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La creatività del giurista. In libreria la seconda edizione

La creatività del giurista. In libreria la seconda edizione.

creativita giurista seconda edizione

 

Dal 15 ottobre sarà nelle librerie la nuova edzione de: "La cretività del giurista. Tecniche e strategie dell'innovazione giuridica".

Rispetto al testo pubblicato nel 2013, il lettore di questa seconda edizione troverà due novità significative.
Sono stati aggiornati tutti i riferimenti alla legislazione, alla dottrina e alla giurisprudenza dei tanti istituti presi in considerazione per costruire la tassonomia delle tecniche dell’innovazione giuridica.
È stato notevolmente ampliato il capitolo quarto, particolarmente nella parte relativa allo studio interdisciplinare delle tecniche cognitive sottese alla creatività del giurista.

Vai alla pagina del libro per leggere l'Introduzione e l'Indice completo

 

 

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Corporazioni e caste (ovvero: le elezioni "à la carte")

 

 

corporazioni e casteCaro Direttore,

per partecipare alle prossime elezioni provinciali ciascun candidato Presidente ha presentato il proprio «Programma di legislatura»  evidenziando gli impegni nei confronti degli elettori (tutti i programmi sono consultabili sul sito della Provincia all’indirizzo https://goo.gl/K1egXS).

Ma c’è un fenomeno che induce a riflettere: le richieste rivolte ai candidati dai «portatori di interessi». Un esempio è rappresentato dal documento «Dieci temi per cinque anni. La visione delle imprese per un Trentino più competitivo, più moderno, più giusto», redatto dal Coordinamento provinciale imprenditori.

Il testo sembra a prima vista di grande respiro: parte dai temi dell’Autonomia e del rapporto con l’Unione europea e giunge a Territorio, Ambiente e Agricoltura passando per argomenti come il Lavoro, le Infrastrutture o la Sicurezza. Ad una lettura più attenta, però, ci si accorge che il tutto è finalizzato a richieste specifiche: il contenimento dell’aliquota dell’IMIS e la riduzione dell’aliquota di base dell’IRAP (p. 12); il mantenimento del doppio canale di fondi della legge provinciale 6/99 e delle risorse di derivazione comunitaria (p. 18); il superamento del vincolo della rotazione degli incarichi in materia di appalti (p. 28); il finanziamento adeguato della politica agricola (p. 9) e così via.

Anche l’Associazione degli artigiani trentini ha elencato «20 azioni per la prossima legislatura» nel documento dal titolo «Un artigianato forte per un Trentino forte». Pure in questo caso alle iniziali formulazioni di principio fanno riscontro richieste specifiche: si caldeggia, infatti, di ridurre l’IMIS (p. 6); di utilizzare l’autonomia per assegnare gli appalti alle imprese locali (p. 7); di incentivare le collaborazioni locali (p. 13); e altro ancora.

Naturalmente non c’è nulla di male nel formulare richieste di questo tipo (i testi citati sono facilmente reperibili su Internet; si veda l’indirizzo https://goo.gl/sm1WJH).

Ma esse sono la spia di ciò che è diventato il rapporto tra cittadini e politica.

Nei documenti citati non c’è nessun reale quadro d’insieme. Nulla si dice sulla tutela della salute, sull’immigrazione (e sull’emigrazione), sulla lotta alla povertà, e sui tanti altri problemi che caratterizzano questo momento storico. Nulla sulla ricerca di senso. La disanima è finalizzata a chiedere ai politici di impegnarsi su provvedimenti specifici che interessano singole «categorie». Ma sono solo esempi: nei prossimi giorni arriveranno le richieste degli albergatori, dei pensionati, dei professionisti, degli universitari e chi più ne ha più metta. Come se esistessimo non come esseri interi ma per il ruolo che ricopriamo nella società.

Questo stato di cose ha una serie di conseguenze.

La società non è formata da persone e cittadini ma da categorie: portatori di interessi, corporazioni. Ma anche caste che non comunicano; al contrario: che si fronteggiano consapevoli dell’incapacità di trovare una sintesi.

Una sintesi che forse non è neanche voluta: l’obiettivo non nasce da un progetto complessivo ma dal rispondere a bisogni immediati. Ne deriva che ai candidati non si chiede di avere visione ma di rispondere a richieste concrete. E siccome ciò che conta è il consenso (ovvero: prendere i voti per essere eletti) ecco che i candidati promettono qualunque cosa (anche cose diverse da quelle che sono state scritte nei programmi ricordati all’inizio).

