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La creatività del giurista. In libreria la seconda edizione

La creatività del giurista. In libreria la seconda edizione.

creativita giurista seconda edizione

 

Dal 15 ottobre sarà nelle librerie la nuova edzione de: "La cretività del giurista. Tecniche e strategie dell'innovazione giuridica".

Rispetto al testo pubblicato nel 2013, il lettore di questa seconda edizione troverà due novità significative.
Sono stati aggiornati tutti i riferimenti alla legislazione, alla dottrina e alla giurisprudenza dei tanti istituti presi in considerazione per costruire la tassonomia delle tecniche dell’innovazione giuridica.
È stato notevolmente ampliato il capitolo quarto, particolarmente nella parte relativa allo studio interdisciplinare delle tecniche cognitive sottese alla creatività del giurista.

Vai alla pagina del libro per leggere l'Introduzione e l'Indice completo

 

 

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La democrazia muore nell'oscurità

La democrazia muore nell'oscurità

Trentino, 17 novembre 2018

 

washington post

 

Pensando alle accuse offensive e gratuite lanciate da alcuni leader del Movimento 5 Stelle all’intera categoria dei giornalisti, mi viene in mente che dagli inizi del 2017 il «Washington post» ha aggiunto alla propria testata il seguente sottotitolo: «Democracy Dies in Darkness» (ovvero: «La Democrazia muore nell’oscurità»).

Le cronache raccontano che la decisione di porre in esponente quella frase sia stata anche una risposta al Presidente Trump che aveva accusato i giornali di essere «i nemici del popolo americano» e di occuparsi di lui in «maniera disonesta» (come si vede, non abbiamo l’esclusiva di alcune derive inquietanti).

La frase scelta dal «Washington post» crea una implicita relazione fra tre cose: la democrazia (un bene da preservare); l’oscurità (che della democrazia è la negazione, al punto da causarne la morte); l’informazione (che serve a combattere l’oscurità).

Per molti versi la frase sembra ribadire il vecchio concetto secondo cui i giornali sono i «cani da guardia» della democrazia e delle istituzioni in genere. Ma l’enfasi qui è posta sulla necessità di combattere il buio ovvero sul bisogno di fare luce.

Ma cos’è esattamente l’oscurità? Che cosa minaccia davvero la democrazia?

Di primo acchito vien da pensare che oscuro sia ciò che non si sa. Per cui il primo obiettivo è far sapere, informare appunto. Ma «l’oscurità» può essere generata anche da altre ragioni.

Luigi Einaudi («Le prediche inutili», Torino, 1964) spiegava che «il conoscere» è la premessa necessaria per poter discutere e poi deliberare a ragion veduta: la democrazia, in fondo, è un sistema per prendere decisioni. Oggi le informazioni non mancano: ma sono la base di una discussione pacata dove ogni interlocutore è disposto a mettere in discussione il proprio punto di vista? E poi: le decisioni vengono davvero assunte in maniera ponderata? Noi sappiamo che sempre più persone decidono di non andare neanche a votare (e, quindi, decidono di non decidere per definizione) mentre gli studi dimostrano che avere a disposizione un maggior numero di informazioni non porta a decisioni migliori (vedi, ad esempio, Gigerenzer, «Decisioni intuitive. Quando si sceglie senza pensarci troppo», edito in Italia da Raffaello Cortina). L’oscurità può nascere, quindi, dalla disabitudine al metodo democratico alimentato tanto da chi è contento di poter accentrare le decisioni, quanto da chi è convinto di sapere tutto.

Ma assistiamo anche ad un altro fenomeno: il sonno della ragione. Nel proliferare di informazioni vediamo accreditate come vere notizie (ma anche credenze e addirittura teorie) palesemente inattendibili. In questi casi la lotta all’oscurità si concretizza nel ritorno ai principi del «secolo dei lumi».

É in questo contesto, molto complesso, che va inquadrato oggi il tema dell’informazione (e, quindi, della democrazia).

Oscurità è fare di ogni erba un fascio: per cui i giornalisti o sono tutti dei pennivendoli, come sostengono alcuni sprovveduti dimenticando i professionisti che hanno perso la vita per farci conoscere verità scomode; o sono tutti integerrimi, come sostengono per reazione altri, dimenticando che c’è stato chi pensava di fare giornalismo filmando di nascosto il colore dei calzini di un giudice che aveva redatto una sentenza che condannava un uomo politico.

Oscurità è credere che la discussione sia iscriversi ad una tifoseria e quindi dare torto o ragione a prescindere dai dati di realtà; ovvero pensare che il consenso serva solo ad avere delle carrozze di ritorno dal proprio leader di riferimento.

