uno statista guarda alla prossima generazione». Il candidato che guarda alla prossima generazione, oggi, non ha nessuna possibilità di essere eletto.

(Trentino 12 ottobre 2018)

 

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