Va bene tutto. Una cosa però dovremmo farla. Smetterla di far finta di rimpiangere chi diceva: «Un politico guarda alle prossime elezioni. Uno statista guarda alla prossima generazione». Il candidato che guarda alla prossima generazione, oggi, non ha nessuna possibilità di essere eletto.

(Trentino 12 ottobre 2018)

 

Di Maio e il Professore

professore

 

Nei giorni scorsi il Vice Presidente del Consiglio ha affermato: «Se Banca d’Italia vuole un governo che non tocca la Fornero, la prossima volta si presenti alle elezioni con questo programma».

Oggi sul Corriere della Sera, uno dei più autorevoli esponenti dell’Accademia nonché già titolare di importanti cariche istituzionali, dimostra che quella affermazione non sta né in cielo né in terra con una serie di dotte considerazioni (una vera «lezione»).

Come sempre accade una parte della tifoseria si schiererà con il primo, insultando il secondo; e l’altra parte si schiererà con il secondo godendo di poter dare dell’ignorante al primo.

In ogni caso, poca cosa: il Corriere della Sera viene letto da sempre meno persone (oggi vende poco più di 200.000 copie quando vent’anni fa ne vendeva circa 800.000). Soprattutto sempre più italiani sono stanchi delle tifoserie (o di quello che sono capaci di fare i leader politici di riferimento) e semplicemente non vanno più a votare mandando a quel paese tutto e tutti.

Il professore (docente/formatore/educatore) è chiamato a fare due cose:

  1. valutare gli apprendimenti degli alunni/studenti dando i voti e, se del caso, rispiegando la lezione non capita.
  2. valutare la qualità dei processi formativi e dei risultati complessivi raggiunti.

Con una terminologia industriale (tanto cara ai valutatori contemporanei) la prima si chiama “valutazione del prodotto” la seconda “valutazione del processo”.

Cosa è più importante oggi? La prima, e quindi mettere i voti ad un “alunno” a prima vista non particolarmente brillante facendogli una specie di paternale? O la seconda e quindi chiedersi: come è possibile che assumano ruoli decisionali rilevanti persone per ipotesi digiune di nozioni elementari? E, soprattutto, cosa si deve fare perché questo non accada? Esistono strumenti normativi e istituzionali per difendere la democrazia e promuovere la competenza in politica (problemi che, ahimè, non sorgono oggi)?

I professori (specie quelli di vaglia) dovrebbero dedicarsi poco a valutare i “prodotti” e molto a riflettere sui “processi”.

In ambito formativo, quando la valutazione dei processi mostra delle criticità, di regola i docenti sono parte del problema.

 

 

 

L’attaccamento alle proprie idee rende faziosi (Norberto Bobbio)

L’attaccamento alle proprie idee rende faziosi (Norberto Bobbio)

Norberto Bobbio 1

 

Tra le cose che mi preoccupano di più, annovero lo smarrimento della capacità di dialogare in maniera civile. Contraltare dell’apatia, il dialogo tra sordi che scivola puntualmente nell’aggressione e nell’insulto sta minando la coesione sociale prima ancora che la democrazia.

Di seguito alcune riflessioni sull’argomento scritte da Norberto Bobbio nel 1996.

°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°

Sono sempre stato, o mi illudo di essere stato, un uomo del dialogo più che dello scontro. La capacità di dialogare e di scambiarsi argomenti, anziché accuse reciproche accompagnate da insolenze, sta alla base di una qualsiasi pacifica convivenza democratica. Del dialogo ho fatto non so quante volte l'apologia, pur senza averlo trasformato in un feticcio. Non basta parlarsi per intraprendere un dialogo. Non sempre coloro che parlano l'uno con l'altro parlano di fatto tra loro: ciascuno parla per sé stesso o per la platea che l'ascolta. Due monologhi non fanno un dialogo. Ci si può servire della parola per nascondere le proprie intenzioni più che per manifestarle, per ingannare l'avversario piuttosto che per convincerlo. Non solo ho fatto l'elogio del dialogo, ma l’ho a lungo praticato. Ho anche fatto esperienza del dialogo fra sordi, del dialogo in malafede, del finto dialogo in cui uno dei due interlocutori, se non tutti e due, sa già in anticipo dove vuole arrivare, fermamente convinto sin dall'inizio che non doveva retrocedere di un passo dalla posizione iniziale, del dialogo inconcludente, ed è il del caso più frequente, in cui alla fine ciascuno resta della propria idea e si conforta concludendo che il dialogo è stato particolarmente utile perché le idee gli sono diventate più chiare (il che non sempre è vero, spesso è falso). Il dialogo l'ho anche praticato, se non altro perché il cedere alla tentazione dello scontro, e talvolta, nonostante i buoni proponimenti ho ceduto, è un atto di debolezza. Non tutti i dialoghi sono arrivati alla fine. Spesso si sono persi per strada, ora per colpa dell'uno ora per colpa dell'altro. In questi ultimi tempi, lo riconosco, anche per colpa mia. I pensieri di una persona anziana tendono ad irrigidirsi. Ad una certa età si stenta a cambiare opinione. Si diventa sempre più ostinati nelle proprie convinzioni, più indifferenti a quelle degli altri. I novatori vengono guardati con sospetto. Sempre più affezionati alle vecchie idee e, nello stesso tempo, sempre più diffidenti verso le nuove. L’eccessivo attaccamento alle proprie idee rende più faziosi. Mi rendo conto io stesso che devo guardarmene.