Per vincere l’oscurità occorre reimparare la grammatica della democrazia, che è molto di più del portare i fatti alla luce. Ma dalla libertà per i giornali di pubblicare le notizie occorre comunque partire.

 

 

 

Chi è il giornalista secondo Walter Tobagi

Chi è il giornalista secondo Walter Tobagi

 

tobagi

 

La giornata di oggi è stata caratterizzata da polemiche che hanno visto i giornalisti sul banco degli imputati, apostrofati (tutti insieme, senza eccezioni) con epiteti offensivi e irripetibili.

Non ha molto senso entrare in questo tipo di polemiche.

E’ più utile rileggere alcune pagine scritte da Walter Tobagi (il giornalista ucciso nel 1980 dal terrorismo rosso).

Egli si interrogava su temi ancora attuali:

chi è il giornalista?

è un manipolatore?

è un intellettuale?

produce cultura?

cosa deve fare per interessare i lettori?

Concludeva dicendo: “Speriamo che i giornali continuino liberalmente, a pubblicare notizie. E’ sempre il primo modo di fare cultura”.

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Si fa cultura o si fa «bivacco culturale»?

Walter Tobagi

7 ottobre 1979

Chi è il giornalista? «Il fratello minore dello storico» risponde Jean Lacouture. E lo paragona a un cacciatore di teste dell'Amazzonia, «che non solo cattura teste ma anche le riduce». Un'operazione indispensabile: perché il giornalista deve condensare in poco spazio molti fatti discorsi, interpretazioni. E la sintesi finisce per essere condizionata dalla sua personalità, formazione culturale, visione ideologica. Qualcuno insiste a parlare di obiettività? Lacouture ribatte che perfino «il più grande storico francese, Jules Michelet, è un formidabile manipolatore di fatti, verità, realtà».

Le riflessioni sul giornalismo, sull'obiettività, sul rapporto tra cultura e mass media sono una regola periodica: come la pioggia di aprile o i funghi di settembre. E in genere suscitano, nella gente del mestiere, una reazione prevenuta e scettica: circolano ormai troppi teorici dell'informazione e delle comunicazioni, che vivono come paguri elaborando dotte esegesi sulla fatica quotidiana di chi i giornali li fa per davvero. In questa categoria non rientra certo il saggio di Lacouture, “Conoscevo la verità e preferii tacere”, pubblicato da «Prospettive nel mondo».

Lacouture è un giornalista militante. Biografo di Ho Chi-min. Testimone delle rivoluzioni anticoloniali. Con schiettezza da primattore recita il «mea culpa», riguardo al lavoro in Vietnam e Algeria. Scrive: «Mi è successo che, pur essendo a conoscenza di questo o quell’avvenimento, di questa o quella crisi all'interno del movimento rivoluzionario algerino o vietnamita, non ho trasmesso quelle informazioni giudicandole a quell'epoca «intrasmettibili» perché riguardavano alcuni crimini commessi dal movimento rivoluzionario algerino o vietnamita, ed avrebbero potuto essere utilizzati dalla propaganda del mio paese o degli Stati Uniti».

Morale: «Ho confuso il mestiere del giornalista con quello del militante».

Di questa confessione conviene prendere atto senza troppi moralismi: Lacouture ha il coraggio di ammettere un peccato che molti altri hanno commesso (e commettono) senza dirlo e, magari, senza provare nemmeno sensi di colpa.

La tentazione, che il giornalista vive continuamente, è di mettersi al centro dei fatti, di cercar di condizionarli. Rischio grave: lo storico scrive quando le cose sono finite, e tutti sanno chi ha vinto e chi ha perso; il giornalista scrive mentre i fatti sono in movimento, e può sempre sbagliare previsione, le notizie che fanno sensazione immediata non sempre coincidono con gli avvenimenti memorabili.
Il saggio di Lacouture, in questa chiave, offre lo spunto a una serie d'interventi (Romeo, Saitta, Gilmozzi, Fisichella, Bocca, Gianfranceschi, Cacciafesta, Settembrini, Talamo, Armando, Federico Orlando, Del Boca) che valutano le tesi del giornalista francese, e tendono a porre l'accento sul senso di responsabilità che il giornalista deve avere nel rispetto dei fatti come dell'opinione pubblica. Il giornale, averte Giuliano Zincone, «non è un oggetto di consumo». E le responsabilità di chi scrive sono moltiplicate dal pericolo delle strumentalizzazioni esterne: "ll giornalista deve difendersi di continuo dagli inganni”, annota Luigi Barzini.

E nel rapporto col pubblico? II tasto è dolente in questo beneamato paese che continua a produrre cinque milioni di quotidiani al giorno: lo stesso numero di quarant’anni fa.

Per quali ragioni? Scrive Gaspare Barbiellini Amidei: “La gente che è annoiata di cronache e commenti, forse non si annoierebbe più se le si offrissero strumenti per capire chi sono gli italiani, tutti e non soltanto che cosa può accadere alla parte degli italiani che conta, se cominciassero a contare anche gli altri”.

È una ricetta possibile? Cercar di capire implica un rapporto costantemente problematico tra chi scrive e i fatti-personaggi di cui si occupa. Forse non si può pretendere un simile distacco dal cronista che si trova in mezzo all'avvenimento, costretto a scrivere in fretta e nell'emozione. Ne deriva il ricorso, spesso, all'osservatore, all'intellettuale esterno. È ancora una valutazione di Barbiellini Amidei, sulla rivista “Spirali”: “Uno scrittore, a volte, è portatore di una novità”di osservazione e di libertà, su cui noi possiamo rimeditare”.

E il lettore “reagisce molto di più all'intervento dell'intellettuale che a quello del giornalista”.

Il rapporto giornali-cultura è al centro della discussione proposta da «Spirali». Discussione a molte voci, che è una sorta di campionario di testimonianze e d'ipotesi di lavoro. Anche qui giova distinguere: ci sono gli interventi, come quelli di Lorenzo Mondo o Giulio Nascimbeni, che nascono dal vissuto quotidiano delle pagine culturali. Nascimbeni può notare, con garbata ironia, che «l'industria delle celebrazioni» è “l'industria di maggior consumo del momento”. Ci sono gl'interventi dei settimanalisti come Carlo Gregoretti e Nello Ajello. Ugo Ronfani accenna all'odierna terza pagina come «un bivacco culturale». E ci sono ancora opinioni di editori come Inge Feltrinelli,  Gabriele Mazzotta; dirigenti editoriali come Sergio Pautasso. E Piero Ottone risponde alla fatidica domanda se il giornalista sia un intellettuale: “Un intellettuale è una persona che vive di attività, di prodotti dell’intelligenza. E, in questo senso, un giornalista è indubbiamente un intellettuale. Se invece l’intellettuale è una persona che si dedica solo a studi particolarmente approfonditi allora un giornalista non è un intellettuale ma un artigiano”.

Alla fine resta, comunque, tutto da risolvere (e non potrebbe essere altrimenti) il quesito posto da “Spirali” sul futuro della cultura europea: “se i gruppi culturali istituiti, le scolastiche e le avanguardie si sono dissolti nell’Europa occidentale”, non è chiaro “quale sarà nei prossimi mesi e nei prossimi anni l'apporto dei giornali a un rilancio della cultura, a un rilancio che è in atto”. Forse si potrebbe tentare al grande interrogativo una modesta risposta: speriamo che i giornali continuino liberalmente, a pubblicare notizie. E’ sempre il primo modo di fare cultura.

(ripubblicato in Walter Tobagi. Ieri e oggi, Fondazione del Corriere della Sera, 2010, pp. 108 ss.)

 

 

Corporazioni e caste (ovvero: le elezioni "à la carte")

 

 

corporazioni e casteCaro Direttore,

per partecipare alle prossime elezioni provinciali ciascun candidato Presidente ha presentato il proprio «Programma di legislatura»  evidenziando gli impegni nei confronti degli elettori (tutti i programmi sono consultabili sul sito della Provincia all’indirizzo https://goo.gl/K1egXS).

Ma c’è un fenomeno che induce a riflettere: le richieste rivolte ai candidati dai «portatori di interessi». Un esempio è rappresentato dal documento «Dieci temi per cinque anni. La visione delle imprese per un Trentino più competitivo, più moderno, più giusto», redatto dal Coordinamento provinciale imprenditori.

Il testo sembra a prima vista di grande respiro: parte dai temi dell’Autonomia e del rapporto con l’Unione europea e giunge a Territorio, Ambiente e Agricoltura passando per argomenti come il Lavoro, le Infrastrutture o la Sicurezza. Ad una lettura più attenta, però, ci si accorge che il tutto è finalizzato a richieste specifiche: il contenimento dell’aliquota dell’IMIS e la riduzione dell’aliquota di base dell’IRAP (p. 12); il mantenimento del doppio canale di fondi della legge provinciale 6/99 e delle risorse di derivazione comunitaria (p. 18); il superamento del vincolo della rotazione degli incarichi in materia di appalti (p. 28); il finanziamento adeguato della politica agricola (p. 9) e così via.