(Norberto Bobbio, Introduzione a De Senectute e altri scritti autobiografici, Torino, Einaudi, 1996; ora in Norberto Bobbio, Etica e politica. Scritti di impegno civile, Milano, I Meridiani Mondadori, 2009, 1541-1542).

 

 

 

Asili per i non vaccinati? Una cattiva notizia

Vaccini: una cattiva notizia

asili alternativiEra nell’aria, ma adesso pare si stia passando ai fatti. I genitori convinti nel non vaccinare i propri figli, di fronte alla norma che preclude l’iscrizione dei bimbi non vaccinati alle scuole per l’infanzia e agli asili, si stanno organizzando creando degli asili “per non vaccinati”.

É una pessima notizia. Perché una legge naufraga, perché stiamo creando dei ghetti (dove non sappiamo chi esclude chi) sulla pelle dei bambini, perché stiamo superando il punto di non ritorno sotto tanti punti di vista.

Io penso quanto segue:

a) gli immunologi ci dicono (dati scientifici alla mano) che le vaccinazioni sono importanti e che occorre raggiungere la cosiddetta immunità di gregge vaccinando il 95% dei bambini. Bene. Questo è il punto di partenza ed è assodato. La competenza degli immunologi finisce qui;

b) come raggiungere l’obiettivo del 95% dei bambini vaccinati è un problema diverso. In questo campo le competenze necessarie sono quelle di chi studia le relazioni sociali e la reazione delle persone alle regole: giuristi, scienziati sociali, scienziati cognitivi;

c) ciò che rende ormai ingovernabile la situazione è la cosiddetta polarizzazione dei gruppi (un fenomeno che mostra come gli individui di un gruppo, quando devono prendere decisioni rispetto a problemi cauti e rischiosi, tendono ad estremizzare le loro posizioni iniziali). Tradotto vuol dire che i no vax tendono a radicalizzare le loro posizioni specie se aggrediti a priori. Io metto sullo stesso piano sia chi cerca voti criminalizzando i vaccini, sia chi cerca voti facendosi paladino della scienza (senza magari aver mai aperto un libro). La salute dei bambini è molto più importante del basso tornaconto politico (da una parte e dall’altra). Specie se il tornaconto politico alimenta la polarizzazione delle posizioni che è davvero il danno peggiore;

d) chi pensa che il diritto sia solo un insieme di comandi e di divieti sanzionati (in caso di inosservanza) da pene afflittive deve giustificare questo insuccesso rappresentato dai genitori che si fanno gli asili per conto proprio infischiandosene di una legge dello stato; chi pensa che il diritto abbia a disposizione strumenti più sofisticati può ancora dire qualcosa (pur nella difficoltà rappresentata dal clima avvelenato e probabilmente irreversibile dovuto ai callidi che hanno voluto la polarizzazione). Ne parlo qui e qui;

e) la vicenda degli “asili in proprio” dimostra quanto sbagliato sia “mischiare” il diritto alla salute con il diritto all’istruzione. Sono cose diverse che devono restare diverse. Non capisco, ad esempio, perché i presidi accettino di fare gli “sceriffi” (ovvero verificare chi è vaccinato o no) e non chiedano che tale compito venga esercitato da chi sin dalla nascita dei bambini può e deve vigilare sulla vaccinazione dei bambini (ovvero i pediatri, peraltro pagati dal SSN);

f) da persona che crede all’utilità dei vaccini, sono molto preoccupato dalla piega che ha preso la situazione. Una risposta finalmente razionale al problema può partire dal chiedersi come mai la percentuale più alta di genitori no vax in Italia si registri nella Provincia di Bolzano: uno dei territori dove c’è maggiore benessere e certamente quello più vicino all’osmosi con culture straniere.

 

 

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