Anche l’Associazione degli artigiani trentini ha elencato «20 azioni per la prossima legislatura» nel documento dal titolo «Un artigianato forte per un Trentino forte». Pure in questo caso alle iniziali formulazioni di principio fanno riscontro richieste specifiche: si caldeggia, infatti, di ridurre l’IMIS (p. 6); di utilizzare l’autonomia per assegnare gli appalti alle imprese locali (p. 7); di incentivare le collaborazioni locali (p. 13); e altro ancora.

Naturalmente non c’è nulla di male nel formulare richieste di questo tipo (i testi citati sono facilmente reperibili su Internet; si veda l’indirizzo https://goo.gl/sm1WJH).

Ma esse sono la spia di ciò che è diventato il rapporto tra cittadini e politica.

Nei documenti citati non c’è nessun reale quadro d’insieme. Nulla si dice sulla tutela della salute, sull’immigrazione (e sull’emigrazione), sulla lotta alla povertà, e sui tanti altri problemi che caratterizzano questo momento storico. Nulla sulla ricerca di senso. La disanima è finalizzata a chiedere ai politici di impegnarsi su provvedimenti specifici che interessano singole «categorie». Ma sono solo esempi: nei prossimi giorni arriveranno le richieste degli albergatori, dei pensionati, dei professionisti, degli universitari e chi più ne ha più metta. Come se esistessimo non come esseri interi ma per il ruolo che ricopriamo nella società.

Questo stato di cose ha una serie di conseguenze.

La società non è formata da persone e cittadini ma da categorie: portatori di interessi, corporazioni. Ma anche caste che non comunicano; al contrario: che si fronteggiano consapevoli dell’incapacità di trovare una sintesi.

Una sintesi che forse non è neanche voluta: l’obiettivo non nasce da un progetto complessivo ma dal rispondere a bisogni immediati. Ne deriva che ai candidati non si chiede di avere visione ma di rispondere a richieste concrete. E siccome ciò che conta è il consenso (ovvero: prendere i voti per essere eletti) ecco che i candidati promettono qualunque cosa (anche cose diverse da quelle che sono state scritte nei programmi ricordati all’inizio).

Va bene tutto. Una cosa però dovremmo farla. Smetterla di far finta di rimpiangere chi diceva: «Un politico guarda alle prossime elezioni. Uno statista guarda alla prossima generazione». Il candidato che guarda alla prossima generazione, oggi, non ha nessuna possibilità di essere eletto.

(Trentino 12 ottobre 2018)

 

Di Maio e il Professore

professore

 

Nei giorni scorsi il Vice Presidente del Consiglio ha affermato: «Se Banca d’Italia vuole un governo che non tocca la Fornero, la prossima volta si presenti alle elezioni con questo programma».

Oggi sul Corriere della Sera, uno dei più autorevoli esponenti dell’Accademia nonché già titolare di importanti cariche istituzionali, dimostra che quella affermazione non sta né in cielo né in terra con una serie di dotte considerazioni (una vera «lezione»).

Come sempre accade una parte della tifoseria si schiererà con il primo, insultando il secondo; e l’altra parte si schiererà con il secondo godendo di poter dare dell’ignorante al primo.

In ogni caso, poca cosa: il Corriere della Sera viene letto da sempre meno persone (oggi vende poco più di 200.000 copie quando vent’anni fa ne vendeva circa 800.000). Soprattutto sempre più italiani sono stanchi delle tifoserie (o di quello che sono capaci di fare i leader politici di riferimento) e semplicemente non vanno più a votare mandando a quel paese tutto e tutti.

Il professore (docente/formatore/educatore) è chiamato a fare due cose:

  1. valutare gli apprendimenti degli alunni/studenti dando i voti e, se del caso, rispiegando la lezione non capita.
  2. valutare la qualità dei processi formativi e dei risultati complessivi raggiunti.

Con una terminologia industriale (tanto cara ai valutatori contemporanei) la prima si chiama “valutazione del prodotto” la seconda “valutazione del processo”.

Cosa è più importante oggi? La prima, e quindi mettere i voti ad un “alunno” a prima vista non particolarmente brillante facendogli una specie di paternale? O la seconda e quindi chiedersi: come è possibile che assumano ruoli decisionali rilevanti persone per ipotesi digiune di nozioni elementari? E, soprattutto, cosa si deve fare perché questo non accada? Esistono strumenti normativi e istituzionali per difendere la democrazia e promuovere la competenza in politica (problemi che, ahimè, non sorgono oggi)?

I professori (specie quelli di vaglia) dovrebbero dedicarsi poco a valutare i “prodotti” e molto a riflettere sui “processi”.

In ambito formativo, quando la valutazione dei processi mostra delle criticità, di regola i docenti sono parte del problema.

 

 

 

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